martedì 25 marzo 2014

CIELO!

Sono tornata.

lunedì 24 marzo 2014

The Road Not Taken


TWO roads diverged in a yellow wood,     
And sorry I could not travel both   
And be one traveler, long I stood   
And looked down one as far as I could      
To where it bent in the undergrowth;              

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim,       
Because it was grassy and wanted wear;  
Though as for that the passing there        
Had worn them really about the same,             

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.         
Oh, I kept the first for another day!           
Yet knowing how way leads on to way,     
I doubted if I should ever come back.               

I shall be telling this with a sigh     
Somewhere ages and ages hence: 
Two roads diverged in a wood, and I—    
I took the one less traveled by,       
And that has made all the difference.               
(Robert frost) 

Tutto

... quello che penso pre-esisteva dentro di me, tutto quello che dico evapora il mio meta mondo.
Oggi è dura, durissima e sebbene non parli, il mio mondo dell'esistenza è avvolto da una nebbia ghiacciata.
Io lo so, lo sapevo. Quando IO si guarda dentro lo specchio della verità, si contorce, si lamenta e vede riflesso un OI di dolore, quante ME rimira la sua immagine riflessa legge la perplessità dell' EM, e tutti e due gli specchianti rimangono sopraffatti da sé.
E adesso buonanotte, con una ghianda in gola e un pugno nello stomaco.

giovedì 29 novembre 2012

le cose importanti

http://www.ted.com/speakers/ric_elias.html

venerdì 8 giugno 2012

Bruce The Boss Springsteen Milano, la crisi e il terremoto

3 ore e 45 e 33 pezzi. 

Un corpo di 60.000 roboanti, urlanti, accaniti fan. Una band di 16 elementi e un solo enorme cyborg di 63 anni. 
Non è un uomo, è un concentrato di energia pura e voce graffiante. 


San Siro_07 giugno_20.35: non ce n'è più per nessuno.


Trafelata e in ritardo arrivo a prima canzona finita ma ho già dimenticato, sono lì, di fronte a due belve: una tigre ruggente di 60.000 anime e 120.000 braccia (e si vedevano tutte, credetemi) ed un leone mai domo, mai stanco, mai fermo. One two three four urlato mentre scivolano le ultime note di una canzone e si riparte con un' altra. Nessuna pausa, nessun momento per riprendere fiato, lui attacca, i denti sulla giugulare delle emozioni, l' energia è un crescendo, non è immaginabile che possa andare oltre quel punto e invece sale sale sale e ti stordisce. Orecchie ferite, muscoli indolenziti, voce affievolita ma non puoi fermarti, urli, batti le mani, balli perchè lui non si ferma, incide il suono sulla chitarra, soffia sulla fisarmonica, aggredisce i tasti del pianoforte e canta come se avesse appena iniziato. 
Pare sia stato il concerto più lungo dal 1980. San Siro è uno dei luoghi preferiti del Boss e San Siro ricambia. 
Bruce, il boss, parla poco e quando parla in italia sembra Giovanni Paolo II, ti strappa un sorriso ma dice della crisi, durissima, violenta come il terremoto e poi te lo ridice nella sua lingua e ti avvolge in cavernosi timbri, ti tocca di più. La tragedia di un paese è la tragedia di qualsiasi uomo si ritrovi a perdere la dignità, la casa, la famiglia. Dedica alla disperazione dei tempi Jack of All Trades. La tigre che lo ascolta ruggisce. Fanno male le parole, fa male pensare che accanto a te ci sia uno che si trovi descritto in quelle parole o che ci possa finire tu. 
Suona con le luci accese ed è follia pura. Si chiude tutto nel buio, il palco si vena di azzurro mentre lui suona The River e si crea un religioso muto silenzio, un brivido di energia si alza fino all' esplosione alla fine della canzone. 
Non c'è uno solo che dai 7 agli 80 non si agiti, non batta i piedi, non sorrida quando il Boss pesca fra la folla una bimbetta di 7/8 anni che canta con lui scatenando i deliri dello stadio (eccezion fatta per la mummia bionda che ho accanto che non accenna neanche ad un necessario respiro per la sopravvivenza).
E' tutto un pò black, molto rock. Uno spasmo emotivo su Born to Run, lo stadio intero
con le mani alzate. Scariche di adrenalina. Lui fa avanti e indietro dal palco alla folla, tira in aria le chitarre, raccolte da un meccanismo fin troppo oleato. Non è mai sazio. 
23.30 ci si avvicina alla fine o almeno crediamo tutti. 
Tenth Avenue Freeze Out dovrebbe essere l’ultimo pezzo con il saluto a Clarence, sax amico morto di
recente.Le immagine dell' amico scorrono sugli schermi e lui è statua di sale per un minuto, immerso fra le mani divoratrici dei fan sotto il palco. Applausi e scrosci. Il nipote, Jack, sostituisce lo zio Clarence acerbamente. Little Steven salta come un grillo come tutta la Estreet Band. Seguono il Boss come un cane da trifola fa come il tartufo.
Saluti...no macchè...ha girato il Boss fra la folla ma manca qualcosa, manca ancora qualcosa. 
Ecco, ecco manca il finimondo. Bruce urla 'Are u ready? Siete pronti?' lo stadio lo è e la mia ottuagenaria, seduta in talleur due file sotto, seduta tranquilla fino ad allora scatta in alto e aggredisce l' etere con gli altri 59999 urlando Born in the USA, quasi poga col vicino. Non ci si siederà più, non lo si può fare, stai cantando una storia infinita, parte una versione cattivisima di Glory Days, seguita o preceduta (e chi si ricorda più) un esageratissima versione di sette minuti di dancing in the dark.
Fuori scaletta, non si ferma, è, siamo inarrestabili, famelici e lui si lancio fiero pasto. Mezzanotte, l' ora delle streghe ma sono tutte state rimbalzate dall' onda d'urto del suono, del battere e levare di piedi e mani. Lo stadio trema. E adesso finale in volata.
Il prato stracolmo di stranieri da tutta Europa perchè per il Boss San Siro è magica.
Al centro del Prato sventola bandiera della Sicilia con cucita su in alto a dx una degli USA (come
a dire ci siamo e siamo il Vostro stato mancante ;))
Alle 00.15, dopo la doppia doccia di Little Steven a Bruce ed una versione da brivido di twist and shout nata pare (a detta del mio pusher di informazioni seduto accanto a me) proprio a milano nel 1985, si alzano le luci e cominciamo a defluire. 
Non scrivo un finale perché un finale non si può avere. 


mercoledì 11 agosto 2010

Improvvisamente un flusso

Non ho ben capito perchè improvvisamente un flusso si blocca, una mano invisibile chiude un massiccio rubinetto di ottone e interrompe il flusso di acqua calda. Il rubinetto è di quelli di foggia antica le cui estremità, a mo' di pomelli allungati, si incastrano fra le dita. Quei rubinetti che non ti permettono di miscelare. Aprendo il rubinetto può e deve uscirne solo acqua calda, bollente, ustionante. Fiumi di parole laviche. Il flusso tiepido non è ammesso nè accettabile, quello freddo tollerabile per poco.
La mano ha afferrato di nuovo il rubinetto, ha dato uno strattone, l'ottone si è lamentato, ha cigolato ma ha concesso il passaggio dell'acqua, dei pensieri, delle parole.
Perchè si scrive? Perchè si racconta? Perchè si fotografa?
Per firmare un attimo, per fermare un tempo, per imprigionare un luogo, per ritrarre una persona, per arginare il senso della fugacità di cui siamo impregnati. Scrivere è puro egoismo venato di labile sentimentalismo, è moto dello spirito indomito alla finitezza e schiavo del senso di conservazione.
Scrivo della mia vita, di ciò che accade, di ciò che sulla pupilla e sulla pellicola del cervello rimane impresso per evitare che tutto, l'immagine, il ricordo, la persona, il luogo, transiti verso l'infinito limbo della dimenticanza.
Chi scrive colleziona le sue esperienze, le cataloga come un bravo antiquario, scrive la targhetta, li mette sullo scaffale e ogni tanto spolvera leggendo. E io da bravo antiquario (certifico l'esperienza reale!) cerco, vedo, compro le esperienze, i luoghi con il cuore gli occhi e i sensi per potere bloccare la transitorietà di uno sguardo, la sensazione di una carezza, il brivido di un sorriso o la barca a secco sulle spiagge di zanzibar.
E come in un attimo infinito tutto ha fine in questo punto.
Punto.

venerdì 1 gennaio 2010

capodanno

ho solcato milioni di persone che formavano onde di movimento,
sono scappata da un mare di teste ondeggianti in attesa di insinuarsi in una roccia di cemento
la prua della mia nave mi ha condotto, dopo avere doppiato Capo Nord,
alle falde di una scalinata rocciosa,
ha mollato gli ormeggi
e quando la stella del Nord ha trovato il suo posto,
milioni di piccole luci sono rimbalzate sul cielo e si sono consumate in un battere di fuoco.
Il freddo è pungente nelle notti, nelle prime notti di mare.
Buon inizio di navigazione, la polena l'abbiamo restaurata, confido nel lavoro fatto.
andiamo capitano,
l'onda ci muove di nuovo, salpiamo, non è nostro destino l'immobilità.