sabato 4 ottobre 2008

Aspettando tram

Torno da Malpensa, salgo le scale che dalla Metro portano al Duomo, il trolley nero è pieno di documenti, pesante, l'ho trascinato per due giorni e la mia spalla ne risente, dolendosi con il collo della mala sorte toccatagli. Il solito dardo conficcato sul deltoide irradia un bruciore persistente e non mi dà tregua.
L'aria è frizzante, non fredda se paragonata a quella umida e pesante, invernale di Dusseldorf che però sa di aria mentre qui non sa. Non sa di essere aria, non sa più di cosa sia fatta.
Aspetto che il semaforo diventi verde, la zona è stranamente tranquilla, i miei occhi già corrono dall'altro lato del marciapede e si allungano su Via Orefici nella speranza di vedere il profilo del tram. Ma è quasi deserto il panorama urbano di questa Milano di fine settembre.
Scatta il verde, attraverso la strada, le ruote del trolley si incastrano sui binari delle rotaie, devo dare uno strappo e il muscolo si tende in uno spasmo così come quello della mia bocca. Tiro avanti. Gli occhi sono puntati davanti a me e sono attratti da una coppia insolita.
Lei, con giacca di pelle nera, è di spalle, capelli corti, rossicci sopra e sale e pepe sui lati rasati.
Il corpo è appesantito dall'età e scarica il peso su scarpe bianche da ginnastica. Lei sta! Letteralmente sta ferma davanti ad un uomo, un ragazzo vestito di jeans i cui capelli sono neri corvino come la maglia che indossa. Le sue mani sono nascoste dentro le tasche, affondate fin sotto i polsi, i pugni sono chiusi. Dondola leggermente a destra e sinistra. Guarda di sfuggita la donna, più bassa di lui, poi fa vagare lo sguardo a volte infastidito, a volte smarrito intorno a lui.
I loro corpi sono ravvicinati ma è la donna che quasi si appoggia a lui mentre il ragazzo è schiacciato in atteggiamento di fuga impossibile, appoggiato al muro che vorrebbe lo inghiottisse per farlo sparire da quel momento agghiacciante a cui non si sfugge.
Continuo il mio percorso, li sfioro con il corpo, con l'udito, con i sensi, con l'olfatto, sento la puzza della paura, della disperazione, del punto di non ritorno, abbasso lo sguardo mentre li incrocio perchè mi sembra di invadere un momento di dolore, mi appare su un tappeto da esterni la scritta dell'Hotel Sir Edward, quasi cancellata dal calpestio costante.
I due attraenti il mio interesse bisbigliano, sento un no ripetuto uscire a fior di labbra dalla donna. Proseguo il mio cammino e mi metto ad aspettare un tram che non vuole arrivare. Leggo sul display che i mezzi riprenderanno la loro corsa dalle 22, evidentemente c'è stato sciopero. Mi metto pazientemente ad aspettare che trascorrano questi lunghissimi minuti.
Si alza un pò di vento, tiro su il bavero dell'impermeabile e stringo la sciarpa. Mi appoggio al muro e la mia prospettiva cambia.
Vedo la donna di tre quarti, sono già abbastanza distante ma non tanto da non vedere i gesticolii moderati, la postura dei corpi ed il loro linguaggio. Lei avrà sessant'anni, lui una trentina. I tratti del volto del ragazzo tradiscono una mediterraneità del Nord Africa, Marocco o Tunisia. Il seno di lei è prosperoso, cerca di sfiorare inconsciamente il petto di lui, il contatto non è cercato ma rivela un'attrazione che esula da un rapporto di lavoro o di amicizia. Le mani, piccole, sono alzate e con i palmi rivolti verso di lui e stanno chiedendo di aspettare, si muovono per spiegare, lui è sempre più attratto dal muro e il suo petto è incassato per evitare il contatto con il seno di lei.
Guardo l'abbigliamento di lei che indulge ad una femminilità grottesca e male assemblata come in un collage fatto da un bambino dispettoso. Ha una gonna a balze di pizzo nero ed una maglia rossa con palleittes luccicanti, aderente, che rivela una pancia gonfia, tesa e tonda, troppo tonda rispetto a gambe magre strette in calze nere, pesanti.
Ora è lui che diniega con la testa lasciandola vagare come se non avesse più muscolatura, come se scuotendola, cercasse nell'invertebralità del collo, una via di fuga. La situazione è tesa, la percepisco dal mio spicchio di marciapiede. Lui è stanco, avvilito da una situazione che, forse, ha toccato il limite di sopportazione per la sua giovane carne. Lei è tesa e cerca di tirare sulla sua secca una barca di legno, colorata di giovinezza che ha messo la prua verso il mare aperto. Le condizioni del tempo sembrano cambiate, lui non vuole stare più in quel porto vecchio e malandato. E' lui che ha deciso di prendere il mare e lei cerca di fermarlo.
Lui cerca di abbandonare la solitudine della compagnia di questa donna, troppo ingombrante fisicamente e ora anche spiritualmente, lei cerca di non tornare alla solitudine del tempo naturale del tramonto. Sono due forme concave e convesse che non si incontrano e con ogni probabilità non lo hanno mai fatto, si sono adattate alle urgenze della necessità di un mondo che non li ha accolti, che non li ha accettati o a cui hanno fatto fatica ad abituarsi.
Lui è impaziente di finire una tortura che ha raggiunto il momento della discesa della lama sul collo di una relazione impossibile da continuare o semplicemente non più proficua, lei non vuole arrendersi a perdere ciò che ha attratto a lei con speranze di aiuto.
Ognuno è alla sua resa dei conti, ognuno ha preso e dato, uno è arrivato, l'altra non vuole scendere al capolinea.
Distolgo lo sguardo, mi si è annodato lo stomaco, guardo l'ora sul cellulare, forse ci siamo, sento un rumore di ruote su traversine, vicino il numero 16 c'è scritto 4 minuti. Rialzo lo sguardo e lui mi passa davanti con le cuffiette nelle orecchie, l'andamento molleggiato, un monospalla bianco, una leggerezza nei piedi, un sollievo nel viso, l'incedere diventa sempre più sicuro e baldanzoso, cammina e perde la zavorra di detriti sentimentali e fisici che lo hanno ancorato per un certo tempo alla secca di quella donna. Lo vedo allontanarsi sparendo nella penombra di Corso Italia in un moto sempre più simile alla levitazione. Si è tolto un peso e si dissolve dai miei occhi come un ultraleggero.
Lei trascina i piedi zavorrati dal peso della solitudine nelle scarpe da ginnastica, sul corpo raccoglie la zavorra che lui si è lasciato alle spalle, non sembra più avere un equilibrio stabile, ha perso il centro di gravità e si avvicina barcollando come un' etilista all'ultimo stadio verso la banchina del tram.
Indossa occhiali da sole grandi, quadrati che invadono il suo viso contratto in uno spasmo muscolare incontrollato, incontrallabile che ti deforma il viso, che scava le guance, che risucchia gli occhi nelle cavità orbitali. Lo spasmo della cruda verità che ti si avvita addosso senza che tu possa opporre resistenza. La bocca è storta in una smorfia di dolore, il peso della galoppante solitudine si spalma sulla fronte aggrottando le pieghe delle rughe. Il viso è inespressivo, vacuo, gli occhi che si intravedono fra le lenti grigie sono persi, umidi e interrogativi. Il pensiero che scorre sulle sopracciglia aggrottate (potevo fare di più, diversamente, meglio?) si intreccia con un movimento compulsivo di spostamento da destra a sinistra della testa incassata sulle spalle curve. Il 'non c'è più niente da fare' della testa è il primo atto di coscienza di quello che l'anima e il cuore accetterà molto tempo più tardi o mai allorché l'evento luttuoso sarà concreto, allorquando l'abitudine della finta sicurezza si sarà frantumata fra le rocce della vita.
Salgo sul tram e mi siedo, le porte indugiano a chiudersi, il segnale è rosso. Lei è di fronte a me, lui è svanito già. Lei si mordicchia l'interno del labbro inferiore sinistro, si infligge un piccolo tormento fisico per non sentire il tormento lacerante della silenziosa ed incombente solitudine con cui la vecchiaia va a fare compere.
Le porte si chiudono rumorosamente e lasciano quella cartolina animata dietro i vetri, il tram si muove lento sulle rotaie, quel pezzo di vita scivola fuori dal mio campo visivo. Abbasso la testa, la scuoto, ho pagato un biglietto per un dramma beckettiano, ma non troppo, recitato dalla compagnia dei dirimpettai. Unico spettatore di questo spettacolo muto e misurato, pagante il fio, i miei occhi, il mio odorato ed il mio trolley pesante.

venerdì 3 ottobre 2008

Ritornando in Europa

Verso il Montenegro

‘Domani sveglia presto e si parte presto, buonanotte’ mi dice mio padre dopo avermi dato il bacio della buonanotte, datomi la benedizione segnandomi la croce sulla fronte e salendo le scale che portano alla sua stanza da letto. Rimango sola davanti al camino crepitante, acceso per il piacere di stare noi tre davanti al camino più che per effettiva necessità e freddo.
Guardo svagata qualche fotogramma che proviene dalla tv poi decido di spegnere, un saluto al mio vecchio e spelacchiato cane che ronfa beatamente sul divano e vado nella mia stanzetta. Crollo quasi subito ma ricorderò quel sonno, la mattina successiva, come profondo e pieno.
L’indomani alle 8 sono già pronta, porto il mio Fido giù ma di mio padre neanche l’ombra, esordisce intorno alle 9.30 con la sua solita battuta: ‘Allora. Io sono pronto, forza che è già tardi’. Mia madre, seduta ad aspettare da mezz’ora, lo guarda in procinto di volergli azzannare il collo, io invece sono rassegnata.
Il viaggio è lungo e inaspettato ma mio padre e mia madre sono di buon umore come me d’altronde. E’ da molto che non passiamo del tempo insieme e vedere le loro teste che ciacolano con me mi fa stare bene. Attraversiamo una serie di paesaggi a me noti, cambiati nei profili paesaggistici, mio padre mi indica un punto oltre le colline dicendomi che lì è stata l’ esplosione della santa barbara avvenuta qualche mese fa nel villaggio di Gerdec che ha causato la morte di 17 persone, lo sventramento del paese e devastazioni in un raggio di centinaia di chilometri.
E’ impressionante vedere come l’onda d’urto, scavalcando colline e percorrendo ampi spazi abbia fatto esplodere vetri e saltare ondulati che ricoprivano i tetti. A casa dei miei questa misteriosa signora ha creato un effetto sottovuoto che ha scardinato la porta d’ingresso del piano rialzato lasciando intatte le finestre ed il portoncino di ingresso.
A guardare il paesaggio sembra che la signora Onda d’Urto abbia sbadigliato e abbia risucchiato e poi espirato violentemente in un gesto annoiato da vecchia lady.
Finita l’autostrada giriamo in direzione di Scutari, le strade si fanno più strette, costellate di case a forma di baite di montagna, coloratissime come le case all’ingresso di Tirana, le case in costruzione con i ferri che tendono le dita verso il cielo in cui sono conficcati pupazzi e bandiere albanesi in funzione apotropaica per scacciare spiriti maligni.
Ci fermiamo a fare rifornimento presso una stazione di rifornimento che ha una copertura alta come il teatro di Sidney e dove svetta il nome Alpet, colosso che sta lottando contro la Taci oil per il predominio delle numerosissime e alquanto inutili pompe di benzina sparse per il territorio. Comincio, per gioco, a contare il numero delle stazioni di rifornimento ed i loro nomi e le appunto sul mio quaderno di viaggio: in 200km di percorso cioè dallo scorrimento veloce Vora – Skoder più il tratto per raggiungere il confine con il Montenegro gli occhi incrociano i seguenti nomi di stazioni di rifornimento:
Eri Oil, Lacy Oil, Alpet, Sara Oil, ExERI, EIDA, Laci Petrol, Jet Oil, Laska Oil il cui logo è identico a quello dell’Agip anni ‘70, Taci Oil, Ada Petrol, EKO, EuroMati, PalucaPetrol, Noloka, Lezha Petrol, Ldedaj, Sterkaj, Riva Oil, Eso con stesso logo della più nota Esso ma con una s in meno e la Kastrati Oil con il logo dell’elmo di Skanderberg, l’eroe nazionale.
Già di per sé questo elenco è impressionante ma il risvolto comico è che ne ho contate ben 68 il cui utilizzo è pari a zero.
La domanda che viene spontanea è: ma se non va nessuno come fanno a campare questi? La risposta è molto eco-logica: RICICLO ovviamente biologico, perché non lascia traccia e produce altra energia, invece su indifferenziato, plastica, vetro e lattine (e spero non rifiuti speciali) si sono organizzati nell’accettare sotto pagamento che alcune aree divenissero centro di deposito rifiuti provenienti da alcune aree dell’ Italia. Così come, sempre sotto pagamento, hanno deciso di vendere l’acqua che serve a produrre l’energia elettrica alla Grecia e, con il contributo di ancora scarsi impianti elettrici, costringono la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, ad essere privata dei rudimentali e necessari diritti.
Apro piccola parentesi: a Tirana il problema sussiste ma è diciamo ‘razionalizzato’, più ci si allontana dalle città e si va verso città più piccole o verso i centri rurali, più la situazione diventa drammatica. L’energia elettrica viene erogata solo poche ore al giorno costringendo ad utilizzare generatori o a vivere senza. La cosa positiva è che il cielo di notte in molte zone dell’ Albania è un cielo di notte, manto nero trapuntato di stelle, le lucciole sono ancora visibili e la luna piena illumina davvero il cammino. Chiudo Parentesi.

Ritorno alle stazioni di rifornimento: queste sono di varie forme, grandezza e dimensioni, quelle più piccole, rudimentali e tirate su con quel che c’è, normalmente sono popolate da uno o due uomini, accovacciati a terra con sigaretta attaccata alle labbra e pendula sul lato destro del labbro.
Se non sono accovacciati sono sicuramente seduti al bar che correda la stazione di rifornimento perché l’unica cosa che supera il numero delle pompe di benzina sono i bar, luogo di delizie, ritrovo e rifugio degli uomini e nelle città VIP anche di donne agghindate, truccate, curate ed estrose.
Nel concetto di numerosità in un recente passato rientravano i bunker molti dei quali sono stai parzialmente o totalmente distrutti, il ferro delle intelaiature è stato riutilizzato o rivenduto e questi monumenti alla inutilità, ormai, sono solo un ricordo letterario o una presenza per gli occhi di turisti e fruitori nuovi dell’Albania che, sicuramente, li vedranno spuntare dalla sabbia della costa o attorniare le pendici di Valona, fare capolino attraverso i rovi nelle montagne, puntare le loro bocche aperte verso il mare da posti insoliti e incredibili ma li vedranno ultimi eroi, pallido ricordo di una fiorente vegetazione cementifera che ormai si presenta in via d’estinzione e con aspetti paleoetnografici.

Da Shkoder in poi la strada si restringe, è sconnessa, scomoda. Ma il tratto non è così drammatico e alla fine con lo spettacolo mozzafiato della laguna di Shkoder (Parco Nazionale Oc Olimini) ci mettiamo a fare coda. Papà mi racconta di un episodio del passato: il fratello di un Suo carissimo amico scutarino per sfuggire al regime di Hoxha, nottetempo, si cosparse di grasso e attraversò a nuoto il lago per raggiungere la costa montenegrina. Il grasso aveva la duplice funzione di annerirlo e di proteggerlo dal freddo pungente.
Quest’uomo raggiunse il Montenegro, fu accolto da alcune famiglie albanesi per un certo tempo e poi emigrò negli Stati Uniti. Lui ce la fece, molti altri furono uccisi o morirono o vennero imprigionati e mandati nelle zone paludose e malariche dove trovavano ad aspettarli i dissidenti, la fame, le malattie e spesso la morte.

Mentre papà racconta immagino la scena: la famiglia che lo vede per l’ultima volta, che non avrà notizie per molto tempo, non sapendo se sarà riuscito a sopravvivere alla traversata e se sarà accolto in Montenegro. Lui che si spoglia dei vestiti e quindi della sua vita, degli affetti, del passato e si cosparge del nero dell’oscurità e dell’incertezza, che si immerge in acqua, nudo, per il suo nuovo battesimo, che ad ogni bracciata mette la forza della disperazione e mischia nell’acqua nera e fonda le lacrime della paura, dell’abbandono e della solitudine.

La coda al confine albanese è abbastanza rapida, in Montenegro ci chiede i passaporti uno svettante omone, il primo di una lunga serie, in Montenegro la coda è molto più lunga e il tempo sembra non passare mai. Un cane di confine gironzola attorno alle macchine per raccogliere coccole e cibo e sfoggia un’abilità ed una destrezza da maitress.

La fila si muove finalmente, siamo liberi, verso il Montenegro.

giovedì 2 ottobre 2008

Introduzione al mio viaggio piccolo nei balcani

Guardo questo paese con l’occhio del ricordo, quello del tempo che ho passato lì, e con l’occhio del presente in una visione strabica e diacronica. 
La differenza fra l'Albania del 1998 e l'Albania del 2008 sta in un centimetro. Nel passaggio millimetrico che intercorre fra la strada asfaltata e la strada disconnessa, rotta, piena di buche prima di entrare a Shkoder (Scutari). 
Ed è un millimetro che separa un secolo corto dieci anni.

Anche se avevo prenotato con Belle Air, sono atterrata a Tirana, al Nene Tereza, giovedì pomeriggio (il 25 settembre) con un volo Click Air, compagnia spagnola, misteri delle compagnie low cost, che poi tanto low non sono. L’aeroporto è nuovissimo, pulito, con ampie vetrate e palme che accolgono o salutano i fruitori dell’aeroporto. 
I controlli passaporto, dazio ingresso sono tutto sommato veloci ed ordinati e il sospiro e l’inspirazione di pazienza e sangue freddo di qualche anno fa è solo un pallido ricordo, richiamato solo dal popolo dei soliti furbetti che spinge e si intrufola anche per gli stretti corridoi delimitati. Ma già sono abituata. 

Le strade sono asfaltate, pulite e davvero si vede poco, almeno sulle assi viarie principali, di quello che ho vissuto io in Albania negli anni passati.
Mi fa piacere che ci siano progressi in tal senso ma mi dispiace che stiano perdendo molto altro con cui faranno i conti a breve. 

Stanno indiscriminatamente costruendo in ogni dove, non ci sono piani regolatori, ognuno tira su muri, costruisce con stili architettonici differenti (immagino ricordo esperienza dei paesi dove sono emigrati) che vanno dalla costruzione metallica bar/ristorante a forma di aeroplano nei pressi del nene Terza, a quella tirolese, al molto British con tanto di bowindow, al Formula 1 (vedi case con scacchi bianchi e neri sulla prospettiva) o alla case di stile pompeiano, o facendo manbassa iconografica di colonne e frontoni rendendo le case piccoli templi greci. Tutti con giardini curatissimi e pieni di fiori. 

Finchè ti trovi nella strada che dall' aereoporto conduce a Durazzo e trovi le case spalmate lungo una strada dritta puoi esserne contento e sorridi dei lazzi architettonici ma quando vedi lo scempio compiuto, ad esempio, sulla costa di Durazzo dove fino a qualche anno fa pinete immense precipitavano a mare creando un paradiso naturale mentre adesso si ergono palazzoni a numerosi piani, con uno spazio luce fra un palazzo che non supera i 50 cm, non puoi altro che inorridire. 
Stessa situazione si sta verificando a Scutari che è, forse, l’ultima in ordine di tempo, delle città toccata dalla maniacale follia edilizia. Scutari, il cui fiume Drin scorre placido, lento avvolgendo nelle sue anse gran parte del territorio, un tempo era navigabile e navigato dalle imbarcazioni fluviali veneziane che durante un lungo periodo di tempo lasciarono traccia architettonica e di nobiltà alla città che, nonostante la dominazione turca e gli sfregi del regime, aveva conservato reminiscenze dell’età veneta nel suo DNA. Adesso, ad esclusione del centro storico, stigmatizzato solo da due strade principali e ben recuperato, la furia edilizia si sta abbattendo senza mezzi termini. 

A parte le brutture architettoniche ci sono altri due aspetti che non si vedono e di cui bisognerebbe tenere conto: come vengono costruite queste abitazioni e cosa distruggono.

Della costa ho già fatto cenno anche se molto si potrebbe dire della barbarie che stanno compiendo al Sud, delle zone rurali più o meno vicine ai centri urbani dico: sotto il regime di Hoxha, per questioni squisitamente politiche, tutto ciò che era albanese, tradita shqiptare (tradizione albanese), era osannato e amato (molte delle meravigliose chiese bizantine custodite in Albania si sono salvate dalla follia distruttiva dell’ ateismo imposto dal regime, proprio perchè considerate prodotto della mano albanese e anche su questo si potrebbe aprire un articolato capitolo) così che le case rurali, particolari e tipiche, sono state studiate e catalogate e almeno se ne conserva memoria storica.
Alcune di queste abitazioni tradizionali (e non parlo dei cubici e spersonalizzanti palazzi imposti dal regime) per fortuna ancora ci sono e sono state recuperate dall’ingegno e dall’acume di persone come Gjon Dukgilaj che ha restaurato una casa, dopo essere stato 15 anni in Francia, in una sorta di museo/bar/ristorante che conserva oggetti e vestiti e dove la sera su un palco fluttuante si esibiscono anche in canti tradizionali. Stessa cosa, per iniziativa pubblica, è accaduto per l’intero villaggio di Berat, ora Patrimonio dell’Unesco. Ma la maggior parte delle case stanno scomparendo cancellate da queste mega e moderne costruzioni o sono abbandonate dal progressivo inurbamento, perse o relegate a fastidiosa memoria. 
Mia madre in macchina, mentre attraversavamo il Nord dell’Albania, mi ha ricordato ciò che diceva mia nonno Giacomo: ‘Chi non conserva memoria del passato è destinato a non avere futuro.’ Spero davvero che questo non accada, che non cancellino a colpi di cemento e di smania di ammodernamento le loro radici anche se, purtroppo, di fatto è rimasto ben poco e si cede solo e soltanto alla logica del possesso a tutti i costi Sia per gli acquirenti che per i costruttori. Costruire è fin troppo facile, possedere e fare vedere cosa si possiede un desiderio troppo grande per potere stare a sindacare e/o soffermarsi anche come si costruisce o sulla pelle di chi. Già perché ci si dovrebbe chiedere come costruiscono e chi controlla: le risposte sono velocemente e nessuno. 
Si sta radicando (il che dà per scontato che è prassi ed abitudine) una violenta e mostruosa forma di schiavitù. I costruttori di palazzi, uffici, officine e quant’ altro assoldano, meglio sarebbe dire, schiavizzano operai cinesi e turchi, almeno nelle grandi città. 
I turchi sono più fortunati perchè sono considerati un po’ meno numeri dei cinesi i quali sono infilati in container di ferro in cui vengono fatti stare solo per dormire, forse 8 ore, e poi fatti uscire per lavorare le restanti 12 ore. Nei loro giacigli si alternano i corpi dei compagni che hanno finito i turni di lavoro. Dal punto di vista pratico si può dire che dormono sempre in letti caldi!!! Questi operai vivono recintati dentro il cantiere e solo nei container. Quanti ne muiono, quanti stanno male, cosa accada loro nessuno lo sa ma i palazzi vengono su bene, a ritmi incalzanti e servono ad ospitare palestre di lusso, discoteche, ristoranti, uffici dove l’occidentale e il nativo possono ancheggiare con un cocktail in mano. Non ce l’ho con il consumatore finale ma la domanda genera l’offerta. Non c' è controllo, le aziende straniere non fanno più profitto ed ecco che vincono le gare e danno in subappalto i lavori, se ne lavano le mani e così si continua.
E quale materiale venga usato per le costruzioni non è dato sapere ma se in Italia hanno usato materiale scadente e chimico per costruire scuole e ospedali, si fa presto a farci un pensierino. 
So che non è un problema solo dell’Albania, accade così a Dubai, negli Emirati Arabi e in forme diverse, forse più raffinate perché si devono eludere regole e controlli, anche in Europa. 
Ho divagato ma la domanda rimane: chi controlla? Chi sa? 
Mi sembra di ritornare indietro quando passavi da Valona e vedevi gli scafi ormeggiati in porto, quelli che poi arrivavano in Italia pieni di umanità disperate o in fuga dai loro crimini. Tutti sapevano, gli scafi erano in bella vista, gli scafisti al solito bar con la sigaretta pendula fra le labbra in attesa del calar delle tenebre. Poi l’evoluzione degli scafi ormeggiati di fronte al Porto di Valona e finalmente l’accordo politico e fine dei giochi o inizio di giochi più raffinati con timbri falsi su passaporti falsi pagati centinaia o migliaia di euro. Ma anche questa è un’altra storia. 

Ecco, mi sono persa di nuovo ma allora visto che ho divagato chiudo il lungo post e consegno a quelli successivi le stranezze viste, le memorie di viaggio, gli appunti sconnessi e ricuciti della memoria. 






mercoledì 1 ottobre 2008

Gli abitanti del castello del piccolo folletto

Il pavimento è galleggiante, pieno di polvere d’oro, d’argento, di bronzo, e di polvere polvere, strisce di petali, rivoli d’acqua, pagliuzze di ferro, trucioli di legno, punte di chiodi, è rigato, usato, reca tracce, orme, segni, è una scacchiera con un gioco di vuoti e di pieni.
Una piccola porta si apre e permette l’accesso a quanti vogliono camminare sul pavimento; ognuno lascia le sue orme, piccole, grandi, con i tacchi a punta, con la suola di gomma.
Ognuno segue una traiettoria, c’è chi si ferma in un angolo illuminato, chi in quello in penombra, chi in quello buio pronto a saltare fuori all’improvviso. C’è chi passa così velocemente che solleva la polvere, crea mulinelli di fiori, modifica le strisce di petali ma poi questi ricadono e coprono le orme di chi non si è voluto fermare, di chi non era gradito, di chi ha solo sbagliato pavimento.
C’è chi si accomoda in salotto, segna un solco, segue un cammino e poi diventa padrone di parte di quel pavimento e della sedia, poltrona o sgabello che ci sta sopra.
C’è hi preferisce la cucina e si muove solo fra un aperitivo un pranzo o una cena.
C’è chi ancora guarda alla finestra di questa strana costruzione fatta di pareti trasparenti e si chiede se deve entrare o no.
C’è chi sta per uscire dopo essersi fermato sotto questo tetto di biscotti e marzapane perché vuole andare altrove o semplicemente è stato troppo seduto sul cornicione interno della finestra o ancora, perché è sazio di questi sapori agrodolci che vengono insufflati dai lampadari e dalla mobilia.
C’è chi è sull’uscio e ha appena suonato per entrare.
C’è chi è di guardia su un torrioncino di spazzolini da denti e avvisa se avanzano carie indesiderate.
C’è chi vende gli ombrelli a chi li apre per riparare dai giorni di pioggia battente le mura di cristallo.
Gli abitanti di questo strano castello abitano lì senza passaporti, richieste o autorizzazioni.
Si sono trovati davanti ad esso e hanno o non hanno bussato oppure hanno soltanto trovato la porta socchiusa e hanno spinto sui cardini oleati e quando questi non erano oleati, sono tornati indietro, hanno preso un po’ di grasso e lo hanno messo semplicemente su per tamponare gli scricchiolii.
I fondatori AnnaMaria e Gaetano hanno scelto il terreno, hanno scavato le fondamenta, hanno posto la pietra d’angolo vicino all’altro castello, eretto due anni prima, sulla collina chiamata Maurizio, altri hanno aiutato a costruire impastando la malta, portando i vetri e così in 36 anni il castello è stato costruito, riparato, allargato, modificato.
Gli abitanti di questo castello si riuniscono per celebrare l’anno di fondazione e hanno identità caratteriali che li contraddistinguono nella pronuncia scandita e lenta dei suoni che producono i loro nomi: la dolce fermezza delle E di Elena, la positività sorridente dell’asserzione contenuta in Simona, la lunghezza della tenacia del nome Alessandra, la morbida riservatezza delle emme tonde di Myriam, la dolce esoticità della e finale abbandonata di Nicole, la ferma scansione della bisillabicità di Anna e Luca, la limpidità cristallina del significato di Chiara, la profondità gutturale di cuore accanto al dittongo di Gaetano, la luminosità contagiosa di Lucia, il rassicurante abbraccio del suono Puccio.
Altre numerose e rilucenti identità precise, altri angoli sicuri del castello, altre chiavi di volta non erano sui merli ad accendere le 36 torce ma erano attorno al camino rosso acceso, cuore della costruzione, pieni di fuliggine perché impegnati a pulire la canna fumaria e ad alimentare con legna di speranza e carta di ottimismo fresco, il fuoco incerto della fine estate di questo anno.
Ognuno degli abitanti è entrato, sta entrando o è uscito o sta uscendo a suo modo, con passo leggero, con pedata pesante, con piedi striscianti, con tocco felino ma ognuno indistintamente ha lasciato almeno una traccia, un dono o un regalo che impreziosisce, arricchisce, costruisce, ripara, raramente ferisce, spesso riscalda il castello di questo piccolo folletto, a volte spaventato e a volte sorridente, che, quando scende la notte sui pensieri, seduto sul lampadario di pellicola per alimenti del salone, si guarda intorno, scorgendo i corpi addormentati e in cuor suo gioisce della bellezza luccicante degli abitanti del suo castello che lo rendono più sicuro di quello che non sarebbe senza di loro.