mercoledì 1 ottobre 2008

Gli abitanti del castello del piccolo folletto

Il pavimento è galleggiante, pieno di polvere d’oro, d’argento, di bronzo, e di polvere polvere, strisce di petali, rivoli d’acqua, pagliuzze di ferro, trucioli di legno, punte di chiodi, è rigato, usato, reca tracce, orme, segni, è una scacchiera con un gioco di vuoti e di pieni.
Una piccola porta si apre e permette l’accesso a quanti vogliono camminare sul pavimento; ognuno lascia le sue orme, piccole, grandi, con i tacchi a punta, con la suola di gomma.
Ognuno segue una traiettoria, c’è chi si ferma in un angolo illuminato, chi in quello in penombra, chi in quello buio pronto a saltare fuori all’improvviso. C’è chi passa così velocemente che solleva la polvere, crea mulinelli di fiori, modifica le strisce di petali ma poi questi ricadono e coprono le orme di chi non si è voluto fermare, di chi non era gradito, di chi ha solo sbagliato pavimento.
C’è chi si accomoda in salotto, segna un solco, segue un cammino e poi diventa padrone di parte di quel pavimento e della sedia, poltrona o sgabello che ci sta sopra.
C’è hi preferisce la cucina e si muove solo fra un aperitivo un pranzo o una cena.
C’è chi ancora guarda alla finestra di questa strana costruzione fatta di pareti trasparenti e si chiede se deve entrare o no.
C’è chi sta per uscire dopo essersi fermato sotto questo tetto di biscotti e marzapane perché vuole andare altrove o semplicemente è stato troppo seduto sul cornicione interno della finestra o ancora, perché è sazio di questi sapori agrodolci che vengono insufflati dai lampadari e dalla mobilia.
C’è chi è sull’uscio e ha appena suonato per entrare.
C’è chi è di guardia su un torrioncino di spazzolini da denti e avvisa se avanzano carie indesiderate.
C’è chi vende gli ombrelli a chi li apre per riparare dai giorni di pioggia battente le mura di cristallo.
Gli abitanti di questo strano castello abitano lì senza passaporti, richieste o autorizzazioni.
Si sono trovati davanti ad esso e hanno o non hanno bussato oppure hanno soltanto trovato la porta socchiusa e hanno spinto sui cardini oleati e quando questi non erano oleati, sono tornati indietro, hanno preso un po’ di grasso e lo hanno messo semplicemente su per tamponare gli scricchiolii.
I fondatori AnnaMaria e Gaetano hanno scelto il terreno, hanno scavato le fondamenta, hanno posto la pietra d’angolo vicino all’altro castello, eretto due anni prima, sulla collina chiamata Maurizio, altri hanno aiutato a costruire impastando la malta, portando i vetri e così in 36 anni il castello è stato costruito, riparato, allargato, modificato.
Gli abitanti di questo castello si riuniscono per celebrare l’anno di fondazione e hanno identità caratteriali che li contraddistinguono nella pronuncia scandita e lenta dei suoni che producono i loro nomi: la dolce fermezza delle E di Elena, la positività sorridente dell’asserzione contenuta in Simona, la lunghezza della tenacia del nome Alessandra, la morbida riservatezza delle emme tonde di Myriam, la dolce esoticità della e finale abbandonata di Nicole, la ferma scansione della bisillabicità di Anna e Luca, la limpidità cristallina del significato di Chiara, la profondità gutturale di cuore accanto al dittongo di Gaetano, la luminosità contagiosa di Lucia, il rassicurante abbraccio del suono Puccio.
Altre numerose e rilucenti identità precise, altri angoli sicuri del castello, altre chiavi di volta non erano sui merli ad accendere le 36 torce ma erano attorno al camino rosso acceso, cuore della costruzione, pieni di fuliggine perché impegnati a pulire la canna fumaria e ad alimentare con legna di speranza e carta di ottimismo fresco, il fuoco incerto della fine estate di questo anno.
Ognuno degli abitanti è entrato, sta entrando o è uscito o sta uscendo a suo modo, con passo leggero, con pedata pesante, con piedi striscianti, con tocco felino ma ognuno indistintamente ha lasciato almeno una traccia, un dono o un regalo che impreziosisce, arricchisce, costruisce, ripara, raramente ferisce, spesso riscalda il castello di questo piccolo folletto, a volte spaventato e a volte sorridente, che, quando scende la notte sui pensieri, seduto sul lampadario di pellicola per alimenti del salone, si guarda intorno, scorgendo i corpi addormentati e in cuor suo gioisce della bellezza luccicante degli abitanti del suo castello che lo rendono più sicuro di quello che non sarebbe senza di loro.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Buon compleanno, piccolo folletto dall'altra parte del mondo dove si cucina a legna e si dorme in capanne dentro un sacco a pelo. Per ritornare al mondo conosciuto devi prendere un trabiccolo che chiamano aereo e che in tre ore di altalenante volo ti porta al piu` vicino centro abitato a fare rifornimenti.Ho stampato i tuoi scritti e li leggero` al lume di una lampada a gas sotto un cielo limpido di stelle e saranno preziosi compagni alla stanchezza di un pesante giorno di lavoro.

Piccolo Folletto ha detto...

bentornato jami, dalle selve della tua vita. Non so dove tu sia, non so tu cosa faccia ma è sempre un piacere ritrovarti. spero che gli scritti siano in armonia con la natura, tua e del mondo che ti circonda.