giovedì 26 febbraio 2009

Coscienza e biscotti

Esco dopo molto tempo, l'occasione è ghiotta, teatro libero, sperimentale ma non tanto, ha un testo, una logica, una storia anzi affonda gli artigli nella storia, una storia drogata che ci hanno consegnata come sana. il percorso è quello della libertà, libertà di pensiero, libertà di parola, liberta di dire. Inizia leggero con un attacco di panico grondante acqua a profusione sul corpo e sul viso dell'attore e si libra attraverso l' ingloriosa e rapida fine dei coniugi Ceauşescu e della Romania, passando per Piazza Tienanmen e il ragazzo con i sacchetti bianchi davanti ai carrarmati, passa per l' ignoranza di questa nuova generazione, per l'idealismo spappolato di quella precedente, per una prostituta canterina e per l'angoscia di una scelta di una scatola di biscotti prodotta chissà dove, chissà quando e chissà come.
Gli attori bravi, scenografia nulla, storia in primo piano, pubblico 2 e gatti 4, prezzo del biglietto basso, coscienze da far riflettere poche. Meglio un aperitivo e due chiacchiere che quattro chiacchiere su come la scelta della scatola di biscotti sia la scelta fra la verità e l'impossibilità che questa ti venga detta. 
Bravo'! lo spettacolo finisce e la coscienza si richiude inghiottita dal tram 9 che ti riporta a casa con l'eco di pochi ma sentiti applausi.

venerdì 20 febbraio 2009

Per quanto

per quanto possa essere strano, strano non è. 
attraversare questa città sotto la pioggia battente è incontrare fantasmi bagnati che non si fermano allo stop chiusi sotto i loro cappucci, infreddoliti dentro i loro cappotti, nascosti dai loro ombrelli. Non hanno più volti, espressioni, colori e sapori eppure ci sono, come questa pioggia infinita, come questo cielo plumbeo, come ricordi sbiaditi scritti con l'inchiostro delebile.
per quanto possa essere strano, strano non è: scegliamo di stare soli anche se soli potremmo non essere, avvinghiandoci al manico di un ombrello, cercando sconosciuti con cui condividere qualcosa che non ti daranno mai quello che cerchi.
Fatalità e per quanto strano possa essere, strano, in fin dei conti, non è!

sabato 14 febbraio 2009

DATE

Che cos'è una festa commerciale in cui l'unico battito non è quello dell'amore ma solo il tintinnio dei soldi che cadono in cassa? Non è una festa.
l'ho sempre pensata così ma oggi avrei voluto festeggiare e non per festeggiare la festa ma per stare con chi amo. 
Cosa è poi l'amore? 
Un tintinnio dello stomaco in un cuore sovraeccitato da pensieri erranti di un cervello instabile.
Avrei tanto desiderato condividere questo giorno, non per il giorno in sè ma perchè prima era stato il risultato di un ennesimo abbraccio mortale che i miei sensi avevano percepito ed oggi sarebbe stato un pò di rimedio contro il veleno.
Ma non sempre si può avere ciò che si desidera, non si può desiderare che le persone siano così come noi vogliamo, non si può aspettare una parola per capire; bisogna capire senza parole, bisogna lottare se il drago sta per ucciderti e, dopo avergli chiuso la bocca, allora si festeggia l'amore nella forma pura: dare senza pretendere di ricevere, dare perchè ti fa stare bene, dare perchè il tuo dolore va messo da parte quando il tuo altro ha bisogno di ricevere.
Ci sarà il giorno in cui tu riceverai e non sarà una data sul calendario a decidere quando festeggiare ma quella data sarà la tua personale festa e ogni giorno sarà la tua festa.

martedì 10 febbraio 2009

Lavorii

Ho buttato giù una lettera lunga e piena di dolore, sono stata ferma sul tasto invia con il dito bloccato a mezz'aria per dieci minuti in una forma autistica di tremolio incontrollato. 
Ho deciso di dividere il mio cervello con una linea dritta, precisa senza sbavature, ho diviso i due emisferi incidendoci sopra PRO e CONTRO.
Le due liste si equiparavano, allora ho deciso di dividere a metà con una linea il mio cuore e ho scritto PRO sul ventricolo sinistro e CONTRO su quello destro. 
Mi ha fatto male incidere la linea, mi ha fatto male scrivere i PRO, è stato peggio scrivere i CONTRO. 
Il mio dito, mentre il cervello e il cuore altalenavano fra il giusto e il meno giusto, fra il mio dolore e quello che avrei provocato, ha scelto per tutti.
Si è ritratto, chiuso a scatto e non ha più ceduto alla richiesta di apertura, le altre dita, mai coinvolte hanno fatto spallucce e hanno girato sui tacchi. 
Cuore e cervello sono rimasti aperti a metà come un cocco mentre liquido cerebrale e sangue percolavano dai bordi e il mio dito, avvicinatosi al mio lungo naso, mi mostrava un tatuaggio con su scritto BUON SENSO. 

Folaghe

Qualcuno sa in che ambiente lavoro ma traccerei una piccola pennellata con qualche parola sullo stesso: misogino, assassino, falso, ipocrita, stupido, pericoloso in quanto stupido con qualche sprazzo di onestà, sincerità e dabbenaggine innocua.
Per far sì che tutte queste qualità si amalgamassero e si frullassero in un’ ottima pozione velenifera il Pastore un giorno decide con fare democratico (‘Vi prego mandare la conferma della partecipazione che non è facoltativa…’) di fare una riunione ops scusate una convention (fa moolto più chic) in un romantico ed evocativo luogo (si, si va bene!!! Location fa molto più…) dai tratti medievali.
Partenza dagli stalli in pulman formato gita scolastica e via verso il luogo che sarà di cementificazione dei rapporti (da buona siciliana quando si parla di cemento l’unica immagina evocativa che ho sono le scarpe di cemento, sed sic transit il mio pensiero).
Ho la fortuna di prendere il pulman silenzioso, sull’altro pare si sia scatenato il Buon Pastore con canti di Giubilo e di lode alla gioia.
Arrivati a destinazione, sguardi estatici si fermano sulle mura merlate e le orecchie vengono deliziate da lì a breve da altre Lodi mattutine del Pastore, del Vice Pastore e di un incerto gruppo di belanti pecorelle.
A pro della giornata il sole splende su un blù cobalto. Ma la ricreazione dura poco e comincia il ballo, le danze vengono aperte dal Giovane Pastore che in un profluvio di IO IO IO IO e IO, Io SONO, IO HO, IO FACCIO, C’è chi può e chi non può IO PUO’, IO CANTO, IO SUONO, IO ORGANIZZO, IO COMANDO si lancia in un ode agro pastorale che costruisce rampe di lancio per lanci di stormi aviari a ripetizione.
‘Arrivato qui non me ne fregava un cazzo di Voi, eravate numeri di matricole’.
Si lo so, manca la rima baciata ma la ricerca del bacio era solo delle chiappe del Pastore da parte della sua pletora adorante. Che volete fare? Ad ognuno la sua letteratura.
‘Poi dopo qualche mese IO ho pensato che IO dovevo conoscere le persone prima di licenziarle e così adesso penso che non me frega un Cazzo di Voi ma non vi licenzio’
Giubilo muto da parte della platea, attonita dallo stormire sempre più rumoroso.
Io sospiro.
L’esaltazione bucolica, il profluvio di presenze avicole, l’orgia di colorite espressione prosegue e si sofferma sulla importanza di una donna che lavora.
‘Non capisco che cazzo gliene frega, le segretarie non contano un cazzo, le trovi a mazzi sui banchi dei supermercati’
Crassa risata del gruppo di sciocchi di turno asserviti al ruolo di munti dal Pastore anche in assenza di mammelle e con presenza di protuberanze riproduttive (per intenderci quelli che volano in sala conferenze dall’inizio).
Io mi vergogno per loro.
‘IO HO VOLUTO dare fiducia e porto ad esempio due casi’
Sulla natura di uno dei due preferirei soprassedere ma voci di corridoio, rumors e quant’altro vorrebbero che uno dei due casi sia una dispensatrice di saggezza orale con declamazione puntuale di parabole nei momenti difficili dell’esistenza del Pastore, ma mi astengo dal pensarlo anche se, portare il soggetto come case history aziendale, un solletico alla mia astinenza lo comporta.
L’altro caso viene presentato così: ‘Io devo fare i complimenti a Y perché del suo progetto xxxx non se ne è capito un cazzo di quello che è però lo ha fatto bene’
Io annichilisco.
La ballata dell’IO e la declamazione dell’ enciclopedia ‘Uccelli a tutte le ore’ termina di lì a poco, dopo qualche altra preziosità lessicale che si è un po’ persa nella mia memoria.
Il pomeriggio è a dir poco noioso e soffocante, siamo costretti a stare nelle stanze poiché il giro del paese comporta un tempo di periplo di 21 minuti fatto a piede lento.
I pasti sono dozzinali e tristi (ma immagino costosi), le danze e le scenette ti divertono un po’ ma la perplessità è sempre in agguato. La mattina del giorno dopo il Giovane Pastore è affiancato da un altro Pastore, maggiore di lui, che guida un altro gregge la cui scenografia è simile alla nostra. Il Pastore maggiore, però, non ha propensioni etologiche come il nostro ed il suo linguaggio è misurato e controllato ma le palle di cannone di deiezioni hanno la stessa portata di quello giovane, anzi no forse sono a amggiore gittata perchè il suo gregge è più grande.
L’apice delle s…cannonate si raggiunge quando LORO si chiedono, pagati, strapagati, raccomandati, protetti e blindati più di Dio sul suo trono, perché lo fanno.
Io digrigno i denti dalla rabbia.
‘perché amiamo raccogliere le sfide, perché abbiamo una missione da svolgere’
Si è vero la missione c’è ed è quella di occupare le poltrone finchè c’è lo scirocco, quando viene il maestrale spostarsi verso lidi diversi e continuare a pensare che le persone sono matricole, che le matricole sono numeri e che delle persone non gliene frega una beneamata folaga.