giovedì 2 ottobre 2008

Introduzione al mio viaggio piccolo nei balcani

Guardo questo paese con l’occhio del ricordo, quello del tempo che ho passato lì, e con l’occhio del presente in una visione strabica e diacronica. 
La differenza fra l'Albania del 1998 e l'Albania del 2008 sta in un centimetro. Nel passaggio millimetrico che intercorre fra la strada asfaltata e la strada disconnessa, rotta, piena di buche prima di entrare a Shkoder (Scutari). 
Ed è un millimetro che separa un secolo corto dieci anni.

Anche se avevo prenotato con Belle Air, sono atterrata a Tirana, al Nene Tereza, giovedì pomeriggio (il 25 settembre) con un volo Click Air, compagnia spagnola, misteri delle compagnie low cost, che poi tanto low non sono. L’aeroporto è nuovissimo, pulito, con ampie vetrate e palme che accolgono o salutano i fruitori dell’aeroporto. 
I controlli passaporto, dazio ingresso sono tutto sommato veloci ed ordinati e il sospiro e l’inspirazione di pazienza e sangue freddo di qualche anno fa è solo un pallido ricordo, richiamato solo dal popolo dei soliti furbetti che spinge e si intrufola anche per gli stretti corridoi delimitati. Ma già sono abituata. 

Le strade sono asfaltate, pulite e davvero si vede poco, almeno sulle assi viarie principali, di quello che ho vissuto io in Albania negli anni passati.
Mi fa piacere che ci siano progressi in tal senso ma mi dispiace che stiano perdendo molto altro con cui faranno i conti a breve. 

Stanno indiscriminatamente costruendo in ogni dove, non ci sono piani regolatori, ognuno tira su muri, costruisce con stili architettonici differenti (immagino ricordo esperienza dei paesi dove sono emigrati) che vanno dalla costruzione metallica bar/ristorante a forma di aeroplano nei pressi del nene Terza, a quella tirolese, al molto British con tanto di bowindow, al Formula 1 (vedi case con scacchi bianchi e neri sulla prospettiva) o alla case di stile pompeiano, o facendo manbassa iconografica di colonne e frontoni rendendo le case piccoli templi greci. Tutti con giardini curatissimi e pieni di fiori. 

Finchè ti trovi nella strada che dall' aereoporto conduce a Durazzo e trovi le case spalmate lungo una strada dritta puoi esserne contento e sorridi dei lazzi architettonici ma quando vedi lo scempio compiuto, ad esempio, sulla costa di Durazzo dove fino a qualche anno fa pinete immense precipitavano a mare creando un paradiso naturale mentre adesso si ergono palazzoni a numerosi piani, con uno spazio luce fra un palazzo che non supera i 50 cm, non puoi altro che inorridire. 
Stessa situazione si sta verificando a Scutari che è, forse, l’ultima in ordine di tempo, delle città toccata dalla maniacale follia edilizia. Scutari, il cui fiume Drin scorre placido, lento avvolgendo nelle sue anse gran parte del territorio, un tempo era navigabile e navigato dalle imbarcazioni fluviali veneziane che durante un lungo periodo di tempo lasciarono traccia architettonica e di nobiltà alla città che, nonostante la dominazione turca e gli sfregi del regime, aveva conservato reminiscenze dell’età veneta nel suo DNA. Adesso, ad esclusione del centro storico, stigmatizzato solo da due strade principali e ben recuperato, la furia edilizia si sta abbattendo senza mezzi termini. 

A parte le brutture architettoniche ci sono altri due aspetti che non si vedono e di cui bisognerebbe tenere conto: come vengono costruite queste abitazioni e cosa distruggono.

Della costa ho già fatto cenno anche se molto si potrebbe dire della barbarie che stanno compiendo al Sud, delle zone rurali più o meno vicine ai centri urbani dico: sotto il regime di Hoxha, per questioni squisitamente politiche, tutto ciò che era albanese, tradita shqiptare (tradizione albanese), era osannato e amato (molte delle meravigliose chiese bizantine custodite in Albania si sono salvate dalla follia distruttiva dell’ ateismo imposto dal regime, proprio perchè considerate prodotto della mano albanese e anche su questo si potrebbe aprire un articolato capitolo) così che le case rurali, particolari e tipiche, sono state studiate e catalogate e almeno se ne conserva memoria storica.
Alcune di queste abitazioni tradizionali (e non parlo dei cubici e spersonalizzanti palazzi imposti dal regime) per fortuna ancora ci sono e sono state recuperate dall’ingegno e dall’acume di persone come Gjon Dukgilaj che ha restaurato una casa, dopo essere stato 15 anni in Francia, in una sorta di museo/bar/ristorante che conserva oggetti e vestiti e dove la sera su un palco fluttuante si esibiscono anche in canti tradizionali. Stessa cosa, per iniziativa pubblica, è accaduto per l’intero villaggio di Berat, ora Patrimonio dell’Unesco. Ma la maggior parte delle case stanno scomparendo cancellate da queste mega e moderne costruzioni o sono abbandonate dal progressivo inurbamento, perse o relegate a fastidiosa memoria. 
Mia madre in macchina, mentre attraversavamo il Nord dell’Albania, mi ha ricordato ciò che diceva mia nonno Giacomo: ‘Chi non conserva memoria del passato è destinato a non avere futuro.’ Spero davvero che questo non accada, che non cancellino a colpi di cemento e di smania di ammodernamento le loro radici anche se, purtroppo, di fatto è rimasto ben poco e si cede solo e soltanto alla logica del possesso a tutti i costi Sia per gli acquirenti che per i costruttori. Costruire è fin troppo facile, possedere e fare vedere cosa si possiede un desiderio troppo grande per potere stare a sindacare e/o soffermarsi anche come si costruisce o sulla pelle di chi. Già perché ci si dovrebbe chiedere come costruiscono e chi controlla: le risposte sono velocemente e nessuno. 
Si sta radicando (il che dà per scontato che è prassi ed abitudine) una violenta e mostruosa forma di schiavitù. I costruttori di palazzi, uffici, officine e quant’ altro assoldano, meglio sarebbe dire, schiavizzano operai cinesi e turchi, almeno nelle grandi città. 
I turchi sono più fortunati perchè sono considerati un po’ meno numeri dei cinesi i quali sono infilati in container di ferro in cui vengono fatti stare solo per dormire, forse 8 ore, e poi fatti uscire per lavorare le restanti 12 ore. Nei loro giacigli si alternano i corpi dei compagni che hanno finito i turni di lavoro. Dal punto di vista pratico si può dire che dormono sempre in letti caldi!!! Questi operai vivono recintati dentro il cantiere e solo nei container. Quanti ne muiono, quanti stanno male, cosa accada loro nessuno lo sa ma i palazzi vengono su bene, a ritmi incalzanti e servono ad ospitare palestre di lusso, discoteche, ristoranti, uffici dove l’occidentale e il nativo possono ancheggiare con un cocktail in mano. Non ce l’ho con il consumatore finale ma la domanda genera l’offerta. Non c' è controllo, le aziende straniere non fanno più profitto ed ecco che vincono le gare e danno in subappalto i lavori, se ne lavano le mani e così si continua.
E quale materiale venga usato per le costruzioni non è dato sapere ma se in Italia hanno usato materiale scadente e chimico per costruire scuole e ospedali, si fa presto a farci un pensierino. 
So che non è un problema solo dell’Albania, accade così a Dubai, negli Emirati Arabi e in forme diverse, forse più raffinate perché si devono eludere regole e controlli, anche in Europa. 
Ho divagato ma la domanda rimane: chi controlla? Chi sa? 
Mi sembra di ritornare indietro quando passavi da Valona e vedevi gli scafi ormeggiati in porto, quelli che poi arrivavano in Italia pieni di umanità disperate o in fuga dai loro crimini. Tutti sapevano, gli scafi erano in bella vista, gli scafisti al solito bar con la sigaretta pendula fra le labbra in attesa del calar delle tenebre. Poi l’evoluzione degli scafi ormeggiati di fronte al Porto di Valona e finalmente l’accordo politico e fine dei giochi o inizio di giochi più raffinati con timbri falsi su passaporti falsi pagati centinaia o migliaia di euro. Ma anche questa è un’altra storia. 

Ecco, mi sono persa di nuovo ma allora visto che ho divagato chiudo il lungo post e consegno a quelli successivi le stranezze viste, le memorie di viaggio, gli appunti sconnessi e ricuciti della memoria. 






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