L'aria è frizzante, non fredda se paragonata a quella umida e pesante, invernale di Dusseldorf che però sa di aria mentre qui non sa. Non sa di essere aria, non sa più di cosa sia fatta.
Aspetto che il semaforo diventi verde, la zona è stranamente tranquilla, i miei occhi già corrono dall'altro lato del marciapede e si allungano su Via Orefici nella speranza di vedere il profilo del tram. Ma è quasi deserto il panorama urbano di questa Milano di fine settembre.
Scatta il verde, attraverso la strada, le ruote del trolley si incastrano sui binari delle rotaie, devo dare uno strappo e il muscolo si tende in uno spasmo così come quello della mia bocca. Tiro avanti. Gli occhi sono puntati davanti a me e sono attratti da una coppia insolita.
I loro corpi sono ravvicinati ma è la donna che quasi si appoggia a lui mentre il ragazzo è schiacciato in atteggiamento di fuga impossibile, appoggiato al muro che vorrebbe lo inghiottisse per farlo sparire da quel momento agghiacciante a cui non si sfugge.
Continuo il mio percorso, li sfioro con il corpo, con l'udito, con i sensi, con l'olfatto, sento la puzza della paura, della disperazione, del punto di non ritorno, abbasso lo sguardo mentre li incrocio perchè mi sembra di invadere un momento di dolore, mi appare su un tappeto da esterni la scritta dell'Hotel Sir Edward, quasi cancellata dal calpestio costante.
I due attraenti il mio interesse bisbigliano, sento un no ripetuto uscire a fior di labbra dalla donna. Proseguo il mio cammino e mi metto ad aspettare un tram che non vuole arrivare. Leggo sul display che i mezzi riprenderanno la loro corsa dalle 22, evidentemente c'è stato sciopero. Mi metto pazientemente ad aspettare che trascorrano questi lunghissimi minuti.
Si alza un pò di vento, tiro su il bavero dell'impermeabile e stringo la sciarpa. Mi appoggio al muro e la mia prospettiva cambia.
Vedo la donna di tre quarti, sono già abbastanza distante ma non tanto da non vedere i gesticolii moderati, la postura dei corpi ed il loro linguaggio. Lei avrà sessant'anni, lui una trentina. I tratti del volto del ragazzo tradiscono una mediterraneità del Nord Africa, Marocco o Tunisia. Il seno di lei è prosperoso, cerca di sfiorare inconsciamente il petto di lui, il contatto non è cercato ma rivela un'attrazione che esula da un rapporto di lavoro o di amicizia. Le mani, piccole, sono alzate e con i palmi rivolti verso di lui e stanno chiedendo di aspettare, si muovono per spiegare, lui è sempre più attratto dal muro e il suo petto è incassato per evitare il contatto con il seno di lei.
Guardo l'abbigliamento di lei che indulge ad una femminilità grottesca e male assemblata come in un collage fatto da un bambino dispettoso. Ha una gonna a balze di pizzo nero ed una maglia rossa con palleittes luccicanti, aderente, che rivela una pancia gonfia, tesa e tonda, troppo tonda rispetto a gambe magre strette in calze nere, pesanti.
Ora è lui che diniega con la testa lasciandola vagare come se non avesse più muscolatura, come se scuotendola, cercasse nell'invertebralità del collo, una via di fuga. La situazione è tesa, la percepisco dal mio spicchio di marciapiede. Lui è stanco, avvilito da una situazione che, forse, ha toccato il limite di sopportazione per la sua giovane carne. Lei è tesa e cerca di tirare sulla sua secca una barca di legno, colorata di giovinezza che ha messo la prua verso il mare aperto. Le condizioni del tempo sembrano cambiate, lui non vuole stare più in quel porto vecchio e malandato. E' lui che ha deciso di prendere il mare e lei cerca di fermarlo.
Lui cerca di abbandonare la solitudine della compagnia di questa donna, troppo ingombrante fisicamente e ora anche spiritualmente, lei cerca di non tornare alla solitudine del tempo naturale del tramonto. Sono due forme concave e convesse che non si incontrano e con ogni probabilità non lo hanno mai fatto, si sono adattate alle urgenze della necessità di un mondo che non li ha accolti, che non li ha accettati o a cui hanno fatto fatica ad abituarsi.
Lui è impaziente di finire una tortura che ha raggiunto il momento della discesa della lama sul collo di una relazione impossibile da continuare o semplicemente non più proficua, lei non vuole arrendersi a perdere ciò che ha attratto a lei con speranze di aiuto.
Ognuno è alla sua resa dei conti, ognuno ha preso e dato, uno è arrivato, l'altra non vuole scendere al capolinea.
Distolgo lo sguardo, mi si è annodato lo stomaco, guardo l'ora sul cellulare, forse ci siamo, sento un rumore di ruote su traversine, vicino il numero 16 c'è scritto 4 minuti. Rialzo lo sguardo e lui mi passa davanti con le cuffiette nelle orecchie, l'andamento molleggiato, un monospalla bianco, una leggerezza nei piedi, un sollievo nel viso, l'incedere diventa sempre più sicuro e baldanzoso, cammina e perde la zavorra di detriti sentimentali e fisici che lo hanno ancorato per un certo tempo alla secca di quella donna. Lo vedo allontanarsi sparendo nella penombra di Corso Italia in un moto sempre più simile alla levitazione. Si è tolto un peso e si dissolve dai miei occhi come un ultraleggero.
Lei trascina i piedi zavorrati dal peso della solitudine nelle scarpe da ginnastica, sul corpo raccoglie la zavorra che lui si è lasciato alle spalle, non sembra più avere un equilibrio stabile, ha perso il centro di gravità e si avvicina barcollando come un' etilista all'ultimo stadio verso la banchina del tram.
Indossa occhiali da sole grandi, quadrati che invadono il suo viso contratto in uno spasmo muscolare incontrollato, incontrallabile che ti deforma il viso, che scava le guance, che risucchia gli occhi nelle cavità orbitali. Lo spasmo della cruda verità che ti si avvita addosso senza che tu possa opporre resistenza. La bocca è storta in una smorfia di dolore, il peso della galoppante solitudine si spalma sulla fronte aggrottando le pieghe delle rughe. Il viso è inespressivo, vacuo, gli occhi che si intravedono fra le lenti grigie sono persi, umidi e interrogativi. Il pensiero che scorre sulle sopracciglia aggrottate (potevo fare di più, diversamente, meglio?) si intreccia con un movimento compulsivo di spostamento da destra a sinistra della testa incassata sulle spalle curve. Il 'non c'è più niente da fare' della testa è il primo atto di coscienza di quello che l'anima e il cuore accetterà molto tempo più tardi o mai allorché l'evento luttuoso sarà concreto, allorquando l'abitudine della finta sicurezza si sarà frantumata fra le rocce della vita.
Salgo sul tram e mi siedo, le porte indugiano a chiudersi, il segnale è rosso. Lei è di fronte a me, lui è svanito già. Lei si mordicchia l'interno del labbro inferiore sinistro, si infligge un piccolo tormento fisico per non sentire il tormento lacerante della silenziosa ed incombente solitudine con cui la vecchiaia va a fare compere.
Le porte si chiudono rumorosamente e lasciano quella cartolina animata dietro i vetri, il tram si muove lento sulle rotaie, quel pezzo di vita scivola fuori dal mio campo visivo. Abbasso la testa, la scuoto, ho pagato un biglietto per un dramma beckettiano, ma non troppo, recitato dalla compagnia dei dirimpettai. Unico spettatore di questo spettacolo muto e misurato, pagante il fio, i miei occhi, il mio odorato ed il mio trolley pesante.