mercoledì 24 dicembre 2008

Dialogo assurdo?

‘Prendi la mano’
‘Non ne vedo il motivo’
‘Non c’è un motivo per tutto’
‘Illogico se non ci fosse’
‘Logico sarebbe che tu afferassi la mano’
‘Hai visto che c’è un grillo accanto al tuo piede?’
‘Si c’è anche un papero nello stagno’
‘Non mi posso muovere, non riesco a vederlo’
‘Ecco ho trovato il perché?’
‘Direi anche il come’
‘Dove e quando lo darei per scontato mio caro’
‘Eviterei di citarli anche io perché so che adesso siamo qui’
‘Situazione incresciosa, trovi?’
‘Alquanto…ti infangherò le mani, tesoro’
‘Hai infangato molto più che quelle, amore’
‘Sono scivolose non riesco a tenere strette le tue’
‘Qualche tempo fa ci riuscivi’
‘Direi che puoi tirare adesso’
‘Sei scivoloso
‘Un altro po’ e ci sono’
‘Lo ripeti da sempre’
‘grazie angelo mio, quelle sabbie mobili cominciavano a infastidirmi’
‘Ho perso la fede!’
‘Un orafo e un prete ti aiuteranno’
‘E’ ora di cena’
‘Hai schiacciato il grillo’
‘Ho fame’

mercoledì 17 dicembre 2008

P.S. ambivalente

Da un po’ mi definiscono così.
PS.
Un acronimo, lettere contratte, significato preciso.
Mi dicono sei una problem solver. Forse no. O forse si ma credo sia l’animo innato della crocerossina che defluisce sui percorsi lavorativi. Quello che mi scoccia è che sono una problem solver di problemi che creano altri che, come atto finale, hanno una rovinosa caduta sulle mie spalle. Le mie spalle sono contratte da spasmi muscolari dolorosi, quindi se voglio attutire la caduta devo necessariamente parare in modo razionale e/o creativo l’impatto.
Cosicché guardo il problema, scorgo l’angolazione, calcolo la velocità con il quale il problema si abbatterà e lo spezzetto per evitarne uno più grosso.
Parcellizzato il problema i suoi effetti cadono a pioggia su un raggio più ampio di quello delle mie spalle e così, se non l’ho risolto del tutto, faccio in modo che anche altre spalle si gravino di qualche peso.
Devo dire che la tecnica si sta raffinando e la soluzione comincia ad assumere la stessa velocità della formazione del problema, si sta, cioè, formando una sorta di pre/onniveggenza del fare altrui, che, più semplicemente, collima più con una banale prevedibilità dell ‘incapacità altrui. Essere un PS è stancante e non ti permette di abbassare la guardia.
Gli acronimi mi piacciono, mi piace essere un PS ma con una punteggiatura diversa perchè spesso un punto fa la differenza: P.S. = Post Scriptum.
Si, perché a me piace non finire mai di scrivere una mail, una lettera, mi piace aggiungere sempre qualcosa. L’ultima scia, l’ultimo profumo, l’ultima traccia di me su un foglio in bianco e nero o elettronico.
E’ soave essere un Post Scriptum, qualcosa di nuovo ancora in emozioni già espresse.
L'ultimo soffio di pensiero vicino al punto di chiusura.

giovedì 4 dicembre 2008

Non mi guardare

La pelle era solo carta vetrata, le ossa erano incollate solo dal nylon dei tendini, non c'era più tessuto molle. Soffiava il vento, la pelle si muoveva fra le pieghe della pelle aggrinzita. Gli occhi si sgranavano nelle orbite del teschio. I capelli erano radi, qualche dente ancora ballava con le vibrazioni di pochi incerti passi che ancora potevo fare, lo stomaco era solo un budello per contenere un etto di salsiccia, il fiato faceva fatica ad uscire da polmoni rattrappiti su loro stessi  ma tutto era ancora troppo.

Troppa pelle, troppe articolazioni, troppi capelli, troppo fiato ancora in corpo anche se il corpo arrancava, non reggeva, dondolava oscillando e cedendo alla schiacciante forza di gravità. 

Non vedevo, non volevo, non dovevo. Tutto era da repellere. Tutto: i liquidi, i solidi, i fluidi sentimenti di chi piangeva lacrime amare.Salato, dolce, speziato, agre. Nulla, più nulla, perchè era così. Un gioco all'inizio, una scelta alla fine, una volontà, l'unica che mi guidava, durante.

Un rantolo, il penultimo. E tu, disteso accanto che accarezzi questa carta vetrata. Hai parlato a lungo, hai urlato a volte, hai insistito sempre. Non hai mollato ma non hai capito. Neanche io. Io non volevo essere aiutata. Non l'ho mai voluto, sapevo che non volevo rimanere imprigionata dentro questa teca di cellule. 
Tutta era iniziato per una scintilla di candela e questa candela l'ho consumata in fretta. 
Non avere pietà per me, sii indulgente con te. Nessuno ha colpe per ciò che non può controllare. 
Io non ero per me. 
Un rantolo, l'ultimo. 
Forse ho sbagliato. 
NO, adesso il dubbio no. Non mi guardare. 
Adesso no, è troppo tardi, adesso no, non posso capire, adesso, l'amore. Non posso capire adesso, la vita, adesso che l'ultimo rantolo la fa rotolare con sè fuori da queste labbra di paglia secca.

(a volte i sogni, a volte gli incubi)

mercoledì 3 dicembre 2008

Thanatos

Avete sbirciato intorno?
Avete sentito il sibilo della falce quando gli occhi sfiorano i paesaggi di lettere? Avete sentito il vento freddo del mantello nero della Signora Indifferenza che si muove quando siete distratti dall'articolo a forma di glutei della brasiliana di turno?

Rutshuru, Kiwanja: passa la morte volando sopra i soldi, si nutre di odio, fa un giro su stessa e ritorna a mordere il collo di milioni di bambini,  generazioni cresciute alla luce di pallottole, sangue, violenze, stupri.
Lì vicino, a  Rumangabo, la morte si fa beffe di Madre natura strappando l'ultimo lembo di casa ad innocenti animali.

Tutto tace. 

Papua Nuova Guinea: incede la morte sulla strada di un dolore necessario, le madri uccidono i figli maschi per non mandarli in guerra, innocenti epigoni nella sorte, dei bimbi spartani deformi, inutilizzabili per la guerra.

Il silenzio urla.

Calabria: la morte danza sulle anse cerebrali sorde al raziocinio, un bambino si spezza su un pavimento.

Qualche piccolo vago rumore di indignazione.

Nakhon Nayok, Thailandia: la morte ride seduta sul bordo delle bare dove uomini e donne pagano per far finta di morire e rinascere per soli 5$.   

La morte sghignazza alle battute finali di una triste barzelletta raccontata da ogni singolo uomo sulla terra, incrostato dentro la sua indifferenza ma nessuno la sente. 

venerdì 28 novembre 2008

tre anni

Stamattina ho fatto in fretta, alle 6.20 ero già per strada. La città è ancora al buio  ma fiocca la neve. Il freddo è pungente ma lo spettacolo radioso. 
La neve ovatta i rumori, cade silenziosa e mi crea quiete interiore. Ho un mazzo di chiavi in mano ma è come se fosse la mia valigia di tre anni fa. Vado a fare delle analisi adesso, tre anni fa iniziavo ad analizzare un'altra parte della mia vita. 
Mi siedo sul bus vuoto e freddo, mi rincantuccio dentro il mio piumino marrone, anche lui fa tre anni. Poggio il naso sul finestrino gelato e vedo l'immobilità sonnacchioso di una città che ancora non si sveglia. 
Sono immersa nei miei pensieri che fioccano come la neve fuori. Ripercorro strade che conosco e decido di proseguire a piedi il percorso nonostante il freddo. 
Il viale alberato mi accoglie espandendo il ticchettio dei tacchi in modo tronco. 
I rami degli abeti si cominciano a piegare sotto il peso della neve. La luce ha cominciato a schiarire il cielo ed i particolari, qualche macchina lenta avanza seguendo il suo percorso. Attraverso la piazza silenziosa, scivolosa, cammino sul marciapiede fatto di lastroni di pietra e finalmente ci passo. Passo dal punto che ha segnato l'addio da quel luogo. Il mio personale incontro con il destino.
Mi rivedo lì a terra e poi mentre mi trascino sulla panchina bagnata. Sono ferma a guardare una scena che si proietta nella sala del mio cervello. Mi vedo lì dolorante che si chiede che fare, come tornare  a casa. Sospiro, una nuvoletta di fumo si addensa davanti ai miei occhi. Guardo l'orologio, ho fatto davvero presto. Supero il laboratorio di analisi, percorro una strada a me cara, attraverso un parco, apro un portone, apro un'altra porta e sono dentro. Saluto secondo il mio rituale e improvvisamente mi sento proiettata ad una sera di tre anni fa.
Mi avvolge una sensazione di calore immenso, sorrido e sto ferma immobile sotto i faretti per qualche tempo. Chiudo gli occhi e mi godo un istante che è lungo l'inizio di un nuovo capitolo, la luce mi taglia la faccia segnando un nuovo incipit.
Col sorriso sulle labbra compio il mio piccolo dovere piacevole e poi torno indietro come un gamberetto, saluto e chiudo la porta seguendo a ritroso il mio percorso. 
Adesso la neve è più alta, abbondante, il lungo corridoio diagonale che attraversa il parchetto è una coperta bianca di neve. Solo delle orme lo hanno intaccato. 
Lascio anche le mie impronte e nel volgermi dietro a guardare mi ricordo di altre orme lasciata in riva all'oceano non molto tempo fa. 
Le fotografo. Lascio impronte, segni più o meno profondi che la neve coprirà. 
l'azione diretta è controllabile, controllata, so di averle lasciate ma a volte attraverso la mia vita si lasciano altre impronte e queste vengono fotografate male, sfocate, incomprese ma non dipende dalla mia volontà. Il destino gioca sempre scherzi inaspettati, come una caduta, come un'espressione di un volto, come un rossore inaspettato sul viso.
ma adesso nevica, come tre anni fa, adesso è tutto bello, come tre anni fa, adesso è un luogo inaspettatamente nuovo e solito come tre anni fa, adesso sono rughe che solcano il viso coperto di fiocchi di neve quasi come tre anni fa. 

Adesso è tre anni fa, luogo modificato con il mio consenso ma temporalmente perfetto per la mia memoria. Manca un piccolo particolare ma quello ce l'ho nel cuore. 




lunedì 24 novembre 2008

La coppietta di Cairoli

Ore 8.10. Stazione di Metropolitana di Cairoli, provenienza Duomo. 
Il treno arriva in frenata sulla loro cartolina animata, i miei occhi da presa sono dentro il vagone, il treno staziona e il finestrino li inquadra in Piano Americano, le porte si aprono, Figura Intera, 30 secondi di inquadratura fissa, porte che scivolano verso la chiusura, un breve piano americano di nuovo e dissolvenza. 
Sono stati lì, così, per me, assorti in loro stessi, avvolti in aura incantata, immersi in una teca sottovuoto per tre mesi. Imperturbabili ai rumori, alla gente che gli sfrecciava accanto, che a volte li urtava, esposti alla corrente che si intrufolava dai corridoi della metro, incuranti del cambio dei cartelloni pubblicitari accanto a loro. 
Il copione si ripeteva solo nella scelta del luogo fra un angolo e le macchinette delle bibite. 
Mai poggiati sul muro ma sempre l'uno di fronte l'altra. Lei corvina, alta, con tacchi, capelli morbidi sulle spalle, lui un poco pingue, capelli lisci castani, tagliati corti ma con una piccola frangetta sulla fronte alta e rotonda. Le sue gote sempre rosse di emozione. Le loro mani intrecciate, le loro mani che cercavano il viso, il collo, i capelli, piccoli avvicinamenti per darsi lievi baci. Sorrisi complici, frasi dette a fior di labbra. 
L' energia immaterica che si sprigionava dagli occhi li avvolgeva in una campana di vetro cellofanato. Lui sulla cinquantina, lei qualche anno meno. 
Una coppia d'amanti, una coppia di innamorati, marito e moglie, vedovi, compagni?   
Presi da loro, chiusi dai loro gesti, immoti e mobilissimi nella loro passione. 
Una scena che si ripete all'infinito per cinque mesi. Arrivo, inquadro, loro recitano la loro parte inconsapevoli di essere ripresi dal mio cervello, riparto, spariscono e vengono archiviati confusi in una moltitudine di messaggi e immagini che mi invaderanno senza tregua il cervello durante l'arco di una giornata lavorativa. 

L'ultima inquadratura ha una variazione da canone inverso, è un gesto audace di lui che le scosta il lembo della camicetta bianca fermata da un maglione a V nero, si china e le bacia il petto intrufolando il naso verso la rotondità del seno, la testa di lei cade leggermente indietro intonando una sorriso di piacere e gratitudine ed un impercettibile moto da brivido.  
L'obiettivo si chiude sul rosso e grigio del corridoio della metro ma non appare il cartello FINE. Solo ora mi accorgo che mancano del mio repertorio iconografico da un mese e che è calato il sipario su quell'angolo della Metro di Cairoli.

Ho perso gli attori, il copione è sfumato, la produzione non ha più pagato il cast. 
E' finito un amore? E' stato scoperto un tradimento? Lei è dovuta partire? Lui ha cambiato lavoro? Hanno litigato?

Spero sempre che sotto il cartello Fine, ci sia, fra parentesi, to be continued.

domenica 23 novembre 2008

quando

quando le porzioni di felicità saranno tagliate col coltello della sicurezza,
quando un tramonto in una fredda giornata estiva avrà il calore di un paio di braccia forti,
quando il giorno troverà continuità nel crepuscolo della sera,
quando una mano sfiorerà un brandello di gentilezza,
quando i denti aguzzi del passato smetteranno di affondare sulle candide carni del futuro,
quando lo sguardo si fermerà dentro il riflesso di una pupilla,
quando un bruco proverà ad uscire da un bozzolo di acciaio,
quando le luci di un arcobaleno si poseranno su una pentola d'oro,
quando Giove spegnerà un fuoco,
solo allora succederà.

Solo allora. 

giovedì 20 novembre 2008

'Ora abbiamo le prove'

recita così la seconda parte di una notizia ANS(I)A di oggi il cui incipit è:
Adolf Hitler, aveva solo un testicolo.

da cui il mio pensiero del giorno: per un coglione perso (ancorchè in battaglia), cento ne rimangono.

Sic!

martedì 18 novembre 2008

ed ecco

che ritorna il tempo in cui i mattoni cuociono nel forno, che il muratore indossa il suo cappellino di carta a forma di barca girando e rigirando la calce nel secchio, assaporando il momento in cui tutti i gesti e gli oggetti si uniranno per tirare su un muro e poi un altro e poi un altro e poi il tetto e poi la terrazza e poi e poi e poi. 
Non hai mai smesso di volere  lavorare il muratore, solo non sapeva se quella era la costruzione da tirare su, da completare, da rifinire insieme ai suoi compagni di lavoro.
Il capo mastro gli ha detto che si può continuare, che si può rischiare un pò di più. Poi, chissà i soldi, il materiale, il tempo finiranno ma questo non lo sa nessuno, l'importante adesso è tirarsi su le maniche e ricominciare, le fondamenta già ci sono, bisognerebbe tirar giù due muri crepati ma non si può, si riparano nel miglior modo possibile e si continua.
Come sarà la casa lo sa solo l'architetto, fra qualche tempo lo vedremo per chiederglielo.

giovedì 13 novembre 2008

E’ solo una questione di tempo!

‘Tutta la mia vita è solo una questione di tempo, lo hanno sentito le orecchie di mia madre e di mio padre al riparo dalle mie, lo hanno intuito i miei occhi leggendo il labiale dietro un vetro, lo dico ora io.
Il tempo è così o passa leggero sopra la pelle senza accorgersene o lo senti pesante sulle ossa e sulla pelle. Lui è un fondista ed un velocista. Corre, corre e corre.
Io sono stanca di inseguirlo, stanca di sentirmi dire è una corsa contro il tempo.
La nostra lotta è impari ma io posso giocarlo col paradosso della tartaruga.
Mi lasci libera, mi faccia essere tartaruga e finalmente andrò oltre il tempo.’

L’uomo aggrottò le sopracciglia e la squadrò da cima a fondo. Era una donna con la D maiuscola, chiusa nel corpo di una tredicenne. Le rughe divennero sempre più profonde, sempre più dure, alzò lo sguardo verso i genitori seduti dietro ai banchi, erano di fronte a lui ma sapeva, seppur non vedendole, che si stringevano le mani convulsamente.
Era abbastanza vecchio da non sapere più tenere a bada i sentimenti, aveva abbastanza esperienza da avere due centimetri di pelo sullo stomaco, aveva abbastanza naso da amare le aule polverose e ne aveva abbastanza di quel lavoro.

La ragazzina lo guardava fisso, le pupille dilatate e la voglia di spiegare perché. Gli occhi dell’uomo canuto sembrarono darle il permesso.

‘Perché, signore, il tempo ha vari odori, rumori ed azioni. Non voglio più sentire il tempo del disinfettante, il tempo degli zoccoli degli infermieri, il tempo dell’ago infilato in vena, il tempo del colore bianco sulle pareti dell’ospedale. Non voglio che mia madre Kirsty racchiuda più il mio tempo incastrata nelle linee del parcheggio autorizzato dell’ospedale mentre si asciuga le lacrime prima di raccogliere il coraggio per vedermi sempre sdraiata in una stanza che non ha potuto arredare per me. Non voglio più che il tempo si intrecci a quello delle gocce di chemio che si infilano su per il braccio. Perché è quello che succederà, di nuovo. Non ho avuto il tempo dei capelli, non ho avuto il tempo delle corse. Non ho avuto il tempo di farmi abbracciare da mio padre Andrew o di farmi spingere su una altalena perché il mio tempo scorreva nella clessidra dell’ospedale. Voglio essere tartaruga e non lo chiedo per favore.’

L’uomo si chinò un poco verso lei.
‘Hanna potresti vivere!’

Hanna alzò lo sguardo sfidando la vita.

‘Potrei! Ho un buco nel cuore perchè con le cure avrei potuto vivere! Potrei vivere se mi facessero un trapianto. Potrei morire, potrei ricominciare le cure appena mi sistemano i pezzi rotti ma non è certo. Invece vivrò quello che mi resta quando sarò tartaruga: lenta lenta verso ciò che mi aspetta, svegliandomi nel lettone fra mamma e papà, facendo colazione con Sir Paul che mi salta addosso, vivrò il sole la mattina, la pioggia dell’inverno, l’erba bagnata del prato e vivrò senza un tempo che non ho mai avuto ma col mio tempo, quello che dovevo avere, quello che non ho mai avuto. Il tempo con gli odori di casa, con la carta da parati scelta dalla mamma, il tempo di un cinema con gli amici.’

L’uomo si aggiusto la toga, mirò lo sguardo verso le due statue di sale sulla panchina e ci pensò. Ne aveva abbastanza di molte cose, di decisioni da prendere che segnavano vite ma non aveva mai capito abbastanza dell’animo umano sorprendendosi ogni volta, nel bene e nel male.

‘E tartaruga sarai!’

martedì 4 novembre 2008

Invettiva

Dal cuore sgorga un assalto di nausea che pervade il senso dell’essere.
Dal chiuso di questa setta si alzano miasmi nauseabondi che si intrufolano in ogni anfratto dove sbarluccica la pepita del potere. Questi sbuffi di aria si nutrono di questo finto - ossigeno fino a prendere forma carnale e spettrale di vampiri assetati di potere, soldi e sangue. Raggiungono una poltrona e vi si avvitano. Cominciano a nutrirsi e pascersi delle briciole che vengono dai tavoli più grandi e con le bocche spalancate, come Leviatani affamati ingoiano fuoco, merda e brandelli di corpi che hanno tritato con i loro artigli.
Le loro poltrone scivolano su tracce segnate dalla bava del mostro più grande, del loro mentore e quando questo scivola su un’ altra poltrona, questi delfini saltano per tenere caldo il posto lasciato. E così sotto di loro tanti miasmi si trasformeranno in vampiri e percorreranno gli stessi passi dei loro mentori.
Del lavoro non sanno, non hanno mai saputo, non fanno e non faranno mai, il loro è un lavorio nell’ombra, un rimestio delle foglie secche del sottobosco, un cercare i frutti del loro potere nel frutto simbolo che è il blackberry.
Tessono le reti, vomitando filo in cui depositano le uova di ragno che quando si schiuderanno rimpolperanno la folla degli adepti, dal centro di potere diffondo il bubbone della peste, sotto le loro ascelle crescono le pustole che si gonfiano, si enfiano finché esplodono ed il liquido infetto generato fertilizza gli strati di letame della base e fa proliferare la razza.
Sono protetti, intoccabili, si battono il petto, si fanno il segno della croce, vanno a Messa, si confessano, professano una fede che è incentrata su perdono, carità ed amore,, si bagnano con l’acqua benedetta e, orrore degli orrori, prendono il corpo di Cristo transustanziato.
Con le labbra ancora attaccate alla pila si esibiscono nello sprezzante spettacolo del razzismo, del classismo, della misoginia, dell’arrivismo.
Ebbri di potere si sentono protetti dalla croce stessa senza sapere che respiro dopo respiro, loro sono i carnefici, loro ribattono senza pietà i chiodi a mani e piedi del crocifisso.
Loro uccidono il senso della parole Amore e carità. Loro sono i Giuda, i Barabba, i Pilato.
A casa con le loro donne, urne di procreazione continua, mettono la maschera della dolcezza e del rispetto, fuori con le donne che lavorano per vivere sono cani rabbiosi pronti a disfarne le carni o a farsi quelle carni con rabbia, lascivi. La loro lancia si conficca nel costato.
Passano e ripassano la spugna imbevuta d’aceto sull’assetato quando, falsi e cortesi, godono dei loro guadagni facili e deridono coloro che tentano di farcela da soli.
Sputano sul corpo martoriato quando le loro bocche si impastoiano di volgarità e bestemmie.
Fra questa marmaglia che tira a sorte e straccia le vesti dov’è il pio Longino?
Dove sono i piedi nudi e piagati di S. Francesco? Dove sono le figure come mi tio cura che la Domenica delle Palme arriva in groppa all’asinello per i sentieri dell’ hacienda.
Dov’ è l’arca dell’Alleanza? Dov’è il vostro don Giussani?
La vostra saliva è acqua reflua, le parole solide deiezioni.
Siete vestiti da sacerdoti del tempio ed intanto vendete la vostra merce avariata all’interno. Vi battete il petto e vi stracciate le vesti. Prefiche del potere vi strappate i capelli per finto dolore. 30 denari sonanti tintinnano nelle vostre tasche, lo vendete, lo tradite per vederlo immerso nell’orrido scempio della Passione di cui voi siete i più grandi fautori perché dal sangue di lui Vittima, e di tutte le altre che vi lasciate intorno, vi abbeverate.
Arriverà il giorno in cui lo Psicopompo peserà le Vostre anime e queste rotoleranno lungo il fiume infernale, dritte nella bocca del Leviatano, quello vero, quello che non perdona, quello che vi regalerà l’eternità della disperazione, vindice ultimo di noi vittime dissanguate.
Ma un attimo prima della pesatura delle vostre putride anime, quando ancora il corpo avrà sussulti di vita, una donna, quel sesso da voi usato, maltrattato e ucciso, arriverà con la sua bilancia e la sua spada anticipando i tormenti della sorella Giustizia Divina.

sabato 4 ottobre 2008

Aspettando tram

Torno da Malpensa, salgo le scale che dalla Metro portano al Duomo, il trolley nero è pieno di documenti, pesante, l'ho trascinato per due giorni e la mia spalla ne risente, dolendosi con il collo della mala sorte toccatagli. Il solito dardo conficcato sul deltoide irradia un bruciore persistente e non mi dà tregua.
L'aria è frizzante, non fredda se paragonata a quella umida e pesante, invernale di Dusseldorf che però sa di aria mentre qui non sa. Non sa di essere aria, non sa più di cosa sia fatta.
Aspetto che il semaforo diventi verde, la zona è stranamente tranquilla, i miei occhi già corrono dall'altro lato del marciapede e si allungano su Via Orefici nella speranza di vedere il profilo del tram. Ma è quasi deserto il panorama urbano di questa Milano di fine settembre.
Scatta il verde, attraverso la strada, le ruote del trolley si incastrano sui binari delle rotaie, devo dare uno strappo e il muscolo si tende in uno spasmo così come quello della mia bocca. Tiro avanti. Gli occhi sono puntati davanti a me e sono attratti da una coppia insolita.
Lei, con giacca di pelle nera, è di spalle, capelli corti, rossicci sopra e sale e pepe sui lati rasati.
Il corpo è appesantito dall'età e scarica il peso su scarpe bianche da ginnastica. Lei sta! Letteralmente sta ferma davanti ad un uomo, un ragazzo vestito di jeans i cui capelli sono neri corvino come la maglia che indossa. Le sue mani sono nascoste dentro le tasche, affondate fin sotto i polsi, i pugni sono chiusi. Dondola leggermente a destra e sinistra. Guarda di sfuggita la donna, più bassa di lui, poi fa vagare lo sguardo a volte infastidito, a volte smarrito intorno a lui.
I loro corpi sono ravvicinati ma è la donna che quasi si appoggia a lui mentre il ragazzo è schiacciato in atteggiamento di fuga impossibile, appoggiato al muro che vorrebbe lo inghiottisse per farlo sparire da quel momento agghiacciante a cui non si sfugge.
Continuo il mio percorso, li sfioro con il corpo, con l'udito, con i sensi, con l'olfatto, sento la puzza della paura, della disperazione, del punto di non ritorno, abbasso lo sguardo mentre li incrocio perchè mi sembra di invadere un momento di dolore, mi appare su un tappeto da esterni la scritta dell'Hotel Sir Edward, quasi cancellata dal calpestio costante.
I due attraenti il mio interesse bisbigliano, sento un no ripetuto uscire a fior di labbra dalla donna. Proseguo il mio cammino e mi metto ad aspettare un tram che non vuole arrivare. Leggo sul display che i mezzi riprenderanno la loro corsa dalle 22, evidentemente c'è stato sciopero. Mi metto pazientemente ad aspettare che trascorrano questi lunghissimi minuti.
Si alza un pò di vento, tiro su il bavero dell'impermeabile e stringo la sciarpa. Mi appoggio al muro e la mia prospettiva cambia.
Vedo la donna di tre quarti, sono già abbastanza distante ma non tanto da non vedere i gesticolii moderati, la postura dei corpi ed il loro linguaggio. Lei avrà sessant'anni, lui una trentina. I tratti del volto del ragazzo tradiscono una mediterraneità del Nord Africa, Marocco o Tunisia. Il seno di lei è prosperoso, cerca di sfiorare inconsciamente il petto di lui, il contatto non è cercato ma rivela un'attrazione che esula da un rapporto di lavoro o di amicizia. Le mani, piccole, sono alzate e con i palmi rivolti verso di lui e stanno chiedendo di aspettare, si muovono per spiegare, lui è sempre più attratto dal muro e il suo petto è incassato per evitare il contatto con il seno di lei.
Guardo l'abbigliamento di lei che indulge ad una femminilità grottesca e male assemblata come in un collage fatto da un bambino dispettoso. Ha una gonna a balze di pizzo nero ed una maglia rossa con palleittes luccicanti, aderente, che rivela una pancia gonfia, tesa e tonda, troppo tonda rispetto a gambe magre strette in calze nere, pesanti.
Ora è lui che diniega con la testa lasciandola vagare come se non avesse più muscolatura, come se scuotendola, cercasse nell'invertebralità del collo, una via di fuga. La situazione è tesa, la percepisco dal mio spicchio di marciapiede. Lui è stanco, avvilito da una situazione che, forse, ha toccato il limite di sopportazione per la sua giovane carne. Lei è tesa e cerca di tirare sulla sua secca una barca di legno, colorata di giovinezza che ha messo la prua verso il mare aperto. Le condizioni del tempo sembrano cambiate, lui non vuole stare più in quel porto vecchio e malandato. E' lui che ha deciso di prendere il mare e lei cerca di fermarlo.
Lui cerca di abbandonare la solitudine della compagnia di questa donna, troppo ingombrante fisicamente e ora anche spiritualmente, lei cerca di non tornare alla solitudine del tempo naturale del tramonto. Sono due forme concave e convesse che non si incontrano e con ogni probabilità non lo hanno mai fatto, si sono adattate alle urgenze della necessità di un mondo che non li ha accolti, che non li ha accettati o a cui hanno fatto fatica ad abituarsi.
Lui è impaziente di finire una tortura che ha raggiunto il momento della discesa della lama sul collo di una relazione impossibile da continuare o semplicemente non più proficua, lei non vuole arrendersi a perdere ciò che ha attratto a lei con speranze di aiuto.
Ognuno è alla sua resa dei conti, ognuno ha preso e dato, uno è arrivato, l'altra non vuole scendere al capolinea.
Distolgo lo sguardo, mi si è annodato lo stomaco, guardo l'ora sul cellulare, forse ci siamo, sento un rumore di ruote su traversine, vicino il numero 16 c'è scritto 4 minuti. Rialzo lo sguardo e lui mi passa davanti con le cuffiette nelle orecchie, l'andamento molleggiato, un monospalla bianco, una leggerezza nei piedi, un sollievo nel viso, l'incedere diventa sempre più sicuro e baldanzoso, cammina e perde la zavorra di detriti sentimentali e fisici che lo hanno ancorato per un certo tempo alla secca di quella donna. Lo vedo allontanarsi sparendo nella penombra di Corso Italia in un moto sempre più simile alla levitazione. Si è tolto un peso e si dissolve dai miei occhi come un ultraleggero.
Lei trascina i piedi zavorrati dal peso della solitudine nelle scarpe da ginnastica, sul corpo raccoglie la zavorra che lui si è lasciato alle spalle, non sembra più avere un equilibrio stabile, ha perso il centro di gravità e si avvicina barcollando come un' etilista all'ultimo stadio verso la banchina del tram.
Indossa occhiali da sole grandi, quadrati che invadono il suo viso contratto in uno spasmo muscolare incontrollato, incontrallabile che ti deforma il viso, che scava le guance, che risucchia gli occhi nelle cavità orbitali. Lo spasmo della cruda verità che ti si avvita addosso senza che tu possa opporre resistenza. La bocca è storta in una smorfia di dolore, il peso della galoppante solitudine si spalma sulla fronte aggrottando le pieghe delle rughe. Il viso è inespressivo, vacuo, gli occhi che si intravedono fra le lenti grigie sono persi, umidi e interrogativi. Il pensiero che scorre sulle sopracciglia aggrottate (potevo fare di più, diversamente, meglio?) si intreccia con un movimento compulsivo di spostamento da destra a sinistra della testa incassata sulle spalle curve. Il 'non c'è più niente da fare' della testa è il primo atto di coscienza di quello che l'anima e il cuore accetterà molto tempo più tardi o mai allorché l'evento luttuoso sarà concreto, allorquando l'abitudine della finta sicurezza si sarà frantumata fra le rocce della vita.
Salgo sul tram e mi siedo, le porte indugiano a chiudersi, il segnale è rosso. Lei è di fronte a me, lui è svanito già. Lei si mordicchia l'interno del labbro inferiore sinistro, si infligge un piccolo tormento fisico per non sentire il tormento lacerante della silenziosa ed incombente solitudine con cui la vecchiaia va a fare compere.
Le porte si chiudono rumorosamente e lasciano quella cartolina animata dietro i vetri, il tram si muove lento sulle rotaie, quel pezzo di vita scivola fuori dal mio campo visivo. Abbasso la testa, la scuoto, ho pagato un biglietto per un dramma beckettiano, ma non troppo, recitato dalla compagnia dei dirimpettai. Unico spettatore di questo spettacolo muto e misurato, pagante il fio, i miei occhi, il mio odorato ed il mio trolley pesante.

venerdì 3 ottobre 2008

Ritornando in Europa

Verso il Montenegro

‘Domani sveglia presto e si parte presto, buonanotte’ mi dice mio padre dopo avermi dato il bacio della buonanotte, datomi la benedizione segnandomi la croce sulla fronte e salendo le scale che portano alla sua stanza da letto. Rimango sola davanti al camino crepitante, acceso per il piacere di stare noi tre davanti al camino più che per effettiva necessità e freddo.
Guardo svagata qualche fotogramma che proviene dalla tv poi decido di spegnere, un saluto al mio vecchio e spelacchiato cane che ronfa beatamente sul divano e vado nella mia stanzetta. Crollo quasi subito ma ricorderò quel sonno, la mattina successiva, come profondo e pieno.
L’indomani alle 8 sono già pronta, porto il mio Fido giù ma di mio padre neanche l’ombra, esordisce intorno alle 9.30 con la sua solita battuta: ‘Allora. Io sono pronto, forza che è già tardi’. Mia madre, seduta ad aspettare da mezz’ora, lo guarda in procinto di volergli azzannare il collo, io invece sono rassegnata.
Il viaggio è lungo e inaspettato ma mio padre e mia madre sono di buon umore come me d’altronde. E’ da molto che non passiamo del tempo insieme e vedere le loro teste che ciacolano con me mi fa stare bene. Attraversiamo una serie di paesaggi a me noti, cambiati nei profili paesaggistici, mio padre mi indica un punto oltre le colline dicendomi che lì è stata l’ esplosione della santa barbara avvenuta qualche mese fa nel villaggio di Gerdec che ha causato la morte di 17 persone, lo sventramento del paese e devastazioni in un raggio di centinaia di chilometri.
E’ impressionante vedere come l’onda d’urto, scavalcando colline e percorrendo ampi spazi abbia fatto esplodere vetri e saltare ondulati che ricoprivano i tetti. A casa dei miei questa misteriosa signora ha creato un effetto sottovuoto che ha scardinato la porta d’ingresso del piano rialzato lasciando intatte le finestre ed il portoncino di ingresso.
A guardare il paesaggio sembra che la signora Onda d’Urto abbia sbadigliato e abbia risucchiato e poi espirato violentemente in un gesto annoiato da vecchia lady.
Finita l’autostrada giriamo in direzione di Scutari, le strade si fanno più strette, costellate di case a forma di baite di montagna, coloratissime come le case all’ingresso di Tirana, le case in costruzione con i ferri che tendono le dita verso il cielo in cui sono conficcati pupazzi e bandiere albanesi in funzione apotropaica per scacciare spiriti maligni.
Ci fermiamo a fare rifornimento presso una stazione di rifornimento che ha una copertura alta come il teatro di Sidney e dove svetta il nome Alpet, colosso che sta lottando contro la Taci oil per il predominio delle numerosissime e alquanto inutili pompe di benzina sparse per il territorio. Comincio, per gioco, a contare il numero delle stazioni di rifornimento ed i loro nomi e le appunto sul mio quaderno di viaggio: in 200km di percorso cioè dallo scorrimento veloce Vora – Skoder più il tratto per raggiungere il confine con il Montenegro gli occhi incrociano i seguenti nomi di stazioni di rifornimento:
Eri Oil, Lacy Oil, Alpet, Sara Oil, ExERI, EIDA, Laci Petrol, Jet Oil, Laska Oil il cui logo è identico a quello dell’Agip anni ‘70, Taci Oil, Ada Petrol, EKO, EuroMati, PalucaPetrol, Noloka, Lezha Petrol, Ldedaj, Sterkaj, Riva Oil, Eso con stesso logo della più nota Esso ma con una s in meno e la Kastrati Oil con il logo dell’elmo di Skanderberg, l’eroe nazionale.
Già di per sé questo elenco è impressionante ma il risvolto comico è che ne ho contate ben 68 il cui utilizzo è pari a zero.
La domanda che viene spontanea è: ma se non va nessuno come fanno a campare questi? La risposta è molto eco-logica: RICICLO ovviamente biologico, perché non lascia traccia e produce altra energia, invece su indifferenziato, plastica, vetro e lattine (e spero non rifiuti speciali) si sono organizzati nell’accettare sotto pagamento che alcune aree divenissero centro di deposito rifiuti provenienti da alcune aree dell’ Italia. Così come, sempre sotto pagamento, hanno deciso di vendere l’acqua che serve a produrre l’energia elettrica alla Grecia e, con il contributo di ancora scarsi impianti elettrici, costringono la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, ad essere privata dei rudimentali e necessari diritti.
Apro piccola parentesi: a Tirana il problema sussiste ma è diciamo ‘razionalizzato’, più ci si allontana dalle città e si va verso città più piccole o verso i centri rurali, più la situazione diventa drammatica. L’energia elettrica viene erogata solo poche ore al giorno costringendo ad utilizzare generatori o a vivere senza. La cosa positiva è che il cielo di notte in molte zone dell’ Albania è un cielo di notte, manto nero trapuntato di stelle, le lucciole sono ancora visibili e la luna piena illumina davvero il cammino. Chiudo Parentesi.

Ritorno alle stazioni di rifornimento: queste sono di varie forme, grandezza e dimensioni, quelle più piccole, rudimentali e tirate su con quel che c’è, normalmente sono popolate da uno o due uomini, accovacciati a terra con sigaretta attaccata alle labbra e pendula sul lato destro del labbro.
Se non sono accovacciati sono sicuramente seduti al bar che correda la stazione di rifornimento perché l’unica cosa che supera il numero delle pompe di benzina sono i bar, luogo di delizie, ritrovo e rifugio degli uomini e nelle città VIP anche di donne agghindate, truccate, curate ed estrose.
Nel concetto di numerosità in un recente passato rientravano i bunker molti dei quali sono stai parzialmente o totalmente distrutti, il ferro delle intelaiature è stato riutilizzato o rivenduto e questi monumenti alla inutilità, ormai, sono solo un ricordo letterario o una presenza per gli occhi di turisti e fruitori nuovi dell’Albania che, sicuramente, li vedranno spuntare dalla sabbia della costa o attorniare le pendici di Valona, fare capolino attraverso i rovi nelle montagne, puntare le loro bocche aperte verso il mare da posti insoliti e incredibili ma li vedranno ultimi eroi, pallido ricordo di una fiorente vegetazione cementifera che ormai si presenta in via d’estinzione e con aspetti paleoetnografici.

Da Shkoder in poi la strada si restringe, è sconnessa, scomoda. Ma il tratto non è così drammatico e alla fine con lo spettacolo mozzafiato della laguna di Shkoder (Parco Nazionale Oc Olimini) ci mettiamo a fare coda. Papà mi racconta di un episodio del passato: il fratello di un Suo carissimo amico scutarino per sfuggire al regime di Hoxha, nottetempo, si cosparse di grasso e attraversò a nuoto il lago per raggiungere la costa montenegrina. Il grasso aveva la duplice funzione di annerirlo e di proteggerlo dal freddo pungente.
Quest’uomo raggiunse il Montenegro, fu accolto da alcune famiglie albanesi per un certo tempo e poi emigrò negli Stati Uniti. Lui ce la fece, molti altri furono uccisi o morirono o vennero imprigionati e mandati nelle zone paludose e malariche dove trovavano ad aspettarli i dissidenti, la fame, le malattie e spesso la morte.

Mentre papà racconta immagino la scena: la famiglia che lo vede per l’ultima volta, che non avrà notizie per molto tempo, non sapendo se sarà riuscito a sopravvivere alla traversata e se sarà accolto in Montenegro. Lui che si spoglia dei vestiti e quindi della sua vita, degli affetti, del passato e si cosparge del nero dell’oscurità e dell’incertezza, che si immerge in acqua, nudo, per il suo nuovo battesimo, che ad ogni bracciata mette la forza della disperazione e mischia nell’acqua nera e fonda le lacrime della paura, dell’abbandono e della solitudine.

La coda al confine albanese è abbastanza rapida, in Montenegro ci chiede i passaporti uno svettante omone, il primo di una lunga serie, in Montenegro la coda è molto più lunga e il tempo sembra non passare mai. Un cane di confine gironzola attorno alle macchine per raccogliere coccole e cibo e sfoggia un’abilità ed una destrezza da maitress.

La fila si muove finalmente, siamo liberi, verso il Montenegro.

giovedì 2 ottobre 2008

Introduzione al mio viaggio piccolo nei balcani

Guardo questo paese con l’occhio del ricordo, quello del tempo che ho passato lì, e con l’occhio del presente in una visione strabica e diacronica. 
La differenza fra l'Albania del 1998 e l'Albania del 2008 sta in un centimetro. Nel passaggio millimetrico che intercorre fra la strada asfaltata e la strada disconnessa, rotta, piena di buche prima di entrare a Shkoder (Scutari). 
Ed è un millimetro che separa un secolo corto dieci anni.

Anche se avevo prenotato con Belle Air, sono atterrata a Tirana, al Nene Tereza, giovedì pomeriggio (il 25 settembre) con un volo Click Air, compagnia spagnola, misteri delle compagnie low cost, che poi tanto low non sono. L’aeroporto è nuovissimo, pulito, con ampie vetrate e palme che accolgono o salutano i fruitori dell’aeroporto. 
I controlli passaporto, dazio ingresso sono tutto sommato veloci ed ordinati e il sospiro e l’inspirazione di pazienza e sangue freddo di qualche anno fa è solo un pallido ricordo, richiamato solo dal popolo dei soliti furbetti che spinge e si intrufola anche per gli stretti corridoi delimitati. Ma già sono abituata. 

Le strade sono asfaltate, pulite e davvero si vede poco, almeno sulle assi viarie principali, di quello che ho vissuto io in Albania negli anni passati.
Mi fa piacere che ci siano progressi in tal senso ma mi dispiace che stiano perdendo molto altro con cui faranno i conti a breve. 

Stanno indiscriminatamente costruendo in ogni dove, non ci sono piani regolatori, ognuno tira su muri, costruisce con stili architettonici differenti (immagino ricordo esperienza dei paesi dove sono emigrati) che vanno dalla costruzione metallica bar/ristorante a forma di aeroplano nei pressi del nene Terza, a quella tirolese, al molto British con tanto di bowindow, al Formula 1 (vedi case con scacchi bianchi e neri sulla prospettiva) o alla case di stile pompeiano, o facendo manbassa iconografica di colonne e frontoni rendendo le case piccoli templi greci. Tutti con giardini curatissimi e pieni di fiori. 

Finchè ti trovi nella strada che dall' aereoporto conduce a Durazzo e trovi le case spalmate lungo una strada dritta puoi esserne contento e sorridi dei lazzi architettonici ma quando vedi lo scempio compiuto, ad esempio, sulla costa di Durazzo dove fino a qualche anno fa pinete immense precipitavano a mare creando un paradiso naturale mentre adesso si ergono palazzoni a numerosi piani, con uno spazio luce fra un palazzo che non supera i 50 cm, non puoi altro che inorridire. 
Stessa situazione si sta verificando a Scutari che è, forse, l’ultima in ordine di tempo, delle città toccata dalla maniacale follia edilizia. Scutari, il cui fiume Drin scorre placido, lento avvolgendo nelle sue anse gran parte del territorio, un tempo era navigabile e navigato dalle imbarcazioni fluviali veneziane che durante un lungo periodo di tempo lasciarono traccia architettonica e di nobiltà alla città che, nonostante la dominazione turca e gli sfregi del regime, aveva conservato reminiscenze dell’età veneta nel suo DNA. Adesso, ad esclusione del centro storico, stigmatizzato solo da due strade principali e ben recuperato, la furia edilizia si sta abbattendo senza mezzi termini. 

A parte le brutture architettoniche ci sono altri due aspetti che non si vedono e di cui bisognerebbe tenere conto: come vengono costruite queste abitazioni e cosa distruggono.

Della costa ho già fatto cenno anche se molto si potrebbe dire della barbarie che stanno compiendo al Sud, delle zone rurali più o meno vicine ai centri urbani dico: sotto il regime di Hoxha, per questioni squisitamente politiche, tutto ciò che era albanese, tradita shqiptare (tradizione albanese), era osannato e amato (molte delle meravigliose chiese bizantine custodite in Albania si sono salvate dalla follia distruttiva dell’ ateismo imposto dal regime, proprio perchè considerate prodotto della mano albanese e anche su questo si potrebbe aprire un articolato capitolo) così che le case rurali, particolari e tipiche, sono state studiate e catalogate e almeno se ne conserva memoria storica.
Alcune di queste abitazioni tradizionali (e non parlo dei cubici e spersonalizzanti palazzi imposti dal regime) per fortuna ancora ci sono e sono state recuperate dall’ingegno e dall’acume di persone come Gjon Dukgilaj che ha restaurato una casa, dopo essere stato 15 anni in Francia, in una sorta di museo/bar/ristorante che conserva oggetti e vestiti e dove la sera su un palco fluttuante si esibiscono anche in canti tradizionali. Stessa cosa, per iniziativa pubblica, è accaduto per l’intero villaggio di Berat, ora Patrimonio dell’Unesco. Ma la maggior parte delle case stanno scomparendo cancellate da queste mega e moderne costruzioni o sono abbandonate dal progressivo inurbamento, perse o relegate a fastidiosa memoria. 
Mia madre in macchina, mentre attraversavamo il Nord dell’Albania, mi ha ricordato ciò che diceva mia nonno Giacomo: ‘Chi non conserva memoria del passato è destinato a non avere futuro.’ Spero davvero che questo non accada, che non cancellino a colpi di cemento e di smania di ammodernamento le loro radici anche se, purtroppo, di fatto è rimasto ben poco e si cede solo e soltanto alla logica del possesso a tutti i costi Sia per gli acquirenti che per i costruttori. Costruire è fin troppo facile, possedere e fare vedere cosa si possiede un desiderio troppo grande per potere stare a sindacare e/o soffermarsi anche come si costruisce o sulla pelle di chi. Già perché ci si dovrebbe chiedere come costruiscono e chi controlla: le risposte sono velocemente e nessuno. 
Si sta radicando (il che dà per scontato che è prassi ed abitudine) una violenta e mostruosa forma di schiavitù. I costruttori di palazzi, uffici, officine e quant’ altro assoldano, meglio sarebbe dire, schiavizzano operai cinesi e turchi, almeno nelle grandi città. 
I turchi sono più fortunati perchè sono considerati un po’ meno numeri dei cinesi i quali sono infilati in container di ferro in cui vengono fatti stare solo per dormire, forse 8 ore, e poi fatti uscire per lavorare le restanti 12 ore. Nei loro giacigli si alternano i corpi dei compagni che hanno finito i turni di lavoro. Dal punto di vista pratico si può dire che dormono sempre in letti caldi!!! Questi operai vivono recintati dentro il cantiere e solo nei container. Quanti ne muiono, quanti stanno male, cosa accada loro nessuno lo sa ma i palazzi vengono su bene, a ritmi incalzanti e servono ad ospitare palestre di lusso, discoteche, ristoranti, uffici dove l’occidentale e il nativo possono ancheggiare con un cocktail in mano. Non ce l’ho con il consumatore finale ma la domanda genera l’offerta. Non c' è controllo, le aziende straniere non fanno più profitto ed ecco che vincono le gare e danno in subappalto i lavori, se ne lavano le mani e così si continua.
E quale materiale venga usato per le costruzioni non è dato sapere ma se in Italia hanno usato materiale scadente e chimico per costruire scuole e ospedali, si fa presto a farci un pensierino. 
So che non è un problema solo dell’Albania, accade così a Dubai, negli Emirati Arabi e in forme diverse, forse più raffinate perché si devono eludere regole e controlli, anche in Europa. 
Ho divagato ma la domanda rimane: chi controlla? Chi sa? 
Mi sembra di ritornare indietro quando passavi da Valona e vedevi gli scafi ormeggiati in porto, quelli che poi arrivavano in Italia pieni di umanità disperate o in fuga dai loro crimini. Tutti sapevano, gli scafi erano in bella vista, gli scafisti al solito bar con la sigaretta pendula fra le labbra in attesa del calar delle tenebre. Poi l’evoluzione degli scafi ormeggiati di fronte al Porto di Valona e finalmente l’accordo politico e fine dei giochi o inizio di giochi più raffinati con timbri falsi su passaporti falsi pagati centinaia o migliaia di euro. Ma anche questa è un’altra storia. 

Ecco, mi sono persa di nuovo ma allora visto che ho divagato chiudo il lungo post e consegno a quelli successivi le stranezze viste, le memorie di viaggio, gli appunti sconnessi e ricuciti della memoria. 






mercoledì 1 ottobre 2008

Gli abitanti del castello del piccolo folletto

Il pavimento è galleggiante, pieno di polvere d’oro, d’argento, di bronzo, e di polvere polvere, strisce di petali, rivoli d’acqua, pagliuzze di ferro, trucioli di legno, punte di chiodi, è rigato, usato, reca tracce, orme, segni, è una scacchiera con un gioco di vuoti e di pieni.
Una piccola porta si apre e permette l’accesso a quanti vogliono camminare sul pavimento; ognuno lascia le sue orme, piccole, grandi, con i tacchi a punta, con la suola di gomma.
Ognuno segue una traiettoria, c’è chi si ferma in un angolo illuminato, chi in quello in penombra, chi in quello buio pronto a saltare fuori all’improvviso. C’è chi passa così velocemente che solleva la polvere, crea mulinelli di fiori, modifica le strisce di petali ma poi questi ricadono e coprono le orme di chi non si è voluto fermare, di chi non era gradito, di chi ha solo sbagliato pavimento.
C’è chi si accomoda in salotto, segna un solco, segue un cammino e poi diventa padrone di parte di quel pavimento e della sedia, poltrona o sgabello che ci sta sopra.
C’è hi preferisce la cucina e si muove solo fra un aperitivo un pranzo o una cena.
C’è chi ancora guarda alla finestra di questa strana costruzione fatta di pareti trasparenti e si chiede se deve entrare o no.
C’è chi sta per uscire dopo essersi fermato sotto questo tetto di biscotti e marzapane perché vuole andare altrove o semplicemente è stato troppo seduto sul cornicione interno della finestra o ancora, perché è sazio di questi sapori agrodolci che vengono insufflati dai lampadari e dalla mobilia.
C’è chi è sull’uscio e ha appena suonato per entrare.
C’è chi è di guardia su un torrioncino di spazzolini da denti e avvisa se avanzano carie indesiderate.
C’è chi vende gli ombrelli a chi li apre per riparare dai giorni di pioggia battente le mura di cristallo.
Gli abitanti di questo strano castello abitano lì senza passaporti, richieste o autorizzazioni.
Si sono trovati davanti ad esso e hanno o non hanno bussato oppure hanno soltanto trovato la porta socchiusa e hanno spinto sui cardini oleati e quando questi non erano oleati, sono tornati indietro, hanno preso un po’ di grasso e lo hanno messo semplicemente su per tamponare gli scricchiolii.
I fondatori AnnaMaria e Gaetano hanno scelto il terreno, hanno scavato le fondamenta, hanno posto la pietra d’angolo vicino all’altro castello, eretto due anni prima, sulla collina chiamata Maurizio, altri hanno aiutato a costruire impastando la malta, portando i vetri e così in 36 anni il castello è stato costruito, riparato, allargato, modificato.
Gli abitanti di questo castello si riuniscono per celebrare l’anno di fondazione e hanno identità caratteriali che li contraddistinguono nella pronuncia scandita e lenta dei suoni che producono i loro nomi: la dolce fermezza delle E di Elena, la positività sorridente dell’asserzione contenuta in Simona, la lunghezza della tenacia del nome Alessandra, la morbida riservatezza delle emme tonde di Myriam, la dolce esoticità della e finale abbandonata di Nicole, la ferma scansione della bisillabicità di Anna e Luca, la limpidità cristallina del significato di Chiara, la profondità gutturale di cuore accanto al dittongo di Gaetano, la luminosità contagiosa di Lucia, il rassicurante abbraccio del suono Puccio.
Altre numerose e rilucenti identità precise, altri angoli sicuri del castello, altre chiavi di volta non erano sui merli ad accendere le 36 torce ma erano attorno al camino rosso acceso, cuore della costruzione, pieni di fuliggine perché impegnati a pulire la canna fumaria e ad alimentare con legna di speranza e carta di ottimismo fresco, il fuoco incerto della fine estate di questo anno.
Ognuno degli abitanti è entrato, sta entrando o è uscito o sta uscendo a suo modo, con passo leggero, con pedata pesante, con piedi striscianti, con tocco felino ma ognuno indistintamente ha lasciato almeno una traccia, un dono o un regalo che impreziosisce, arricchisce, costruisce, ripara, raramente ferisce, spesso riscalda il castello di questo piccolo folletto, a volte spaventato e a volte sorridente, che, quando scende la notte sui pensieri, seduto sul lampadario di pellicola per alimenti del salone, si guarda intorno, scorgendo i corpi addormentati e in cuor suo gioisce della bellezza luccicante degli abitanti del suo castello che lo rendono più sicuro di quello che non sarebbe senza di loro.

mercoledì 24 settembre 2008

Parto per una settimana

...non vorrei ma devo.
Non ho good vibrations ma non importa sono qui e tutto va fatto.
Ho ricevuto l'altro ieri una mail da una persona a me carissima, mi ha trascritto una poesia. Calza a pennello per alcune cose.
A lui dico, a me dico Hai ragione, bisogna rischiare, hai ragione bisogna cambiare, hai ragione bisogna chiedersi e domandare e conosco il tuo senso di responsabilità.
Immagino i foschi pensieri che ti tagliano fra ciò che ti dà il librarti nell'aria e rimanere con i piedi per terra. Ma a terra c'è molto e con quel molto voli tutti i giorni anzi credo che quegli occhi, quelle mani che sanno di te e che ti chiedono e guardano ti fanno fare viaggi interstellari.
Ho di nuovo in mano un libro di Richard Bach, un altro caso? Non credo!
Ti ho promesso che ne scriverò, lo farò.
Comunque la poesia fa così e pubblico i pezzi che mi sembrano più interessanti, casso quello che trovo vagamente demagogico poichè ritengo che i consigli sensati abbiano un senso altrimenti non lo sarebbero, perchè penso che non tutti possono cambiare il lavoro anche se quel lavoro non li rende felici, perchè penso che muore anche lentamente chi non si assume le proprie responsabilità di essere umano.
Quindi, mio meditabondo e caro amico, lentamente muore solo chi non rimane fedele a se stesso e chi si prostituisce per pochi denari o per delle poltrone o per il corrosivo senso del potere.
Hai i tuoi piani di volo, hai il tuo vento fra i capelli, hai il 'è bellissimoooooo' anche se stai con i piedi per terra.
Madama Morte porta con sè la falce ed il sacco della riflessione.
Vola comunque anche da fermo, vola volando e lentamente vivi godendoti ogni istante.

La poesia è di Martha Medeiros


Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorso (...) chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione (...)

(...) Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

(...)

giovedì 18 settembre 2008

Ditta Levantino

La ditta Levantino a Palermo è quella che viene citata di più se si parla di traslochi e trasporti.
Fra i miei amici di teatro (e comunque di vita) c'era anche la battuta circa una persona alquanto tondetta che diceva: Chiama la ditta Levantino per catamiarlo! (spostarlo, farlo muovere).
Ecco! fra le tante altre cose del 2008 mi sento molto ditta Levantino.
Ho aiutato in tre traslochi e ne ho fatti due personalmente.
Oggi è il terzo che faccio con l'ufficio e di nuovo scatole, scatoloni; leva carte, metti carte, archivia, sistema, ricomponi e così via.
Non so più se sono io che sto ferma e tutto il resto mi gira intorno o sono io che m'affanno e tutto resto del mondo è fermo.
Propendo per la seconda.
Un'altra cosa curiosa di questo 2008 è che sono passata da spazi immensi a spazi piccoli e angusti. Personali e lavorativi.
Non so più se sono io che mi rimpicciolisco ed il mondo aumenta a dismusura o il mondo è sempre tondo con i suoi tropici al posto giusto mentre io mi dilato.
Propendo per la prima tenendo conto anche dell'ultima 'pesa' stamattina.
Comunque sia, adesso vado a casa con la schiena dolorante e ricoperta di polvere di archivio e con una strisciante idea che spero si trasformerà in convinzione: devo accettare le cose come vengono e quando non vengono bene provare a farmele scivolare addosso.
Mi fermo e mi rimpicciolisco fino a sparire e poi riappaio sotto altre forme come Maga Magò.
E adesso scusate passo in libreria a cercare il libro delle formule magiche!

Pensieri di donna sposa

Io ti ho dato molto e molto ho ricevuto. 
Io sono ancora qui, spesso ormai non mi vedi o fai finta di non vedermi ma sai che sono qui, che, nonostante i pianti, i singulti, i pensieri gialli e neri come corvi, sono qui che ti curo.
Non è difficile parlare di un libro, non è difficile parlare di un pensiero. Tu ed io soli con noi. Da quanto tempo non stiamo soli? 
Siamo soli, invece e questo fa male. fa male al cuore, all'anima, al fisico.
Il tempo non è un amico dolce, non ti perdona. Segna il viso, il corpo, accartoccia le giunture, invecchia le viscere. 
Sudi ancora per remare controcorrente sul tuo guscio di noce. Non sei mai stanco o quantomeno non dici mai di esserlo. Non ti lamenti ma sei dolorante nel fisico, nell'anima. Non sei più un ragazzino eppure t'affanni come se lo fossi. Io ti vedo, cosa credi, per questo ti contrasto nei tuoi agire perchè a volte sono folli, controcorrente, assurdi, impossibili. Sei cocciuto, chiuso, indurito. 
La vita ti ha presentato conti pesanti, esosi, impagabili e nonostante tutto hai sempre fatto fronte ai tuoi impegni ma sempre girando intorno alla casa. 
Eppure la nostra casa è solida, le fondamenta le ho scavate per bene e ha resistito a maremoti, terremoti, diluvi ed inondazioni.
E io? Io sono qui, cucino, preparo, lavo, stiro, sistemo e mi prendo cura di te anche se urlo, piango, tremo. 
Vorrei farti capire che sono sempre con te anche se i caratteri sono contrastanti. Vorrei sentire il palmo della tua mano scorrere sulle mie guance tonde. Vorrei che mi dicessi 'sei bella', a volte una sorpresa, un fiore, una piuma di un cuscino, un cucchiaio di legno, quello che vuoi, avvolto in una carta lucida e con un fiocco sopra e la tua voce che dice: 'ecco per te.' Mi sorprenderesti, mi sorprenderei.
Non chiedo, non più ma io ci sono, sempre, qui, per te, per noi, per i ragazzi. 
Il tempo scorre, prova a sederti qui vicino sulla poltrona, davanti al camino, prendimi la mano, carezzala e passa il tuo tempo con quello che vale, che c'è ora e non pensare che ci sarà. Non sempre ci è concesso il domani, viviamo oggi con due castagne, il formaggio ed il miele da metterci su. 
Ingabbia il tempo del lavoro a cui hai dato la vita e goditi quello che ci è concesso, perso nel mio sguardo, in quello di un bambino bellissimo, in quello di suo padre orgoglioso.
Sono qui, siamo qui con le nostra urla silenziose di richiamo. Torna alla casa, torna da te, rimani con me. 
Così semplicemente noi. 

(dedicato da m a p attraverso il tremore del cordone ombelicale che non si trancia mai e che intinge nel calamaio delle mie sensazioni.)

domenica 14 settembre 2008

retroattività

...dicevo che avrei recuperato
Sto trascrivendo pian piano le emozioni dei giorni in cui non ho avuto voglia di accendere il mio pb. 
Per chi ha voglia di leggere ancora qualcosa di me. 
A breve realizzerò una piccola cosa che spero funzioni e se non funziona, beh, ci avrò provato. 
Adesso faccio una doccia e me ne vado a vedere un filmone: kung Fu panda. E domani chissà Hancock ma devo ancora decidere chi mi seguirà.
Buon fine domenica. 

mercoledì 10 settembre 2008

Il ballo scomposto degli interrogativi ad uncino

Lo so, devo recuperare. Recuperare in tutti, molti, troppi sensi. Recuperare sul blog innanzitutto.
Puccio mi ha detto che ho lasciato i mie fan all’asciutto (curioso, non ho mai pensato di avere fan)
C’è un dato di fatto che giustifica la mia assenza. Il periodo è stato soffocante, abbrutente e stancante. E’ così quando devi salvare il salvabile, è così quando devi ricostruire il puzzle della tua esistenza rotto da uragani che durano mesi.
Prima bisogna cercare tutti i pezzi sparpagliati qua e là nei recessi del tuo corpo: anima, mente, sangue, fegato, stomaco, mani, piedi, sistema simpatico, nervoso, linfatico, reni e quant’altro componga questo mio essere di carne.
Raccoglierli tutti e iniziare a farli combaciare ma i tagli, gli strappi, le pieghe, purtroppo, non si cancellano e rimangono lì a ricordarti che l’uragano c’è stato ed è bene non dimenticarlo. Quei pezzi stropicciati, malridotti ti fanno sempre guardare il cielo nero con il timore che ancora non sia finita. E non lo è.
Oggi mi hanno detto di non mollare. Io ho risposto che non mollo ma a volte… beh a volte è dura, a volte, sdraiata sul divano, la notte mi chiedo, mi domando, cerco di raddrizzare le curve dei miei punti interrogativi ma loro si ostinano a riprendere posizione e a fare anche di più. Si girano a testa in giù e diventano uncini che mi si conficcano sotto le ascelle, sui muscoli cervicali, alla base del collo, sui fianchi e fra le dita dei piedi, mi tirano su come una marionetta e mi fanno ballare. Ecco. Per ora eseguo il ballo scomposto degli interrogativi ad uncino.
Non mollo ma a volte… a volte, come oggi, si decidono le sorti. Ci sono date che non si scordano, ci sono numeri che ritornano.
Ci sono numeri che ritornano nella mia vita: l’1, il 9, il 18 ad esempio e combinazioni di questi numeri. L’1 è sempre un inizio ed una fine. L’1 sono nata, l’1 sono rinata, l’1 muio e rinasco. Il 18 era una data sognata, il 18 è una data di rottura, di chiusura, il 18 torna ad essere una data di speranza e di sogno. Ma i miei numeri non vanno in linea retta, si chiudono sempre in un cerchio che dà continuità a se stesso. E rotola, rotola lungo la carne del mio corpo, carezzando l’impalpabilità dell’anima onnipresente, segue il perimetro e poi ritorna in bocca, lo inghiotto, segue il percorso degli organi interni per poi tornare su dalla gola e fuori dalla bocca. Ho scoperto che i miei numeri, i miei cerchi non si fermano mai.
Non linee rette, spigolose, non frecce che si conficcano ma rotondità che fanno male quando incontrano un’ asperità, saltano sulla roccia, ricadono più o meno fragorosamente, si feriscono, si tagliano, a volte sanguinano, fanno il livido e poi si rigenerano.
I miei numeri rotondi mi danno alla fin fine motivo di tranquillità, nel fondo dei cerchi si sedimenta un liquido di speranza bianco profumato di gelsomino e quando loro girano, il liquido va in circolo, si spande e macchia il liquido denso, grigio delle deiezioni lasciato dagli uragani.
Sono piccole venature che rompono la stasi dell’oscurità.
Piccole venature, piccoli oggetti, piccole presenze. E’ la presenza delle piccole cose che rende tutto speciale, diverso, unico. Piccole presenze che diamo per scontate e che invece sono perno, cardine, cuscinetto, cerniera, olio per far aprire e socchiudere la porta dell’esistenza.
Le piccole potenti presenze.
Bisogna farne buon uso, non scordarle, non banalizzarle perché quando non si trovano più nei cassetti disordinati della vita quotidiana ci si rende conto di quanto siano importanti.
Un sorriso, una carezza, il profumo della pelle, il bacio della buonanotte, un abbraccio, la condivisione, i ricordi, i viaggi…..tante piccole venature bianche profumate fra il liquido denso delle deiezioni.

venerdì 5 settembre 2008

COMING SOON

Rientrerò.
Per ora sono anestetizzata dal lavoro fino a notte e in fondo non mi dispiace.
Ho ripreso la penna ed il calamaio (modernamente la bic) e scrivo sui miei quaderni, frasi, pensieri e tanto altro. Ho tutto ben conservato e lo riporterò su queste pagine. Ma il tempo è tiranno e io lotto per salvare il salvabile ed avere piccole certezze per domani e domani l'altro e l'altro ancora.
Poi sarà un fiume quando avrò il tempo e anche la voglia di accendere il mio pb che giace lì con la polvere da agosto.

sabato 23 agosto 2008

...sosta a Parco Sempione, arriva pietro.

Facciamo due passi. Andiamo verso castello Sforzesco. Vocii di bambini nei cortili del castello, mamme che si raccontano di figlie che prendono decisioni importanti. Vorrei avere i bermuda, ho le gambe caldissime e i piedi infuocati. Cerchiamo una panchina che sia all’ombra ma sono già tutte accaparrate. Ne individuiamo una che è in penombra, faremo i turni sussurro sorridendo. 
Non so come, non so perché siamo seduti su quella panchina e cominciamo a parlare del più e del meno e viene fuori l’argomento insonnia. luio sobbalza e mi rimprovera, lei cerca di smorzare i toni ma lui si infuria. ‘No tu sai cosa ha significato per me l’insonnia, tieni prendi questo numero e quest’altro, la chimica aiuta, il resto non so. Ora sto meglio, dormo sei, sette ore, non piango per una canzone melodica, ricordo quello che faccio, non sto male e non vivo la notte come un mostro da superare’ Lei cerca di frenare l’ardore della discussione perché pensa, giustamente, che io sia ipersensibile all’argomento. Ha ragione. sento i suoi sintomi e mi si inondano gli occhi, faccio fatica a tenere a bada le mie emozioni. Lui insiste e mi da due numeri e due nomi. Entrano e si infilano sul telefonino Pietro e Socrates. Sono convinta che Pietro farà parte della mia vita a breve, di Socrates ho più timore. Socrates è uno che maneggia la mente con la chimica, Pietro maneggia il corpo con il sapere. Timeo Socrates. Lo dico un po’ perplessa, lei e lui mi dicono di cominciare da Pietro. Forse è meglio, forse è più giusto. 
il sole si sta abbassando e la luce filtra fra le foglie ingiallite, dei ragazzi giocano a pallone, un cane trotterella felice. Continuiamo a parlare in una strampalata versione di terapia di gruppo senza conduttore, liberiamo emozioni senza dirci fatti precisi L’animo è più lieve e non dovrebbe ma chissà se esternando un dolore singolo e immettendolo in un dolore compartecipato, cosmico se ci fosse Leopardi, il peso del singolo diventi più leggero perché trasportato da più persone. Forse è il principio del prosaico mal comune mezzo gaudio. 
Mi viene da pensare che anche nel dolore l’uomo è un animale sociale, alla fine si apre con spiriti simili o trova nel suo innato istinto di sopravvivenza dei modi di comunicare con chi o è simile a lui o lo può capire. Ogni volta un essere diverso ma in qualche modo affine. 

L'Ultima cena di peter greenaway e ...

Ho aperto gli occhi stamattina dopo 5 notti di insonnia feroce e tormentata, non ho l’impegno del lavoro, chiamo ma sono tutti fuori. Chiamo la mia donna scricciolo che mi sostiene e mi consiglia sul da farsi e mi ascolta, ascolta le note dolenti e le armonie disarmoniche, mi dice di usare la chiave di violino, di non usare i bemolle ma i diesis, mi dice di interrompere le sincopi e cercare di suonare cose semplici. Oggi non riesco, oggi sono dodecafonica e mi lascio cullare dalle sue armoniche parole di madre e confessore. 
Bevuto il calice amaro tento un lancio di sos e per fortuna qualcuno risponde. 
Alle 14. Palazzo reale. Sono lì dopo avere preso la posta e organizzato mentalmente gli spazi di ciò che dovrò fare domani. 
La giornata è decisamente calda, prima un boccone all’immondezaio dell’autogrill e poi verso Palazzo Reale. Finalmente riesco a vedere ‘L’Ultima cena di Peter Greenaway’.
All’interno della Sala delle Colonne è stata ricostruito in scala 1 a 1 lo spazio architettonico di S. Maria delle Grazie ed è stato ricostruito l’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo. Fra la parete dell’affresco e la parete bianca sul lato opposto campeggia una lunghissima tavola che riproduce la tavola dell’Ultima Cena. Tutto è bianco come passato a calce, la tovaglia è rigida, gli oggetti, il cibo sono posati nelle stesse posizioni in cui sono state bloccate da Leonardo nell’affresco. La tavola si illumina dal basso di un colore rosso quando si abbassano le luci ed inizia lo spettacolo. Lo scopo ultimo è far parlare l’affresco, far si che racconti la sua storia in modo cinematografico. 
Il percorso narrativo è doppio, una proiezione di 20 minuti sulla parete dell’affresco e un’altra di 20 minuti dall’altra parte in contemporanea. La musica ti avvolge e ti accompagna, il tavolo si illumina di colori diversi. 
Parte in penombra ed in sordina la resurrezione di qualcosa che è morto nel suo essere oggetto ma non nella sua essenza portatrice di messaggio. La luce sorge dallo sfondo paesaggistico, come l’alba di qualcosa di nuovo ed il tramonto che prelude la sera, l’inizio della morte. La luce bagna tutto l’affresco portandolo a colori vividi, all’inizio del suo tempo che fu per breve tempo a sua volta. 
Con straordinari effetti speciali, le luci tagliano i bordi, scontornano, sezionano e poi vivificano staccando le figure dal fondo, riempiendole, avvolgendole in un tutto tondo, le figure non sono più dipinte, diventano sculture che vivono illuminate singolarmente di una luce grigia, terrosa come fossero scultura di pietra. 
La luce adesso scivola sugli Apostoli che sembra si muovano verso il centro: Cristo. L’affresco sembra dipinto ora da Caravaggio, ora da Tiepolo, ora dai neon dell’arte contemporanea. I tagli di luce, il cangiare dei colori, i tagli sui profili raccontano un episodio unico narrabile da cento interpreti. 
Gli occhi sono rapiti, estatici (i miei), un occhio di bue accarezza i volti dell’affresco rendendo ogni singola espressione, ogni singolo gesto unico, irripetibile, un sintagma, un’aforisma, un motto, un epiteto. Si staccano i singoli di un affresco corale per esprimer la forza del singolo, struttura, colonna di un tempio di diversi elementi, tempio possente, complesso. Tutti vivono ma tutti tacciono di fronte la sorgente primaria ed unica che è Cristo, rivelato dopo l’introduzione sinfonica con un leggero accento riservato alla figura di Giovanni. 
Brilla la lama fra Pietro e Giovanni, sottolineata da un acuto suono della colonna sonora, brillano gli oggetti che imbandiscono la tavola dipinta e lentamente l’affresco torna nell’oscurità. Pochi secondi ed inizia il canto celestiale di mani illuminate con ritmicità avvolgente, mani che parlano sussurrano, che volano via dal fondo come se stessero suonando i canoni inversi di Bach. 
E’ un tripudio di conversazioni, di gesti che non appartengono ad un corpo immerso, dialoghi di dita, polsi, dorsi, palmi. Mani che conversano freneticamente, gesti concitati battuti dal ritmo della luce e della musica. Gli occhi saltano da una mano all’altra senza posa, senza tregua. 
Sono rapita, entusiasta. 
E d’improvviso altri arti terminali parlano: i piedi, avvolti nei sandali, poggiati alla gamba del tavolo, ravvicinati gli uni con gli altri, nascosti dalle pieghe della tovaglia, avvitati a terra a reggere un corpo che si chiede: ’Sono forse io?’, piedi comparsi, mozzati secoli fa da un’apertura di una porta e ora vivi, presenti, immaginati, illuminati per brevi attimi di tempo. 
Una donna canta e i suoi acuti toccano il cuore, è il momento della sospensione, senti risuonare nella tua testa l’ultima eco dell’affermazione di Cristo ‘uno di voi mi tradirà’ e i volti assumono le espressioni stupite, addolorate, emozionate, spaventate, incredule, basite, paurose, rabbiose.
Dalla finestra sulla parete sinistra dell’affresco proviene un altro taglio di luce che inonda con moto circolare la scena. La finestra a S. Maria ha una grata, la luce passa ingrandendo o diminuendo la proiezione della grata sulla scena. E’ impressionante e stupefacente vedere i bianchi brillare alla luce del sole, le stoviglie illuminarsi mentre nell’ombra segnata dalla grata, la tovaglia si inonda di sangue che percola su tutto e poi sparisce col passare della luce. E’ un’alternanza spaventosa del presente e del futuro: il sangue prelude alla passione e alla morte in un banchetto di vivi, il bianco vivido che torna a smacchiare il sangue, è la vita di adesso e la resurrezione che verrà. Tutto gira in un loop per cinque, sei volte e poi la luce bagna di nuovo tutto le figure, si concentra sul Cristo, le altre entrano in penombra e da lui promanano dei raggi di luce con un effetto che sembra quello degli affreschi bizantini della salita al Monte Tabor. Il video dura dieci minuti e riprende uguale per altri dieci minuti. Tutti ci giriamo verso l’altra parete su cui scorrono immagini che però non abbiamo potuto cogliere perché troppo presi e poco desiderosi di perderci la rinascita cinematografica dell’affresco. 
Qui il filmato è visionario, non incline al racconto storico anche se dal racconto storico prende vita, non narra dell’affresco usando l’affresco ma usa la macchina cinematografica partendo dal micro particolare e allargandolo a dismisura. E’ un filmato a tutti gli effetti. 
Dopo avere ricostruito la vita di Gesù attraverso capolavori di Leonardo e del Rinascimento, lo zoom digitale scivola su un particolare del manto di Giovanni e come un dermatologo vola sulla patina pittorica e la stacca, la parcellizza come quando si solleva il craquelè da un quadro vecchio. Polveri di colori si sparpagliano sullo schermo parete mentre la macchina da presa è su distanza ravvicinatissima e percorre tutto l’affresco senza che però si capisca dove passi, dove vada. Noto un richiamo di colori fra la proiezione dell’Ultima Cena e il filmato sulla parete opposta ma tutto è intimo, personale, tutto deve essere realizzato secondo una propria cultura, sensibilità, vissuto passato e presente. 
Lo zoom solca la superficie pittorica e ci gioca, salendo a volte piano verso l’alto, affondando di nuovo i pixel negli strati di colore. Le carezze continuano fino a che lo zoom si rialza come il collo di una giraffa da una pozza d’acqua, lentamente, sinuosamente e riparte dalla figura del viso di Giovanni. Tutto finisce come comincia nel pulviscolo molecolare della pellicola che si scompone ma questa volta viene verso lo spettatore, lo inonda, lo supera e rimane attratta da quella luce che viene promanata da Cristo.
Buio. Tutto tace. Mi riprendo dopo qualche secondo. Ricompare la struttura di S. Maria delle Grazie e la luce artificiale e banale da uso quotidiano. 
Chiediamo di potere rientrare. Per fortuna Milano ci concede oltre che i suoi silenzi la possibilità di rivedere per cercare di capire meglio i nessi o di trovarne o di fissare le emozioni.

P.S. Avrei voluto scrivere prima di questa esperienza e avrei voluto che quelli che avessero letto e avessero avuto la possibilità di essere a Milano fossero andati a vederla. Io l’ho trovata un’esperienza straordinaria. Il sei settembre è stato l’ultimo giorno. Adesso sarà itinerante, se dovesse capitarmi di nuovo sotto mano credo proprio che ritornerò. 

venerdì 22 agosto 2008

Persone speciali

Ritornare al lavoro è perdere la piccola carica di autonomia di energia e di buoni propositi che avevo voluto crearmi, la situazione è sempre più ingarbugliata e fastidiosa. Gli uffici sono ancora vuoti e nel cortile risuonano le voci dei commentatori delle olimpiadi che i ‘terminati delle ferie’ guardano in streaming, non avendo nulla da fare. Io non oso, meno navigo, meno mi connetto meglio è. Ho la terribile sensazione che sia vittima di un grande fratello e non voglio dare il fianco a questo covo di aspidi. 
All’ ora di pranzo arriva l’sms che aspettavo. Arriva Elena dalla Germania e si ferma a Milano per un solo giorno. Nonostante la sua stanchezza, l’arrivo in ritardo e gli amici abbandonati a casa per uscire con me, andiamo in pizzeria e ci mettiamo a raccontare i nostri viaggi, le nostre sensazioni. Elena è una persona speciale. Lei ha fatto il Cammino di Santiago ed era entusiasta nel sentirmelo raccontare, lei è stata investita di un riconoscimento del Cammino di Santiago. Mi ha chiesto se voglio farlo con lei, ancora non le avevo detto che è un’intenzione ferma. Niente per caso. 
Elena è una persona speciale. Ti legge dentro, è una persona illuminata da una forza particolare, è dolcissima ma risoluta, ha una marcia in più ed una fede incrollabile. E’ instancabile, vulcanica e straordinaria. 
Mentre mangiamo poggia una mano sul dorso della mia e mi chiede come sto. Non si può resistere davanti all’intelligente semplicità. Mi avvolge in un caldo abbraccio di parole senza chiedere nulla e dicendomi tutto. 
Milano è diventata meno silenziosa nel paio d’ore in cui c’è stato un intenso discorso fra anime.
Elena si sposa l’anno prossimo. Elena si sta sistemando con il lavoro e a breve non sarà più precaria. Sono felice, felice che coroni due sogni. Lei se lo merita. 

Milano è vuota

Milano è vuota. Non emette rumore. Tutto sembra irreale, ovattato. Milano ha la bocca chiusa come se qualcuno le avesse cucito le labbra con il fil di ferro. Non si sente nulla, neanche il rumore dei tram che sferragliano sui binari. Forse l’amministrazione comunale ha messo il volume a zero, ha bloccato per qualche tempo il vocio vomitato dalla bocca di questa città ogni giorno. 
Già perché Milano ti mangia, ti mastica e ti vomita, ti mangia ti mastica e ti vomita in pezzi sempre più piccoli, sempre più minuscoli ma non smette mai ti raccogliere quel vomito e di ributtarlo fuori. 
Non è la Milano da bere è la Milano che ti beve. 
Ma stanotte è tutto silenzio. In aeroporto solo il brusio di persone che hanno finito le ferie, il rumore dei motori dei taxi che scivolano in moto continuo davanti la fermata. Salgo su uno. Poso lo zaino pieno di regali bellissimi e fragili. Sto attenta, basta poco per romperli. 
Il tassista ha voglia di parlare, ha fame, mi chiede dove poter mangiare, mi dice che si sente solo, che è da tanti anni a Milano, che non riesce ad avere una relazione stabile e duratura, lo ascolto distrattamente, guardo le indicazioni stradali e mi si stringe un attimo lo stomaco, non giriamo a destra alla seconda uscita, proseguiamo dritto. Non girerò più alla seconda uscita, dovrò tirare dritto.
Il tassista è di Mazzara ma vive a Milano da quando è piccolo, è alto, corpulento, molliccio, sudato eppure a Milano non c’è caldo. Mi comincia a fare domande, mi chiede se torno dalla mia famiglia, non è qui la mia famiglia, dai miei bambini, non ne ho, ah allora torna da suo marito, non sono sposata, dal suo compagno? non ho un compagno. Rispondo in automatico anche alle successive domande con quella spinta spontanea che ogni tanto dovrei tenere a freno. Non è sposata? e come mai? non lo so, non mi importa molto adesso. Eh questi uomini, una bella ragazza come lei, simpatica. Faccio spallucce ‘capita’ rispondo. ‘beh anche io sono sfortunato con le donne, con me non sono mai sincere, io ho fame, lei ha mangiato?’ mi risveglio da quell’effluvio di sfilza di domande e un’altra fitta allo stomaco, stavolta un allarme.
Ho il telefono in mano, da quando sono atterrata ho cancellato cinque volte un messaggio, chiedo scusa e faccio finta di rispondere ad una chiamata e faccio finta che siano i miei coinquilini che mi aspettano per mangiare. 
In poco più di tre secondi dopo la domanda del tassista ho realizzato che la città è vuota, che ho confessato di essere sola e che con ogni probabilità nel mio palazzo non c’è nessuno. Quell’uomo lì è il quadruplo di me e io sono fragile come i miei regali. Conduco la telefonata finta fino a quasi sotto casa, pago e poi scendo con faccia allegra e saluto. Non trovo le chiavi e lui è fermo lì che guarda, magari è l’uomo più buono del mondo ma per ora è solo un enorme fonte di ansia. Faccio finta di citofonare e dico che ho trovato le chiavi e scatto su. 
Infilo le chiavi nella toppa, casa si schiude nel buio e nel silenzio. Poso le valigie, appoggio delicatamente lo zainetto. 
Urla solo il silenzio. C’è un leggero odore di chiuso. Annaffio le piante e apro il divano-letto, domani torno al lavoro ma non ho sonno e così apro la valigia, prendo i miei averi cartacei e comincio a scrivere i miei resoconti. Scrivere è ancora come se fossi ancora in viaggio, vedere la guida, gli scontrini, le mappe, vedere le foto mi inebria e mi fa sorridere. Riempio il silenzio di ricordi e adesso non è più silenzio, è l’aria profuma della notte. 

giovedì 21 agosto 2008

di nuovo Sintra e di nuovo l'oceano

Ci sono posti in questo viaggio che ci erano sfuggiti, ci sono piatti come la cataplana che non eravamo riusciti a mangiare, ci sono cose come i mulini che non avevamo trovato e magicamente gli ultimi due giorni si sono materializzati come a chiudere un cerchio, come per dire che tutto quello che doveva essere visto era stato visto, quello che doveva essere fatto era stato fatto.
A Sintra vediamo la Quinta de Regaleira, addentrandoci per le stradine vicine all'oceano vediamo i mulini e finalmente ad Ericeira mi viene fatto un altro regalo. Il tramonto sull'Oceano Atlantico. 
Ogni tramonto ha un suo sapore, ricordo quello di ferragosto dello scorso anno ad esempio ma questo è la fine del viaggio. Questo è accolto nel silenzio dei cuori, nella resa delle armi, il tramonto è commovente, la palla infuocata viene assorbita da una distesa infinita di blù cangiante nei suoi riflessi, una barca a vela, che chissà dove va, proviene dal fondo incerto della luce, naviga verso di essa e per un istante, lungo una vita, si ferma nel pieno del sole, illuminata dalla perfezione. Il tempo di uno sbatter di ciglia e ritorna verso il trascolorare del paesaggio marino. Sembra la metafora di un viaggio, di una storia, della vita: passare dalle ombre delle incertezze, scorgere il sole, puntare verso la luce piena, esserne avvolti e poi tornare lentamente verso le ombre ma pieni di una luce vissuta, tonda, ricca, navigando verso un'altra rotta che alla luce prima o poi dovrà portare.
Febo Apollo conduce il suo carro verso il tramonto cedendo lentamente il passo alle stelle e all'oscurità. Scivolo anche io sul sedile e vengo avvolta dallo spettacolo della natura e da calore e forza che conosco. E' un effetto straniante, le lacrime imprigionate negli occhi non sono salate, salato è il mare che si vaporizza nell'impatto sulle rocce, salata è la patina che copre la carne e che rende le lacrime dolci. 
E' un gioco di contrasti quello che mi annienta davanti al supremo spettacolo del tramonto come il freddo dell'oceano, il caldo del contatto della carne. Vorrei che quel momento non finisse mai, vorrei che tutto si fermasse lì. 
Noi in quella posa di attimo sospeso davanti al giorno che sparisce.
Tutto è quiete tempestosa, tutto è all'inizio di un nuovo inizio. Tramonta. E' notte. 
Il paesaggio notturno scorre attraverso i finestrini dell'auto e nonostante il buio brilla, laggiù, la Stella del Nord, la stella polare. La stella su cui avvitarsi e a cui ululare quando il bisogno verrà a bussare.
Lo dico a voce alta poi sento tornare la stanchezza di una vita da vivere. Chiudo gli occhi e scivolo nel sonno. 

Porto, la fine del tempo

Porto ci accoglie male, piove la notte, piove la mattina, Porto non è un bel risveglio, la pioggia di fuori corre anche sul mio viso. L'aria è pesante, umida, piena di elettricità, Porto segue il pensiero dell'anima rassegnata, Porto è decadente, Porto racconta di tempi andati, belli, gioiosi, ricchi e allegri e che non torneranno più. Porto è triste. 
Porto mi assomiglia oggi ed è per questo che non mi piace, c'è tanto a Porto da vedere ma c'è un luogo che mi prende. Nel monastero accanto al tripudio di oro e di legno intarsiato della chiesa di Sao Francisco ci sono delle insolite catacombe. Guardo di qua e di la questi luoghi in bianco e nero dove sono sepolti fratelli e sorelle in Cristo. Seguo il cartello Ossario e fra ghigni e battute di alcuni turisti che irrompono nel mio cervello anestetizzato dalla tristezza arrivo all'ossario. E' ad un livello sotto i miei piedi coperto da una lastra di vetro. Mi ricordo della cappella delle ossa ad Evora dove invece le ossa facevano parte delle pareti. 
Mi ritrovo a fissarlo e a pensare quando è caduca la vita, quanto lo siano i sentimenti, quanto tutto quello che ci sembra importante davanti ad un Ossario scompare. Rimango con la testa bassa a fissare le ossa sotto di me. Ed improvvisamente mi si affolla il cervello come una piazza alle dieci del mattino. 
Mi dico: Se questo è l'ineluttabile perchè privarsi delle piccole cose? Se questo è l'atto finale perchè non aspettare di vedere lo spettacolo intero? 
Non ho risposte sul perchè si decida di farsi male contro ogni ragionevole dubbio e non avendo risposta mi si installa nel cervello un'altra idea. Forse è per me così, per gli altri l' abbandonare le piccole cose felici è perchè,  forse, da quelle cose non reputano di trarne più felicità. E se per te hanno ancora significato per altri ne hanno un altro. E allora non c'è più ragione, allora hanno ragione quelle ossa, allora non è destino, non è fortuna ma è la normale vita che scorre, allora se tutto è dentro quelle ossa lo è anche la parola fine con o senza ragioni.
Così mi trovo a risalire la corrente verso il ritorno, così il fiume che risalgo posa la sua acque sul mio corpo e fa risentire la pressione. Ma non si può risalire sempre e così Cascais con i suoi paesaggi incantati, con un ecclissi di luna mi regala momenti dolci, momenti di piccoli lievi sollievi come una carezza di vento, come un abbraccio senza fine.