‘Prendi la mano’
‘Non ne vedo il motivo’
‘Non c’è un motivo per tutto’
‘Illogico se non ci fosse’
‘Logico sarebbe che tu afferassi la mano’
‘Hai visto che c’è un grillo accanto al tuo piede?’
‘Si c’è anche un papero nello stagno’
‘Non mi posso muovere, non riesco a vederlo’
‘Ecco ho trovato il perché?’
‘Direi anche il come’
‘Dove e quando lo darei per scontato mio caro’
‘Eviterei di citarli anche io perché so che adesso siamo qui’
‘Situazione incresciosa, trovi?’
‘Alquanto…ti infangherò le mani, tesoro’
‘Hai infangato molto più che quelle, amore’
‘Sono scivolose non riesco a tenere strette le tue’
‘Qualche tempo fa ci riuscivi’
‘Direi che puoi tirare adesso’
‘Sei scivoloso
‘Un altro po’ e ci sono’
‘Lo ripeti da sempre’
‘grazie angelo mio, quelle sabbie mobili cominciavano a infastidirmi’
‘Ho perso la fede!’
‘Un orafo e un prete ti aiuteranno’
‘E’ ora di cena’
‘Hai schiacciato il grillo’
‘Ho fame’
mercoledì 24 dicembre 2008
mercoledì 17 dicembre 2008
P.S. ambivalente
Da un po’ mi definiscono così.
PS.
PS.
Un acronimo, lettere contratte, significato preciso.
Mi dicono sei una problem solver. Forse no. O forse si ma credo sia l’animo innato della crocerossina che defluisce sui percorsi lavorativi. Quello che mi scoccia è che sono una problem solver di problemi che creano altri che, come atto finale, hanno una rovinosa caduta sulle mie spalle. Le mie spalle sono contratte da spasmi muscolari dolorosi, quindi se voglio attutire la caduta devo necessariamente parare in modo razionale e/o creativo l’impatto.
Mi dicono sei una problem solver. Forse no. O forse si ma credo sia l’animo innato della crocerossina che defluisce sui percorsi lavorativi. Quello che mi scoccia è che sono una problem solver di problemi che creano altri che, come atto finale, hanno una rovinosa caduta sulle mie spalle. Le mie spalle sono contratte da spasmi muscolari dolorosi, quindi se voglio attutire la caduta devo necessariamente parare in modo razionale e/o creativo l’impatto.
Cosicché guardo il problema, scorgo l’angolazione, calcolo la velocità con il quale il problema si abbatterà e lo spezzetto per evitarne uno più grosso.
Parcellizzato il problema i suoi effetti cadono a pioggia su un raggio più ampio di quello delle mie spalle e così, se non l’ho risolto del tutto, faccio in modo che anche altre spalle si gravino di qualche peso.
Devo dire che la tecnica si sta raffinando e la soluzione comincia ad assumere la stessa velocità della formazione del problema, si sta, cioè, formando una sorta di pre/onniveggenza del fare altrui, che, più semplicemente, collima più con una banale prevedibilità dell ‘incapacità altrui. Essere un PS è stancante e non ti permette di abbassare la guardia.
Devo dire che la tecnica si sta raffinando e la soluzione comincia ad assumere la stessa velocità della formazione del problema, si sta, cioè, formando una sorta di pre/onniveggenza del fare altrui, che, più semplicemente, collima più con una banale prevedibilità dell ‘incapacità altrui. Essere un PS è stancante e non ti permette di abbassare la guardia.
Gli acronimi mi piacciono, mi piace essere un PS ma con una punteggiatura diversa perchè spesso un punto fa la differenza: P.S. = Post Scriptum.
Si, perché a me piace non finire mai di scrivere una mail, una lettera, mi piace aggiungere sempre qualcosa. L’ultima scia, l’ultimo profumo, l’ultima traccia di me su un foglio in bianco e nero o elettronico.
E’ soave essere un Post Scriptum, qualcosa di nuovo ancora in emozioni già espresse.
L'ultimo soffio di pensiero vicino al punto di chiusura.
giovedì 4 dicembre 2008
Non mi guardare
La pelle era solo carta vetrata, le ossa erano incollate solo dal nylon dei tendini, non c'era più tessuto molle. Soffiava il vento, la pelle si muoveva fra le pieghe della pelle aggrinzita. Gli occhi si sgranavano nelle orbite del teschio. I capelli erano radi, qualche dente ancora ballava con le vibrazioni di pochi incerti passi che ancora potevo fare, lo stomaco era solo un budello per contenere un etto di salsiccia, il fiato faceva fatica ad uscire da polmoni rattrappiti su loro stessi ma tutto era ancora troppo.
Troppa pelle, troppe articolazioni, troppi capelli, troppo fiato ancora in corpo anche se il corpo arrancava, non reggeva, dondolava oscillando e cedendo alla schiacciante forza di gravità.
Non vedevo, non volevo, non dovevo. Tutto era da repellere. Tutto: i liquidi, i solidi, i fluidi sentimenti di chi piangeva lacrime amare.Salato, dolce, speziato, agre. Nulla, più nulla, perchè era così. Un gioco all'inizio, una scelta alla fine, una volontà, l'unica che mi guidava, durante.
Un rantolo, il penultimo. E tu, disteso accanto che accarezzi questa carta vetrata. Hai parlato a lungo, hai urlato a volte, hai insistito sempre. Non hai mollato ma non hai capito. Neanche io. Io non volevo essere aiutata. Non l'ho mai voluto, sapevo che non volevo rimanere imprigionata dentro questa teca di cellule.
Tutta era iniziato per una scintilla di candela e questa candela l'ho consumata in fretta.
Non avere pietà per me, sii indulgente con te. Nessuno ha colpe per ciò che non può controllare.
Io non ero per me.
Un rantolo, l'ultimo.
Forse ho sbagliato.
NO, adesso il dubbio no. Non mi guardare.
Adesso no, è troppo tardi, adesso no, non posso capire, adesso, l'amore. Non posso capire adesso, la vita, adesso che l'ultimo rantolo la fa rotolare con sè fuori da queste labbra di paglia secca.
(a volte i sogni, a volte gli incubi)
mercoledì 3 dicembre 2008
Thanatos
Avete sbirciato intorno?
Avete sentito il sibilo della falce quando gli occhi sfiorano i paesaggi di lettere? Avete sentito il vento freddo del mantello nero della Signora Indifferenza che si muove quando siete distratti dall'articolo a forma di glutei della brasiliana di turno?
Rutshuru, Kiwanja: passa la morte volando sopra i soldi, si nutre di odio, fa un giro su stessa e ritorna a mordere il collo di milioni di bambini, generazioni cresciute alla luce di pallottole, sangue, violenze, stupri.
Lì vicino, a Rumangabo, la morte si fa beffe di Madre natura strappando l'ultimo lembo di casa ad innocenti animali.
Tutto tace.
Papua Nuova Guinea: incede la morte sulla strada di un dolore necessario, le madri uccidono i figli maschi per non mandarli in guerra, innocenti epigoni nella sorte, dei bimbi spartani deformi, inutilizzabili per la guerra.
Il silenzio urla.
Calabria: la morte danza sulle anse cerebrali sorde al raziocinio, un bambino si spezza su un pavimento.
Qualche piccolo vago rumore di indignazione.
Nakhon Nayok, Thailandia: la morte ride seduta sul bordo delle bare dove uomini e donne pagano per far finta di morire e rinascere per soli 5$.
La morte sghignazza alle battute finali di una triste barzelletta raccontata da ogni singolo uomo sulla terra, incrostato dentro la sua indifferenza ma nessuno la sente.
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