mercoledì 16 luglio 2008

HASHIM

Sto girando col mio carrello da riempire, non vado in quel supermercato da molto tempo. Mi muovo abbastanza bene lì, l’ho frequentato per molto tempo. Guardo, mi affanno ad evitare prezzi da barile di petrolio per i pomodori e signore con altri carrelli che puntano dritto al mio tendine d’Achille. Soppeso, scelgo, peso, chiudo e infilo nel carrello, arrivo alla fine del corridoio della frutta e verdura, cabro a sinistra, evito i cibi cotti e sottovuoto, sono un tipo più da surgelato o da lattina io. I banconi frigo si susseguono, sono uno a ridosso dell’altro. Gli occhi mi scivolano veloci sul caleidoscopio di colori dei prodotti, un quarto della mia visione sta per trasformarsi in prodotto biologico quando vedo un fagotto accovacciato fra due banconi, tre dita nere sono afferrate al bordo del bancone carote, rape e patate lesse e fanno contrasto con l’ argenteo metallico dell’inox. Sbatto le palpebre, sono stanca, si, ma avere una visione…aguzzo meglio la vista, apro le dita che impugnano il carrello e lo lascio accostato e vado verso l’angolo. Mi sento improvvisamente un cacciatore o un vorace rapace: due occhi di cioccolata liquida si espandono nella cavità orbitale spinte dal terrore. Mi si congela il cuore, la manina scivola dal bordo e si rintana con l’altra sotto il petto di questo esserino accortacciato e rannicchiato sulle ginocchia. La testa si congloba fra le ginocchia e rimane scoperto solo il lembo di pelle del collo. La magliettina gialla la fa da padrona insieme con una testa lanuginosa e morbida. Ormai posso solo vederlo o dall’alto o parlargli attraverso la fessura lasciata aperta dagli angoli dei banconi. Mi accovaccio anche io istintivamente, qualcosa mi dice che sovrastarlo lo spaventerebbe di più. Gli bisbiglio qualcosa e poi lo saluto, sta tremando. E’ terrorizzato. Gli chiedo se sa dove sono mamma e papà. Non risponde. Ho il dubbio che non parli neanche italiano. Infilo una mano nella fessura e lentamente gli accarezzo i capelli o quello che posso. Uno scontro fra carrelli ci fa sobbalzare, lui si rannicchia sempre di più sembra avere solo un esoscheletro. Sembra un uovo con una capacità di annullamento del proprio corpo che mi fa quasi impressione. ‘Ehi piccolo non ti preoccupare nessuno ti farà del male, ora troviamo mamma e papà’, non so perché ma mi viene spontaneo dirgli di non avere paura, la sua è una reazione abnorme di terrore puro. Provo a cercare un altro contatto fisico forse una carezza lo tranquillizzerà. Ecco fatto, comincio a farlo sulla testa, vorrei chiedere a qualcuno di fare un annuncio ma non riesco a staccarmi di lì e soprattutto non c’è nessuno che sembra vedermi. Non so quanto tempo passi, piano piano un braccino nero come la pece viene fuori e due dita afferrano il mio mignolo. E’ una sensazione davvero sconvolgente, il rumore attorno si spegne e sento solo il frusciare della sua pelle sulle mie dita. Quel meraviglioso suono si interrompe a causa di una voce che da dietro mi chiede cosa sto facendo, mi giro cercando di non perdere il contatto con il bambino la cui stretta si è fatta più lenta, continuo ad accarezzare, non sono proprio comoda e le mie giunture cominciano a bruciare. Dico all’uomo di non urlare e di chiedere se qualcuno ha smarrito un bambino. L’uomo tentenna e sbircia dall’alto poi si avvia. Mi rigiro. So di stare parlando ma cosa sto dicendo non lo so fino a quando vedo una ragazza in bermuda con il fiato in gola, viola come se non respirasse più e che ripete un nome in continuazione, mi guarda con occhi anche questi allagati ma di disperazione. Mi scosto con le mie doloranti ginocchia e mi rimetto in piedi senza non dire ahi mentalmente. La ragazza si china dall’alto, tende le braccia e l’uovo si schiude alzando prima le braccia magrissime verso l’alto e poi stirando il collo e sollevando la testa. E’ un bambino bellissimo, la ragazza lo tira su senza nessuno sforzo e lo avvolge a se. Il viso del bambino sparisce fra le pieghe della maglia morbida della ragazza. Dietro di me compare un uomo, avrà circa 38/40, sembra più calmo di lei ma gli occhi tradiscono un certo sollievo. Mi porge la mano e ce la stringiamo. Grazie mi dice, sorrido e scuoto la testa come per dire di nulla. Lei sta girando su se stessa il busto portando a destra e sinistra il bambino che sembra finalmente rilassato. Scambio poche parole e poi cerco di recuperare il mio carrello ma la voce della ragazza che ancora trema mi chiede se possono offrirmi un caffè per ringraziarmi. Dico che no non ce n’è bisogno ma lui insiste e senza sapere come mi ritrovo al bar adiacente al supermercato. Per il caffè è davvero tardi ma per un bicchiere d’acqua c’è sempre tempo. Lei continua a ringraziarmi e mi racconta gli ultimi istanti di angoscia. Non trovare più Hashim era una punizione ed un danno incalcolabile. Corrugo la fronte e le mie sopracciglia si increspano. Lui, Ferdinando, lavora per un organizzazione umanitaria, ha passato la sua vita in paesi di guerra, guerre da noi conosciute per citazioni brevi come un alito di vento in una giornata afosa. 
Lei, Carla, insegna inglese, è giovane, sicuramente più di me, sono sposati da 5 anni e hanno deciso di adottare Hashim, figlio della guerra in Somalia, figlio di una donna stuprata brutalmente dalle truppe ed uccisa davanti al figlio. Hanno deciso di adottare Hashim che Ferdinando ha trovato solo in un villaggio, appoggiato su di un muretto con vistosi segni di violenza addosso. E’da quando conosce Hashim che Ferdinando non sa come sia la voce di suo figlio. E’ da quando Hashim è diventato suo figlio che lavandolo o vestendolo deve guardargli la profonda cicatrice che ha sulla schiena. E’ da quando Hashim è diventato figlio di Carla che lei va da specialisti di tutti i generi per far rinascere quella vita. Ci riescono a poco a poco quando nell’immobilità dell’anima ingessata dal terrore si aprono brecce che si rivelano con piccoli gesti: la mattina con le braccia sollevate verso l’alto per essere preso in braccio, il viso che si appoggia alla spalla della mamma quando questa lo conforta come ora. Un sorriso di riconoscenza, una carezza improvvisa o qualsiasi altra cosa. 
Li trovo belli e coraggiosi, li trovo straordinari tutti e tre, Hashim nero come il carbone appoggiato al petto di sua madre, Carla di pelle nivea e di incarnato ancora cereo per lo spavento, Ferdinando che accarezza il polpaccio di Hashim mentre parla. Sembrano il ritratto di una modernissima Natività, sprizzano una forza, un amore, una speranza che mi colpisce come una sferzata in pieno viso. Mi ringraziano ancora e poi si accomiatano senza prima che Ferdinando mi dica di cercare il significato di Hashim. Li saluto e mi scordo di fare la spesa, il mio carrello è abbandonato in mezzo ad un corridoio e qualcuno mi maledirà ma ho la testa altrove. 
Hashim vuol dire distruttore del male. Del male ricevuto, del male che verrà, aiutato dall’amore infinito di Ferdinando e Carla. 

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho un fratello adottato, russo. ha dato molte noie ai miei genitori. Non è facile. Neanche per me. ora con lui non ci frequentiamo, ha dimostrato quello che è. anche lui non mi ha dato il gessetto bianco per scrivere. Non è sempre coraggioso e giusto quando si è in presenza di un figlio proprio. ma forse è solo per me. Paolo.

Alpy ha detto...

Mi sono commosso a leggere di questo tuo accadimento...
perchè scene del genere è raro vederle, chiusi come siamo nei nostri mondi senza guardarci intorno.
ed è quindi non tanto per la storia di Hashim (o meglio, non solo), ma per l'indifferenza generale, che mi vien da pensare quanto egoisti stiamo diventando.

ma poi ci sono esempi come i tuoi (e come i genitori di hashim), che riaccendono la luce e l'ottimismo!