mercoledì 24 dicembre 2008
Dialogo assurdo?
‘Non ne vedo il motivo’
‘Non c’è un motivo per tutto’
‘Illogico se non ci fosse’
‘Logico sarebbe che tu afferassi la mano’
‘Hai visto che c’è un grillo accanto al tuo piede?’
‘Si c’è anche un papero nello stagno’
‘Non mi posso muovere, non riesco a vederlo’
‘Ecco ho trovato il perché?’
‘Direi anche il come’
‘Dove e quando lo darei per scontato mio caro’
‘Eviterei di citarli anche io perché so che adesso siamo qui’
‘Situazione incresciosa, trovi?’
‘Alquanto…ti infangherò le mani, tesoro’
‘Hai infangato molto più che quelle, amore’
‘Sono scivolose non riesco a tenere strette le tue’
‘Qualche tempo fa ci riuscivi’
‘Direi che puoi tirare adesso’
‘Sei scivoloso
‘Un altro po’ e ci sono’
‘Lo ripeti da sempre’
‘grazie angelo mio, quelle sabbie mobili cominciavano a infastidirmi’
‘Ho perso la fede!’
‘Un orafo e un prete ti aiuteranno’
‘E’ ora di cena’
‘Hai schiacciato il grillo’
‘Ho fame’
mercoledì 17 dicembre 2008
P.S. ambivalente
PS.
Mi dicono sei una problem solver. Forse no. O forse si ma credo sia l’animo innato della crocerossina che defluisce sui percorsi lavorativi. Quello che mi scoccia è che sono una problem solver di problemi che creano altri che, come atto finale, hanno una rovinosa caduta sulle mie spalle. Le mie spalle sono contratte da spasmi muscolari dolorosi, quindi se voglio attutire la caduta devo necessariamente parare in modo razionale e/o creativo l’impatto.
Devo dire che la tecnica si sta raffinando e la soluzione comincia ad assumere la stessa velocità della formazione del problema, si sta, cioè, formando una sorta di pre/onniveggenza del fare altrui, che, più semplicemente, collima più con una banale prevedibilità dell ‘incapacità altrui. Essere un PS è stancante e non ti permette di abbassare la guardia.
giovedì 4 dicembre 2008
Non mi guardare
mercoledì 3 dicembre 2008
Thanatos
venerdì 28 novembre 2008
tre anni
lunedì 24 novembre 2008
La coppietta di Cairoli
domenica 23 novembre 2008
quando
giovedì 20 novembre 2008
'Ora abbiamo le prove'
Adolf Hitler, aveva solo un testicolo.
da cui il mio pensiero del giorno: per un coglione perso (ancorchè in battaglia), cento ne rimangono.
Sic!
martedì 18 novembre 2008
ed ecco
giovedì 13 novembre 2008
E’ solo una questione di tempo!
Il tempo è così o passa leggero sopra la pelle senza accorgersene o lo senti pesante sulle ossa e sulla pelle. Lui è un fondista ed un velocista. Corre, corre e corre.
Io sono stanca di inseguirlo, stanca di sentirmi dire è una corsa contro il tempo.
La nostra lotta è impari ma io posso giocarlo col paradosso della tartaruga.
Mi lasci libera, mi faccia essere tartaruga e finalmente andrò oltre il tempo.’
L’uomo aggrottò le sopracciglia e la squadrò da cima a fondo. Era una donna con la D maiuscola, chiusa nel corpo di una tredicenne. Le rughe divennero sempre più profonde, sempre più dure, alzò lo sguardo verso i genitori seduti dietro ai banchi, erano di fronte a lui ma sapeva, seppur non vedendole, che si stringevano le mani convulsamente.
Era abbastanza vecchio da non sapere più tenere a bada i sentimenti, aveva abbastanza esperienza da avere due centimetri di pelo sullo stomaco, aveva abbastanza naso da amare le aule polverose e ne aveva abbastanza di quel lavoro.
La ragazzina lo guardava fisso, le pupille dilatate e la voglia di spiegare perché. Gli occhi dell’uomo canuto sembrarono darle il permesso.
‘Perché, signore, il tempo ha vari odori, rumori ed azioni. Non voglio più sentire il tempo del disinfettante, il tempo degli zoccoli degli infermieri, il tempo dell’ago infilato in vena, il tempo del colore bianco sulle pareti dell’ospedale. Non voglio che mia madre Kirsty racchiuda più il mio tempo incastrata nelle linee del parcheggio autorizzato dell’ospedale mentre si asciuga le lacrime prima di raccogliere il coraggio per vedermi sempre sdraiata in una stanza che non ha potuto arredare per me. Non voglio più che il tempo si intrecci a quello delle gocce di chemio che si infilano su per il braccio. Perché è quello che succederà, di nuovo. Non ho avuto il tempo dei capelli, non ho avuto il tempo delle corse. Non ho avuto il tempo di farmi abbracciare da mio padre Andrew o di farmi spingere su una altalena perché il mio tempo scorreva nella clessidra dell’ospedale. Voglio essere tartaruga e non lo chiedo per favore.’
L’uomo si chinò un poco verso lei.
‘Hanna potresti vivere!’
Hanna alzò lo sguardo sfidando la vita.
‘Potrei! Ho un buco nel cuore perchè con le cure avrei potuto vivere! Potrei vivere se mi facessero un trapianto. Potrei morire, potrei ricominciare le cure appena mi sistemano i pezzi rotti ma non è certo. Invece vivrò quello che mi resta quando sarò tartaruga: lenta lenta verso ciò che mi aspetta, svegliandomi nel lettone fra mamma e papà, facendo colazione con Sir Paul che mi salta addosso, vivrò il sole la mattina, la pioggia dell’inverno, l’erba bagnata del prato e vivrò senza un tempo che non ho mai avuto ma col mio tempo, quello che dovevo avere, quello che non ho mai avuto. Il tempo con gli odori di casa, con la carta da parati scelta dalla mamma, il tempo di un cinema con gli amici.’
L’uomo si aggiusto la toga, mirò lo sguardo verso le due statue di sale sulla panchina e ci pensò. Ne aveva abbastanza di molte cose, di decisioni da prendere che segnavano vite ma non aveva mai capito abbastanza dell’animo umano sorprendendosi ogni volta, nel bene e nel male.
‘E tartaruga sarai!’
martedì 4 novembre 2008
Invettiva
Dal chiuso di questa setta si alzano miasmi nauseabondi che si intrufolano in ogni anfratto dove sbarluccica la pepita del potere. Questi sbuffi di aria si nutrono di questo finto - ossigeno fino a prendere forma carnale e spettrale di vampiri assetati di potere, soldi e sangue. Raggiungono una poltrona e vi si avvitano. Cominciano a nutrirsi e pascersi delle briciole che vengono dai tavoli più grandi e con le bocche spalancate, come Leviatani affamati ingoiano fuoco, merda e brandelli di corpi che hanno tritato con i loro artigli.
Le loro poltrone scivolano su tracce segnate dalla bava del mostro più grande, del loro mentore e quando questo scivola su un’ altra poltrona, questi delfini saltano per tenere caldo il posto lasciato. E così sotto di loro tanti miasmi si trasformeranno in vampiri e percorreranno gli stessi passi dei loro mentori.
Del lavoro non sanno, non hanno mai saputo, non fanno e non faranno mai, il loro è un lavorio nell’ombra, un rimestio delle foglie secche del sottobosco, un cercare i frutti del loro potere nel frutto simbolo che è il blackberry.
Tessono le reti, vomitando filo in cui depositano le uova di ragno che quando si schiuderanno rimpolperanno la folla degli adepti, dal centro di potere diffondo il bubbone della peste, sotto le loro ascelle crescono le pustole che si gonfiano, si enfiano finché esplodono ed il liquido infetto generato fertilizza gli strati di letame della base e fa proliferare la razza.
Sono protetti, intoccabili, si battono il petto, si fanno il segno della croce, vanno a Messa, si confessano, professano una fede che è incentrata su perdono, carità ed amore,, si bagnano con l’acqua benedetta e, orrore degli orrori, prendono il corpo di Cristo transustanziato.
Con le labbra ancora attaccate alla pila si esibiscono nello sprezzante spettacolo del razzismo, del classismo, della misoginia, dell’arrivismo.
Ebbri di potere si sentono protetti dalla croce stessa senza sapere che respiro dopo respiro, loro sono i carnefici, loro ribattono senza pietà i chiodi a mani e piedi del crocifisso.
Loro uccidono il senso della parole Amore e carità. Loro sono i Giuda, i Barabba, i Pilato.
A casa con le loro donne, urne di procreazione continua, mettono la maschera della dolcezza e del rispetto, fuori con le donne che lavorano per vivere sono cani rabbiosi pronti a disfarne le carni o a farsi quelle carni con rabbia, lascivi. La loro lancia si conficca nel costato.
Passano e ripassano la spugna imbevuta d’aceto sull’assetato quando, falsi e cortesi, godono dei loro guadagni facili e deridono coloro che tentano di farcela da soli.
Sputano sul corpo martoriato quando le loro bocche si impastoiano di volgarità e bestemmie.
Fra questa marmaglia che tira a sorte e straccia le vesti dov’è il pio Longino?
Dove sono i piedi nudi e piagati di S. Francesco? Dove sono le figure come mi tio cura che la Domenica delle Palme arriva in groppa all’asinello per i sentieri dell’ hacienda.
Dov’ è l’arca dell’Alleanza? Dov’è il vostro don Giussani?
La vostra saliva è acqua reflua, le parole solide deiezioni.
Siete vestiti da sacerdoti del tempio ed intanto vendete la vostra merce avariata all’interno. Vi battete il petto e vi stracciate le vesti. Prefiche del potere vi strappate i capelli per finto dolore. 30 denari sonanti tintinnano nelle vostre tasche, lo vendete, lo tradite per vederlo immerso nell’orrido scempio della Passione di cui voi siete i più grandi fautori perché dal sangue di lui Vittima, e di tutte le altre che vi lasciate intorno, vi abbeverate.
Arriverà il giorno in cui lo Psicopompo peserà le Vostre anime e queste rotoleranno lungo il fiume infernale, dritte nella bocca del Leviatano, quello vero, quello che non perdona, quello che vi regalerà l’eternità della disperazione, vindice ultimo di noi vittime dissanguate.
Ma un attimo prima della pesatura delle vostre putride anime, quando ancora il corpo avrà sussulti di vita, una donna, quel sesso da voi usato, maltrattato e ucciso, arriverà con la sua bilancia e la sua spada anticipando i tormenti della sorella Giustizia Divina.
sabato 4 ottobre 2008
Aspettando tram
L'aria è frizzante, non fredda se paragonata a quella umida e pesante, invernale di Dusseldorf che però sa di aria mentre qui non sa. Non sa di essere aria, non sa più di cosa sia fatta.
Aspetto che il semaforo diventi verde, la zona è stranamente tranquilla, i miei occhi già corrono dall'altro lato del marciapede e si allungano su Via Orefici nella speranza di vedere il profilo del tram. Ma è quasi deserto il panorama urbano di questa Milano di fine settembre.
Scatta il verde, attraverso la strada, le ruote del trolley si incastrano sui binari delle rotaie, devo dare uno strappo e il muscolo si tende in uno spasmo così come quello della mia bocca. Tiro avanti. Gli occhi sono puntati davanti a me e sono attratti da una coppia insolita.
I loro corpi sono ravvicinati ma è la donna che quasi si appoggia a lui mentre il ragazzo è schiacciato in atteggiamento di fuga impossibile, appoggiato al muro che vorrebbe lo inghiottisse per farlo sparire da quel momento agghiacciante a cui non si sfugge.
Continuo il mio percorso, li sfioro con il corpo, con l'udito, con i sensi, con l'olfatto, sento la puzza della paura, della disperazione, del punto di non ritorno, abbasso lo sguardo mentre li incrocio perchè mi sembra di invadere un momento di dolore, mi appare su un tappeto da esterni la scritta dell'Hotel Sir Edward, quasi cancellata dal calpestio costante.
I due attraenti il mio interesse bisbigliano, sento un no ripetuto uscire a fior di labbra dalla donna. Proseguo il mio cammino e mi metto ad aspettare un tram che non vuole arrivare. Leggo sul display che i mezzi riprenderanno la loro corsa dalle 22, evidentemente c'è stato sciopero. Mi metto pazientemente ad aspettare che trascorrano questi lunghissimi minuti.
Si alza un pò di vento, tiro su il bavero dell'impermeabile e stringo la sciarpa. Mi appoggio al muro e la mia prospettiva cambia.
Vedo la donna di tre quarti, sono già abbastanza distante ma non tanto da non vedere i gesticolii moderati, la postura dei corpi ed il loro linguaggio. Lei avrà sessant'anni, lui una trentina. I tratti del volto del ragazzo tradiscono una mediterraneità del Nord Africa, Marocco o Tunisia. Il seno di lei è prosperoso, cerca di sfiorare inconsciamente il petto di lui, il contatto non è cercato ma rivela un'attrazione che esula da un rapporto di lavoro o di amicizia. Le mani, piccole, sono alzate e con i palmi rivolti verso di lui e stanno chiedendo di aspettare, si muovono per spiegare, lui è sempre più attratto dal muro e il suo petto è incassato per evitare il contatto con il seno di lei.
Guardo l'abbigliamento di lei che indulge ad una femminilità grottesca e male assemblata come in un collage fatto da un bambino dispettoso. Ha una gonna a balze di pizzo nero ed una maglia rossa con palleittes luccicanti, aderente, che rivela una pancia gonfia, tesa e tonda, troppo tonda rispetto a gambe magre strette in calze nere, pesanti.
Ora è lui che diniega con la testa lasciandola vagare come se non avesse più muscolatura, come se scuotendola, cercasse nell'invertebralità del collo, una via di fuga. La situazione è tesa, la percepisco dal mio spicchio di marciapiede. Lui è stanco, avvilito da una situazione che, forse, ha toccato il limite di sopportazione per la sua giovane carne. Lei è tesa e cerca di tirare sulla sua secca una barca di legno, colorata di giovinezza che ha messo la prua verso il mare aperto. Le condizioni del tempo sembrano cambiate, lui non vuole stare più in quel porto vecchio e malandato. E' lui che ha deciso di prendere il mare e lei cerca di fermarlo.
Lui cerca di abbandonare la solitudine della compagnia di questa donna, troppo ingombrante fisicamente e ora anche spiritualmente, lei cerca di non tornare alla solitudine del tempo naturale del tramonto. Sono due forme concave e convesse che non si incontrano e con ogni probabilità non lo hanno mai fatto, si sono adattate alle urgenze della necessità di un mondo che non li ha accolti, che non li ha accettati o a cui hanno fatto fatica ad abituarsi.
Lui è impaziente di finire una tortura che ha raggiunto il momento della discesa della lama sul collo di una relazione impossibile da continuare o semplicemente non più proficua, lei non vuole arrendersi a perdere ciò che ha attratto a lei con speranze di aiuto.
Ognuno è alla sua resa dei conti, ognuno ha preso e dato, uno è arrivato, l'altra non vuole scendere al capolinea.
Distolgo lo sguardo, mi si è annodato lo stomaco, guardo l'ora sul cellulare, forse ci siamo, sento un rumore di ruote su traversine, vicino il numero 16 c'è scritto 4 minuti. Rialzo lo sguardo e lui mi passa davanti con le cuffiette nelle orecchie, l'andamento molleggiato, un monospalla bianco, una leggerezza nei piedi, un sollievo nel viso, l'incedere diventa sempre più sicuro e baldanzoso, cammina e perde la zavorra di detriti sentimentali e fisici che lo hanno ancorato per un certo tempo alla secca di quella donna. Lo vedo allontanarsi sparendo nella penombra di Corso Italia in un moto sempre più simile alla levitazione. Si è tolto un peso e si dissolve dai miei occhi come un ultraleggero.
Lei trascina i piedi zavorrati dal peso della solitudine nelle scarpe da ginnastica, sul corpo raccoglie la zavorra che lui si è lasciato alle spalle, non sembra più avere un equilibrio stabile, ha perso il centro di gravità e si avvicina barcollando come un' etilista all'ultimo stadio verso la banchina del tram.
Indossa occhiali da sole grandi, quadrati che invadono il suo viso contratto in uno spasmo muscolare incontrollato, incontrallabile che ti deforma il viso, che scava le guance, che risucchia gli occhi nelle cavità orbitali. Lo spasmo della cruda verità che ti si avvita addosso senza che tu possa opporre resistenza. La bocca è storta in una smorfia di dolore, il peso della galoppante solitudine si spalma sulla fronte aggrottando le pieghe delle rughe. Il viso è inespressivo, vacuo, gli occhi che si intravedono fra le lenti grigie sono persi, umidi e interrogativi. Il pensiero che scorre sulle sopracciglia aggrottate (potevo fare di più, diversamente, meglio?) si intreccia con un movimento compulsivo di spostamento da destra a sinistra della testa incassata sulle spalle curve. Il 'non c'è più niente da fare' della testa è il primo atto di coscienza di quello che l'anima e il cuore accetterà molto tempo più tardi o mai allorché l'evento luttuoso sarà concreto, allorquando l'abitudine della finta sicurezza si sarà frantumata fra le rocce della vita.
Salgo sul tram e mi siedo, le porte indugiano a chiudersi, il segnale è rosso. Lei è di fronte a me, lui è svanito già. Lei si mordicchia l'interno del labbro inferiore sinistro, si infligge un piccolo tormento fisico per non sentire il tormento lacerante della silenziosa ed incombente solitudine con cui la vecchiaia va a fare compere.
Le porte si chiudono rumorosamente e lasciano quella cartolina animata dietro i vetri, il tram si muove lento sulle rotaie, quel pezzo di vita scivola fuori dal mio campo visivo. Abbasso la testa, la scuoto, ho pagato un biglietto per un dramma beckettiano, ma non troppo, recitato dalla compagnia dei dirimpettai. Unico spettatore di questo spettacolo muto e misurato, pagante il fio, i miei occhi, il mio odorato ed il mio trolley pesante.
venerdì 3 ottobre 2008
Verso il Montenegro
Guardo svagata qualche fotogramma che proviene dalla tv poi decido di spegnere, un saluto al mio vecchio e spelacchiato cane che ronfa beatamente sul divano e vado nella mia stanzetta. Crollo quasi subito ma ricorderò quel sonno, la mattina successiva, come profondo e pieno.
L’indomani alle 8 sono già pronta, porto il mio Fido giù ma di mio padre neanche l’ombra, esordisce intorno alle 9.30 con la sua solita battuta: ‘Allora. Io sono pronto, forza che è già tardi’. Mia madre, seduta ad aspettare da mezz’ora, lo guarda in procinto di volergli azzannare il collo, io invece sono rassegnata.
Il viaggio è lungo e inaspettato ma mio padre e mia madre sono di buon umore come me d’altronde. E’ da molto che non passiamo del tempo insieme e vedere le loro teste che ciacolano con me mi fa stare bene. Attraversiamo una serie di paesaggi a me noti, cambiati nei profili paesaggistici, mio padre mi indica un punto oltre le colline dicendomi che lì è stata l’ esplosione della santa barbara avvenuta qualche mese fa nel villaggio di Gerdec che ha causato la morte di 17 persone, lo sventramento del paese e devastazioni in un raggio di centinaia di chilometri.
E’ impressionante vedere come l’onda d’urto, scavalcando colline e percorrendo ampi spazi abbia fatto esplodere vetri e saltare ondulati che ricoprivano i tetti. A casa dei miei questa misteriosa signora ha creato un effetto sottovuoto che ha scardinato la porta d’ingresso del piano rialzato lasciando intatte le finestre ed il portoncino di ingresso.
A guardare il paesaggio sembra che la signora Onda d’Urto abbia sbadigliato e abbia risucchiato e poi espirato violentemente in un gesto annoiato da vecchia lady.
Finita l’autostrada giriamo in direzione di Scutari, le strade si fanno più strette, costellate di case a forma di baite di montagna, coloratissime come le case all’ingresso di Tirana, le case in costruzione con i ferri che tendono le dita verso il cielo in cui sono conficcati pupazzi e bandiere albanesi in funzione apotropaica per scacciare spiriti maligni.
Ci fermiamo a fare rifornimento presso una stazione di rifornimento che ha una copertura alta come il teatro di Sidney e dove svetta il nome Alpet, colosso che sta lottando contro la Taci oil per il predominio delle numerosissime e alquanto inutili pompe di benzina sparse per il territorio. Comincio, per gioco, a contare il numero delle stazioni di rifornimento ed i loro nomi e le appunto sul mio quaderno di viaggio: in 200km di percorso cioè dallo scorrimento veloce Vora – Skoder più il tratto per raggiungere il confine con il Montenegro gli occhi incrociano i seguenti nomi di stazioni di rifornimento:
Eri Oil, Lacy Oil, Alpet, Sara Oil, ExERI, EIDA, Laci Petrol, Jet Oil, Laska Oil il cui logo è identico a quello dell’Agip anni ‘70, Taci Oil, Ada Petrol, EKO, EuroMati, PalucaPetrol, Noloka, Lezha Petrol, Ldedaj, Sterkaj, Riva Oil, Eso con stesso logo della più nota Esso ma con una s in meno e la Kastrati Oil con il logo dell’elmo di Skanderberg, l’eroe nazionale.
Già di per sé questo elenco è impressionante ma il risvolto comico è che ne ho contate ben 68 il cui utilizzo è pari a zero.
La domanda che viene spontanea è: ma se non va nessuno come fanno a campare questi? La risposta è molto eco-logica: RICICLO ovviamente biologico, perché non lascia traccia e produce altra energia, invece su indifferenziato, plastica, vetro e lattine (e spero non rifiuti speciali) si sono organizzati nell’accettare sotto pagamento che alcune aree divenissero centro di deposito rifiuti provenienti da alcune aree dell’ Italia. Così come, sempre sotto pagamento, hanno deciso di vendere l’acqua che serve a produrre l’energia elettrica alla Grecia e, con il contributo di ancora scarsi impianti elettrici, costringono la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, ad essere privata dei rudimentali e necessari diritti.
Apro piccola parentesi: a Tirana il problema sussiste ma è diciamo ‘razionalizzato’, più ci si allontana dalle città e si va verso città più piccole o verso i centri rurali, più la situazione diventa drammatica. L’energia elettrica viene erogata solo poche ore al giorno costringendo ad utilizzare generatori o a vivere senza. La cosa positiva è che il cielo di notte in molte zone dell’ Albania è un cielo di notte, manto nero trapuntato di stelle, le lucciole sono ancora visibili e la luna piena illumina davvero il cammino. Chiudo Parentesi.
Ritorno alle stazioni di rifornimento: queste sono di varie forme, grandezza e dimensioni, quelle più piccole, rudimentali e tirate su con quel che c’è, normalmente sono popolate da uno o due uomini, accovacciati a terra con sigaretta attaccata alle labbra e pendula sul lato destro del labbro.
Se non sono accovacciati sono sicuramente seduti al bar che correda la stazione di rifornimento perché l’unica cosa che supera il numero delle pompe di benzina sono i bar, luogo di delizie, ritrovo e rifugio degli uomini e nelle città VIP anche di donne agghindate, truccate, curate ed estrose.
Nel concetto di numerosità in un recente passato rientravano i bunker molti dei quali sono stai parzialmente o totalmente distrutti, il ferro delle intelaiature è stato riutilizzato o rivenduto e questi monumenti alla inutilità, ormai, sono solo un ricordo letterario o una presenza per gli occhi di turisti e fruitori nuovi dell’Albania che, sicuramente, li vedranno spuntare dalla sabbia della costa o attorniare le pendici di Valona, fare capolino attraverso i rovi nelle montagne, puntare le loro bocche aperte verso il mare da posti insoliti e incredibili ma li vedranno ultimi eroi, pallido ricordo di una fiorente vegetazione cementifera che ormai si presenta in via d’estinzione e con aspetti paleoetnografici.
Da Shkoder in poi la strada si restringe, è sconnessa, scomoda. Ma il tratto non è così drammatico e alla fine con lo spettacolo mozzafiato della laguna di Shkoder (Parco Nazionale Oc Olimini) ci mettiamo a fare coda. Papà mi racconta di un episodio del passato: il fratello di un Suo carissimo amico scutarino per sfuggire al regime di Hoxha, nottetempo, si cosparse di grasso e attraversò a nuoto il lago per raggiungere la costa montenegrina. Il grasso aveva la duplice funzione di annerirlo e di proteggerlo dal freddo pungente.
Quest’uomo raggiunse il Montenegro, fu accolto da alcune famiglie albanesi per un certo tempo e poi emigrò negli Stati Uniti. Lui ce la fece, molti altri furono uccisi o morirono o vennero imprigionati e mandati nelle zone paludose e malariche dove trovavano ad aspettarli i dissidenti, la fame, le malattie e spesso la morte.
Mentre papà racconta immagino la scena: la famiglia che lo vede per l’ultima volta, che non avrà notizie per molto tempo, non sapendo se sarà riuscito a sopravvivere alla traversata e se sarà accolto in Montenegro. Lui che si spoglia dei vestiti e quindi della sua vita, degli affetti, del passato e si cosparge del nero dell’oscurità e dell’incertezza, che si immerge in acqua, nudo, per il suo nuovo battesimo, che ad ogni bracciata mette la forza della disperazione e mischia nell’acqua nera e fonda le lacrime della paura, dell’abbandono e della solitudine.
La coda al confine albanese è abbastanza rapida, in Montenegro ci chiede i passaporti uno svettante omone, il primo di una lunga serie, in Montenegro la coda è molto più lunga e il tempo sembra non passare mai. Un cane di confine gironzola attorno alle macchine per raccogliere coccole e cibo e sfoggia un’abilità ed una destrezza da maitress.
La fila si muove finalmente, siamo liberi, verso il Montenegro.
giovedì 2 ottobre 2008
Introduzione al mio viaggio piccolo nei balcani
mercoledì 1 ottobre 2008
Gli abitanti del castello del piccolo folletto
Il pavimento è galleggiante, pieno di polvere d’oro, d’argento, di bronzo, e di polvere polvere, strisce di petali, rivoli d’acqua, pagliuzze di ferro, trucioli di legno, punte di chiodi, è rigato, usato, reca tracce, orme, segni, è una scacchiera con un gioco di vuoti e di pieni.
Una piccola porta si apre e permette l’accesso a quanti vogliono camminare sul pavimento; ognuno lascia le sue orme, piccole, grandi, con i tacchi a punta, con la suola di gomma.
Ognuno segue una traiettoria, c’è chi si ferma in un angolo illuminato, chi in quello in penombra, chi in quello buio pronto a saltare fuori all’improvviso. C’è chi passa così velocemente che solleva la polvere, crea mulinelli di fiori, modifica le strisce di petali ma poi questi ricadono e coprono le orme di chi non si è voluto fermare, di chi non era gradito, di chi ha solo sbagliato pavimento.
C’è chi si accomoda in salotto, segna un solco, segue un cammino e poi diventa padrone di parte di quel pavimento e della sedia, poltrona o sgabello che ci sta sopra.
C’è hi preferisce la cucina e si muove solo fra un aperitivo un pranzo o una cena.
C’è chi ancora guarda alla finestra di questa strana costruzione fatta di pareti trasparenti e si chiede se deve entrare o no.
C’è chi sta per uscire dopo essersi fermato sotto questo tetto di biscotti e marzapane perché vuole andare altrove o semplicemente è stato troppo seduto sul cornicione interno della finestra o ancora, perché è sazio di questi sapori agrodolci che vengono insufflati dai lampadari e dalla mobilia.
C’è chi è sull’uscio e ha appena suonato per entrare.
C’è chi è di guardia su un torrioncino di spazzolini da denti e avvisa se avanzano carie indesiderate.
C’è chi vende gli ombrelli a chi li apre per riparare dai giorni di pioggia battente le mura di cristallo.
Gli abitanti di questo strano castello abitano lì senza passaporti, richieste o autorizzazioni.
Si sono trovati davanti ad esso e hanno o non hanno bussato oppure hanno soltanto trovato la porta socchiusa e hanno spinto sui cardini oleati e quando questi non erano oleati, sono tornati indietro, hanno preso un po’ di grasso e lo hanno messo semplicemente su per tamponare gli scricchiolii.
I fondatori AnnaMaria e Gaetano hanno scelto il terreno, hanno scavato le fondamenta, hanno posto la pietra d’angolo vicino all’altro castello, eretto due anni prima, sulla collina chiamata Maurizio, altri hanno aiutato a costruire impastando la malta, portando i vetri e così in 36 anni il castello è stato costruito, riparato, allargato, modificato.
Gli abitanti di questo castello si riuniscono per celebrare l’anno di fondazione e hanno identità caratteriali che li contraddistinguono nella pronuncia scandita e lenta dei suoni che producono i loro nomi: la dolce fermezza delle E di Elena, la positività sorridente dell’asserzione contenuta in Simona, la lunghezza della tenacia del nome Alessandra, la morbida riservatezza delle emme tonde di Myriam, la dolce esoticità della e finale abbandonata di Nicole, la ferma scansione della bisillabicità di Anna e Luca, la limpidità cristallina del significato di Chiara, la profondità gutturale di cuore accanto al dittongo di Gaetano, la luminosità contagiosa di Lucia, il rassicurante abbraccio del suono Puccio.
Altre numerose e rilucenti identità precise, altri angoli sicuri del castello, altre chiavi di volta non erano sui merli ad accendere le 36 torce ma erano attorno al camino rosso acceso, cuore della costruzione, pieni di fuliggine perché impegnati a pulire la canna fumaria e ad alimentare con legna di speranza e carta di ottimismo fresco, il fuoco incerto della fine estate di questo anno.
Ognuno degli abitanti è entrato, sta entrando o è uscito o sta uscendo a suo modo, con passo leggero, con pedata pesante, con piedi striscianti, con tocco felino ma ognuno indistintamente ha lasciato almeno una traccia, un dono o un regalo che impreziosisce, arricchisce, costruisce, ripara, raramente ferisce, spesso riscalda il castello di questo piccolo folletto, a volte spaventato e a volte sorridente, che, quando scende la notte sui pensieri, seduto sul lampadario di pellicola per alimenti del salone, si guarda intorno, scorgendo i corpi addormentati e in cuor suo gioisce della bellezza luccicante degli abitanti del suo castello che lo rendono più sicuro di quello che non sarebbe senza di loro.
mercoledì 24 settembre 2008
Parto per una settimana
Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorso (...) chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione (...)
(...) Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
(...)
giovedì 18 settembre 2008
Ditta Levantino
Pensieri di donna sposa
domenica 14 settembre 2008
retroattività
mercoledì 10 settembre 2008
Il ballo scomposto degli interrogativi ad uncino
Puccio mi ha detto che ho lasciato i mie fan all’asciutto (curioso, non ho mai pensato di avere fan)
C’è un dato di fatto che giustifica la mia assenza. Il periodo è stato soffocante, abbrutente e stancante. E’ così quando devi salvare il salvabile, è così quando devi ricostruire il puzzle della tua esistenza rotto da uragani che durano mesi.
Prima bisogna cercare tutti i pezzi sparpagliati qua e là nei recessi del tuo corpo: anima, mente, sangue, fegato, stomaco, mani, piedi, sistema simpatico, nervoso, linfatico, reni e quant’altro componga questo mio essere di carne.
Raccoglierli tutti e iniziare a farli combaciare ma i tagli, gli strappi, le pieghe, purtroppo, non si cancellano e rimangono lì a ricordarti che l’uragano c’è stato ed è bene non dimenticarlo. Quei pezzi stropicciati, malridotti ti fanno sempre guardare il cielo nero con il timore che ancora non sia finita. E non lo è.
Oggi mi hanno detto di non mollare. Io ho risposto che non mollo ma a volte… beh a volte è dura, a volte, sdraiata sul divano, la notte mi chiedo, mi domando, cerco di raddrizzare le curve dei miei punti interrogativi ma loro si ostinano a riprendere posizione e a fare anche di più. Si girano a testa in giù e diventano uncini che mi si conficcano sotto le ascelle, sui muscoli cervicali, alla base del collo, sui fianchi e fra le dita dei piedi, mi tirano su come una marionetta e mi fanno ballare. Ecco. Per ora eseguo il ballo scomposto degli interrogativi ad uncino.
Non mollo ma a volte… a volte, come oggi, si decidono le sorti. Ci sono date che non si scordano, ci sono numeri che ritornano.
Ci sono numeri che ritornano nella mia vita: l’1, il 9, il 18 ad esempio e combinazioni di questi numeri. L’1 è sempre un inizio ed una fine. L’1 sono nata, l’1 sono rinata, l’1 muio e rinasco. Il 18 era una data sognata, il 18 è una data di rottura, di chiusura, il 18 torna ad essere una data di speranza e di sogno. Ma i miei numeri non vanno in linea retta, si chiudono sempre in un cerchio che dà continuità a se stesso. E rotola, rotola lungo la carne del mio corpo, carezzando l’impalpabilità dell’anima onnipresente, segue il perimetro e poi ritorna in bocca, lo inghiotto, segue il percorso degli organi interni per poi tornare su dalla gola e fuori dalla bocca. Ho scoperto che i miei numeri, i miei cerchi non si fermano mai.
Non linee rette, spigolose, non frecce che si conficcano ma rotondità che fanno male quando incontrano un’ asperità, saltano sulla roccia, ricadono più o meno fragorosamente, si feriscono, si tagliano, a volte sanguinano, fanno il livido e poi si rigenerano.
I miei numeri rotondi mi danno alla fin fine motivo di tranquillità, nel fondo dei cerchi si sedimenta un liquido di speranza bianco profumato di gelsomino e quando loro girano, il liquido va in circolo, si spande e macchia il liquido denso, grigio delle deiezioni lasciato dagli uragani.
Piccole venature, piccoli oggetti, piccole presenze. E’ la presenza delle piccole cose che rende tutto speciale, diverso, unico. Piccole presenze che diamo per scontate e che invece sono perno, cardine, cuscinetto, cerniera, olio per far aprire e socchiudere la porta dell’esistenza.
Le piccole potenti presenze.
Bisogna farne buon uso, non scordarle, non banalizzarle perché quando non si trovano più nei cassetti disordinati della vita quotidiana ci si rende conto di quanto siano importanti.
Un sorriso, una carezza, il profumo della pelle, il bacio della buonanotte, un abbraccio, la condivisione, i ricordi, i viaggi…..tante piccole venature bianche profumate fra il liquido denso delle deiezioni.
venerdì 5 settembre 2008
COMING SOON
sabato 23 agosto 2008
...sosta a Parco Sempione, arriva pietro.
L'Ultima cena di peter greenaway e ...
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