‘Domani sveglia presto e si parte presto, buonanotte’ mi dice mio padre dopo avermi dato il bacio della buonanotte, datomi la benedizione segnandomi la croce sulla fronte e salendo le scale che portano alla sua stanza da letto. Rimango sola davanti al camino crepitante, acceso per il piacere di stare noi tre davanti al camino più che per effettiva necessità e freddo.
Guardo svagata qualche fotogramma che proviene dalla tv poi decido di spegnere, un saluto al mio vecchio e spelacchiato cane che ronfa beatamente sul divano e vado nella mia stanzetta. Crollo quasi subito ma ricorderò quel sonno, la mattina successiva, come profondo e pieno.
L’indomani alle 8 sono già pronta, porto il mio Fido giù ma di mio padre neanche l’ombra, esordisce intorno alle 9.30 con la sua solita battuta: ‘Allora. Io sono pronto, forza che è già tardi’. Mia madre, seduta ad aspettare da mezz’ora, lo guarda in procinto di volergli azzannare il collo, io invece sono rassegnata.
Il viaggio è lungo e inaspettato ma mio padre e mia madre sono di buon umore come me d’altronde. E’ da molto che non passiamo del tempo insieme e vedere le loro teste che ciacolano con me mi fa stare bene. Attraversiamo una serie di paesaggi a me noti, cambiati nei profili paesaggistici, mio padre mi indica un punto oltre le colline dicendomi che lì è stata l’ esplosione della santa barbara avvenuta qualche mese fa nel villaggio di Gerdec che ha causato la morte di 17 persone, lo sventramento del paese e devastazioni in un raggio di centinaia di chilometri.
E’ impressionante vedere come l’onda d’urto, scavalcando colline e percorrendo ampi spazi abbia fatto esplodere vetri e saltare ondulati che ricoprivano i tetti. A casa dei miei questa misteriosa signora ha creato un effetto sottovuoto che ha scardinato la porta d’ingresso del piano rialzato lasciando intatte le finestre ed il portoncino di ingresso.
A guardare il paesaggio sembra che la signora Onda d’Urto abbia sbadigliato e abbia risucchiato e poi espirato violentemente in un gesto annoiato da vecchia lady.
Finita l’autostrada giriamo in direzione di Scutari, le strade si fanno più strette, costellate di case a forma di baite di montagna, coloratissime come le case all’ingresso di Tirana, le case in costruzione con i ferri che tendono le dita verso il cielo in cui sono conficcati pupazzi e bandiere albanesi in funzione apotropaica per scacciare spiriti maligni.
Ci fermiamo a fare rifornimento presso una stazione di rifornimento che ha una copertura alta come il teatro di Sidney e dove svetta il nome Alpet, colosso che sta lottando contro la Taci oil per il predominio delle numerosissime e alquanto inutili pompe di benzina sparse per il territorio. Comincio, per gioco, a contare il numero delle stazioni di rifornimento ed i loro nomi e le appunto sul mio quaderno di viaggio: in 200km di percorso cioè dallo scorrimento veloce Vora – Skoder più il tratto per raggiungere il confine con il Montenegro gli occhi incrociano i seguenti nomi di stazioni di rifornimento:
Eri Oil, Lacy Oil, Alpet, Sara Oil, ExERI, EIDA, Laci Petrol, Jet Oil, Laska Oil il cui logo è identico a quello dell’Agip anni ‘70, Taci Oil, Ada Petrol, EKO, EuroMati, PalucaPetrol, Noloka, Lezha Petrol, Ldedaj, Sterkaj, Riva Oil, Eso con stesso logo della più nota Esso ma con una s in meno e la Kastrati Oil con il logo dell’elmo di Skanderberg, l’eroe nazionale.
Già di per sé questo elenco è impressionante ma il risvolto comico è che ne ho contate ben 68 il cui utilizzo è pari a zero.
La domanda che viene spontanea è: ma se non va nessuno come fanno a campare questi? La risposta è molto eco-logica: RICICLO ovviamente biologico, perché non lascia traccia e produce altra energia, invece su indifferenziato, plastica, vetro e lattine (e spero non rifiuti speciali) si sono organizzati nell’accettare sotto pagamento che alcune aree divenissero centro di deposito rifiuti provenienti da alcune aree dell’ Italia. Così come, sempre sotto pagamento, hanno deciso di vendere l’acqua che serve a produrre l’energia elettrica alla Grecia e, con il contributo di ancora scarsi impianti elettrici, costringono la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, ad essere privata dei rudimentali e necessari diritti.
Apro piccola parentesi: a Tirana il problema sussiste ma è diciamo ‘razionalizzato’, più ci si allontana dalle città e si va verso città più piccole o verso i centri rurali, più la situazione diventa drammatica. L’energia elettrica viene erogata solo poche ore al giorno costringendo ad utilizzare generatori o a vivere senza. La cosa positiva è che il cielo di notte in molte zone dell’ Albania è un cielo di notte, manto nero trapuntato di stelle, le lucciole sono ancora visibili e la luna piena illumina davvero il cammino. Chiudo Parentesi.
Ritorno alle stazioni di rifornimento: queste sono di varie forme, grandezza e dimensioni, quelle più piccole, rudimentali e tirate su con quel che c’è, normalmente sono popolate da uno o due uomini, accovacciati a terra con sigaretta attaccata alle labbra e pendula sul lato destro del labbro.
Se non sono accovacciati sono sicuramente seduti al bar che correda la stazione di rifornimento perché l’unica cosa che supera il numero delle pompe di benzina sono i bar, luogo di delizie, ritrovo e rifugio degli uomini e nelle città VIP anche di donne agghindate, truccate, curate ed estrose.
Nel concetto di numerosità in un recente passato rientravano i bunker molti dei quali sono stai parzialmente o totalmente distrutti, il ferro delle intelaiature è stato riutilizzato o rivenduto e questi monumenti alla inutilità, ormai, sono solo un ricordo letterario o una presenza per gli occhi di turisti e fruitori nuovi dell’Albania che, sicuramente, li vedranno spuntare dalla sabbia della costa o attorniare le pendici di Valona, fare capolino attraverso i rovi nelle montagne, puntare le loro bocche aperte verso il mare da posti insoliti e incredibili ma li vedranno ultimi eroi, pallido ricordo di una fiorente vegetazione cementifera che ormai si presenta in via d’estinzione e con aspetti paleoetnografici.
Da Shkoder in poi la strada si restringe, è sconnessa, scomoda. Ma il tratto non è così drammatico e alla fine con lo spettacolo mozzafiato della laguna di Shkoder (Parco Nazionale Oc Olimini) ci mettiamo a fare coda. Papà mi racconta di un episodio del passato: il fratello di un Suo carissimo amico scutarino per sfuggire al regime di Hoxha, nottetempo, si cosparse di grasso e attraversò a nuoto il lago per raggiungere la costa montenegrina. Il grasso aveva la duplice funzione di annerirlo e di proteggerlo dal freddo pungente.
Quest’uomo raggiunse il Montenegro, fu accolto da alcune famiglie albanesi per un certo tempo e poi emigrò negli Stati Uniti. Lui ce la fece, molti altri furono uccisi o morirono o vennero imprigionati e mandati nelle zone paludose e malariche dove trovavano ad aspettarli i dissidenti, la fame, le malattie e spesso la morte.
Mentre papà racconta immagino la scena: la famiglia che lo vede per l’ultima volta, che non avrà notizie per molto tempo, non sapendo se sarà riuscito a sopravvivere alla traversata e se sarà accolto in Montenegro. Lui che si spoglia dei vestiti e quindi della sua vita, degli affetti, del passato e si cosparge del nero dell’oscurità e dell’incertezza, che si immerge in acqua, nudo, per il suo nuovo battesimo, che ad ogni bracciata mette la forza della disperazione e mischia nell’acqua nera e fonda le lacrime della paura, dell’abbandono e della solitudine.
La coda al confine albanese è abbastanza rapida, in Montenegro ci chiede i passaporti uno svettante omone, il primo di una lunga serie, in Montenegro la coda è molto più lunga e il tempo sembra non passare mai. Un cane di confine gironzola attorno alle macchine per raccogliere coccole e cibo e sfoggia un’abilità ed una destrezza da maitress.
La fila si muove finalmente, siamo liberi, verso il Montenegro.
Guardo svagata qualche fotogramma che proviene dalla tv poi decido di spegnere, un saluto al mio vecchio e spelacchiato cane che ronfa beatamente sul divano e vado nella mia stanzetta. Crollo quasi subito ma ricorderò quel sonno, la mattina successiva, come profondo e pieno.
L’indomani alle 8 sono già pronta, porto il mio Fido giù ma di mio padre neanche l’ombra, esordisce intorno alle 9.30 con la sua solita battuta: ‘Allora. Io sono pronto, forza che è già tardi’. Mia madre, seduta ad aspettare da mezz’ora, lo guarda in procinto di volergli azzannare il collo, io invece sono rassegnata.
Il viaggio è lungo e inaspettato ma mio padre e mia madre sono di buon umore come me d’altronde. E’ da molto che non passiamo del tempo insieme e vedere le loro teste che ciacolano con me mi fa stare bene. Attraversiamo una serie di paesaggi a me noti, cambiati nei profili paesaggistici, mio padre mi indica un punto oltre le colline dicendomi che lì è stata l’ esplosione della santa barbara avvenuta qualche mese fa nel villaggio di Gerdec che ha causato la morte di 17 persone, lo sventramento del paese e devastazioni in un raggio di centinaia di chilometri.
E’ impressionante vedere come l’onda d’urto, scavalcando colline e percorrendo ampi spazi abbia fatto esplodere vetri e saltare ondulati che ricoprivano i tetti. A casa dei miei questa misteriosa signora ha creato un effetto sottovuoto che ha scardinato la porta d’ingresso del piano rialzato lasciando intatte le finestre ed il portoncino di ingresso.
A guardare il paesaggio sembra che la signora Onda d’Urto abbia sbadigliato e abbia risucchiato e poi espirato violentemente in un gesto annoiato da vecchia lady.
Finita l’autostrada giriamo in direzione di Scutari, le strade si fanno più strette, costellate di case a forma di baite di montagna, coloratissime come le case all’ingresso di Tirana, le case in costruzione con i ferri che tendono le dita verso il cielo in cui sono conficcati pupazzi e bandiere albanesi in funzione apotropaica per scacciare spiriti maligni.
Ci fermiamo a fare rifornimento presso una stazione di rifornimento che ha una copertura alta come il teatro di Sidney e dove svetta il nome Alpet, colosso che sta lottando contro la Taci oil per il predominio delle numerosissime e alquanto inutili pompe di benzina sparse per il territorio. Comincio, per gioco, a contare il numero delle stazioni di rifornimento ed i loro nomi e le appunto sul mio quaderno di viaggio: in 200km di percorso cioè dallo scorrimento veloce Vora – Skoder più il tratto per raggiungere il confine con il Montenegro gli occhi incrociano i seguenti nomi di stazioni di rifornimento:
Eri Oil, Lacy Oil, Alpet, Sara Oil, ExERI, EIDA, Laci Petrol, Jet Oil, Laska Oil il cui logo è identico a quello dell’Agip anni ‘70, Taci Oil, Ada Petrol, EKO, EuroMati, PalucaPetrol, Noloka, Lezha Petrol, Ldedaj, Sterkaj, Riva Oil, Eso con stesso logo della più nota Esso ma con una s in meno e la Kastrati Oil con il logo dell’elmo di Skanderberg, l’eroe nazionale.
Già di per sé questo elenco è impressionante ma il risvolto comico è che ne ho contate ben 68 il cui utilizzo è pari a zero.
La domanda che viene spontanea è: ma se non va nessuno come fanno a campare questi? La risposta è molto eco-logica: RICICLO ovviamente biologico, perché non lascia traccia e produce altra energia, invece su indifferenziato, plastica, vetro e lattine (e spero non rifiuti speciali) si sono organizzati nell’accettare sotto pagamento che alcune aree divenissero centro di deposito rifiuti provenienti da alcune aree dell’ Italia. Così come, sempre sotto pagamento, hanno deciso di vendere l’acqua che serve a produrre l’energia elettrica alla Grecia e, con il contributo di ancora scarsi impianti elettrici, costringono la popolazione, soprattutto nelle aree rurali, ad essere privata dei rudimentali e necessari diritti.
Apro piccola parentesi: a Tirana il problema sussiste ma è diciamo ‘razionalizzato’, più ci si allontana dalle città e si va verso città più piccole o verso i centri rurali, più la situazione diventa drammatica. L’energia elettrica viene erogata solo poche ore al giorno costringendo ad utilizzare generatori o a vivere senza. La cosa positiva è che il cielo di notte in molte zone dell’ Albania è un cielo di notte, manto nero trapuntato di stelle, le lucciole sono ancora visibili e la luna piena illumina davvero il cammino. Chiudo Parentesi.
Ritorno alle stazioni di rifornimento: queste sono di varie forme, grandezza e dimensioni, quelle più piccole, rudimentali e tirate su con quel che c’è, normalmente sono popolate da uno o due uomini, accovacciati a terra con sigaretta attaccata alle labbra e pendula sul lato destro del labbro.
Se non sono accovacciati sono sicuramente seduti al bar che correda la stazione di rifornimento perché l’unica cosa che supera il numero delle pompe di benzina sono i bar, luogo di delizie, ritrovo e rifugio degli uomini e nelle città VIP anche di donne agghindate, truccate, curate ed estrose.
Nel concetto di numerosità in un recente passato rientravano i bunker molti dei quali sono stai parzialmente o totalmente distrutti, il ferro delle intelaiature è stato riutilizzato o rivenduto e questi monumenti alla inutilità, ormai, sono solo un ricordo letterario o una presenza per gli occhi di turisti e fruitori nuovi dell’Albania che, sicuramente, li vedranno spuntare dalla sabbia della costa o attorniare le pendici di Valona, fare capolino attraverso i rovi nelle montagne, puntare le loro bocche aperte verso il mare da posti insoliti e incredibili ma li vedranno ultimi eroi, pallido ricordo di una fiorente vegetazione cementifera che ormai si presenta in via d’estinzione e con aspetti paleoetnografici.
Da Shkoder in poi la strada si restringe, è sconnessa, scomoda. Ma il tratto non è così drammatico e alla fine con lo spettacolo mozzafiato della laguna di Shkoder (Parco Nazionale Oc Olimini) ci mettiamo a fare coda. Papà mi racconta di un episodio del passato: il fratello di un Suo carissimo amico scutarino per sfuggire al regime di Hoxha, nottetempo, si cosparse di grasso e attraversò a nuoto il lago per raggiungere la costa montenegrina. Il grasso aveva la duplice funzione di annerirlo e di proteggerlo dal freddo pungente.
Quest’uomo raggiunse il Montenegro, fu accolto da alcune famiglie albanesi per un certo tempo e poi emigrò negli Stati Uniti. Lui ce la fece, molti altri furono uccisi o morirono o vennero imprigionati e mandati nelle zone paludose e malariche dove trovavano ad aspettarli i dissidenti, la fame, le malattie e spesso la morte.
Mentre papà racconta immagino la scena: la famiglia che lo vede per l’ultima volta, che non avrà notizie per molto tempo, non sapendo se sarà riuscito a sopravvivere alla traversata e se sarà accolto in Montenegro. Lui che si spoglia dei vestiti e quindi della sua vita, degli affetti, del passato e si cosparge del nero dell’oscurità e dell’incertezza, che si immerge in acqua, nudo, per il suo nuovo battesimo, che ad ogni bracciata mette la forza della disperazione e mischia nell’acqua nera e fonda le lacrime della paura, dell’abbandono e della solitudine.
La coda al confine albanese è abbastanza rapida, in Montenegro ci chiede i passaporti uno svettante omone, il primo di una lunga serie, in Montenegro la coda è molto più lunga e il tempo sembra non passare mai. Un cane di confine gironzola attorno alle macchine per raccogliere coccole e cibo e sfoggia un’abilità ed una destrezza da maitress.
La fila si muove finalmente, siamo liberi, verso il Montenegro.
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