mercoledì 9 luglio 2008

Ieri sul bus affollato, caldo, olezzante di varia umanità, sono seduta da qualche secondo, le caviglie gonfie dal caldo, stanca e avvilita per una giornata stancante ed avvilente, il bus frena vicino alla fermata, sale un’altra ondata calda di gente, fra loro una donna grassa vestita di nero, capelli corti, con colpi di sole biondi, è sulla cinquantina. Nonostante la sua stazza è rapidissima nel veder un posto che si sta liberando, occuparlo con la voce, spostare i passeggeri per farsi largo e sedersi. Dopo manovre strategicamente perfette riesce con la sua immensità a sedersi e inizia a parlare. 
Milano, la grande città è una Babele di lingue e di umanità spesso sola, dolorante e sofferente che ha bisogno di parlare e l’autobus è pieno di sardine inscatolate, percolanti di umori e sudori, compresse e forzatamente costrette ad ascoltare la voce roboante di chiunque voglia parlare. La donna non è indigena, il suo accento tradisce origini del Sud ma è a Milano da tanto tempo che non si può più definire il luogo natale. 
‘mercato…zucchini ripieni…cucinati stamattina…fa caldo…La prossima volta…se torno indietro sposo uno ricco, vecchio e mezzo rimbambito’ (questioni di semantica sincronica, l’uso dell’espressione ‘mezzo’assume significato negli spezzoni di discorso che seguono, mezzo perché tutto è troppo da sopportare anche se è accompagnato da aggettivi come ricco e vecchio nel senso di prossimo alla morte). Da uno spicchio di spazio libero una voce di donna si alza e rimbalza ‘trovarlo signora, trovarlo’. Inizia una discettazione in simil italiano su come le donne dell’est o le brasiliane vadano ai parchi a circuire vecchietti ‘E loro sono più brave…più brave…una c’è riuscita ma è morta prima lei’ continua la donna vestita di nero, quella a cui riesco ad associare un corpo. 
Le altre voci sono dei fuori campo e iniettano nell’etere frasi brevi che mi servono da connessione con il monologo della Signora. Intravedo anche il suo viso, ha la bocca larga ma il viso, devastato da una vita che non deve essere stata facile, segnato dalle incongruenze, è un bel viso. L’arcata dentale inferiore è paragonabile al traforo del Frejus, a fare da solitaria sentinella un avvizzito incisivo che resiste agli attacchi del cibo, del caffè e dell’arcata dentaria superiore. La lingua rotola via dallo spazio enorme lasciato dai denti, fa scivolare le esse, liquefà le zeta sbattendo sull’interno delle labbra leggermente carnose e rosa scuro. 
‘io…giovane…troppo…’ il filobus si ferma e il discorso si compone perché l’aria calda che entra dai finestrini quando il mezzo è in movimento porta via i pezzi del puzzle orale. 
Morire presto. Ma la morte non si può comprare, no, non si può comprare’. 
Chiudo il libro che leggo e che parla di morte, è un thriller, un investigatore indaga su misteriosi cerchi azzurri ma sono distratta da questa affermazione. La morte si può comprare? Teoricamente no ma quanti la cercano e la prendono a braccetto. E quanti non la cercano e se la trovano di fronte? La signora avrebbe ‘comprato’ per sé un uomo prossimo biologicamente alla morte ma nel suo ragionamento ingenuo non ne avrebbe provocato la fine, si sarebbe chiesta quando. Mi segue l’idea che sia una donna ingenuamente buona, che l’affermazione del ‘se potessi tornare indietro’ è un modo fittizio per togliersi dalle spalle la gravità di una vita di sofferenze. Ha pietas e lo dimostra quando interrompe il suo ragionamento ad alta voce perché distratta da sirene spiegate che ci tagliano la strada. Dice ‘detenuto, si, trasportano un detenuto. Ma bisogna avere comprensione anche di loro, la vita è difficile, anche mio fratello è stato 6 mesi in carcere, anche lui, accusato di omicidio’, un brivido mi percorre la schiena, una signora anziana, minuta, con una gobba vistosa, si siede sul sedile davanti al mio, diniega leggermente con la testa, la sua testa bianca è piegata verso il suo grembo, la forma della sua gobba è quella del mondo di Atlante che regge un peso sulle spalle. Si rinchiude in se stessa e freme davanti al discorso della donna come se sentire straripare quel dolore la schiacciasse ancora e ancora. Scuote la testa come se volesse mettere le mani a coprirsi le orecchie. 
si omicidio, che poi lui….niente…'il filobus riprende la sua corsa '…chi lo accusa…morto…stato un carabiniere…così …sei mesi’ Il filobus si ferma, la voce della signora in nero riprende fluida in contrasto con il suo movimento di ricerca dell’uscita, continua a parlare ai suoi spettatori residui, continua a parlare mentre scende con difficoltà, mentre esce di scena, va dietro le quinte, in strada‘ era bravo mio fratello, a 18 anni e mezzo era già capocantiere, poteva …’ la sua voce si spegne schiacciata dalla chiusura delle porte.
La signora davanti a me sospira e dice a voce un po’ alta e anche e soprattutto a se stessa: ‘Anche le più brutte esperienze non vanno dette, anche la morte va tenuta per sè’.
Un’altra storia di cui non potrò raccontare, un’altra solitudine che non vuole parlare, un viaggio di contrasti dilaniato fra il dire, il comunicare e il non dire, il tacere, due educazioni diverse, due mondi diversi, due vite diverse, due remi diversi che fanno attrito su un mare in comune, quello delle sofferenze. 
Milano va capita su un filobus che percorre la circonvallazione interna, le grandi città vanno viste sui bordi dei marciapiedi di periferia, il supermercato dell’umanità ti offre milioni di prodotti su tutte le altezze degli scaffali e qualche volta sarebbe bello, invece che prendere il prodotto di marca che ti piazzano ad altezza occhi, invece di prendere quello che prendi sempre, per abitudine, noia, consuetudine, indifferenza, guardare un altro prodotto e leggere il contenuto. Ascoltare il rumore che fa dentro il suo involucro. 
Ascoltare anche il piccolo fruscio e farne tesoro e poi ringraziare per quello che si ha anche quando la giornata è stata avvilente e stancante. 

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