Non ho ben capito perchè improvvisamente un flusso si blocca, una mano invisibile chiude un massiccio rubinetto di ottone e interrompe il flusso di acqua calda. Il rubinetto è di quelli di foggia antica le cui estremità, a mo' di pomelli allungati, si incastrano fra le dita. Quei rubinetti che non ti permettono di miscelare. Aprendo il rubinetto può e deve uscirne solo acqua calda, bollente, ustionante. Fiumi di parole laviche. Il flusso tiepido non è ammesso nè accettabile, quello freddo tollerabile per poco.
La mano ha afferrato di nuovo il rubinetto, ha dato uno strattone, l'ottone si è lamentato, ha cigolato ma ha concesso il passaggio dell'acqua, dei pensieri, delle parole.
Perchè si scrive? Perchè si racconta? Perchè si fotografa?
Per firmare un attimo, per fermare un tempo, per imprigionare un luogo, per ritrarre una persona, per arginare il senso della fugacità di cui siamo impregnati. Scrivere è puro egoismo venato di labile sentimentalismo, è moto dello spirito indomito alla finitezza e schiavo del senso di conservazione.
Scrivo della mia vita, di ciò che accade, di ciò che sulla pupilla e sulla pellicola del cervello rimane impresso per evitare che tutto, l'immagine, il ricordo, la persona, il luogo, transiti verso l'infinito limbo della dimenticanza.
Chi scrive colleziona le sue esperienze, le cataloga come un bravo antiquario, scrive la targhetta, li mette sullo scaffale e ogni tanto spolvera leggendo. E io da bravo antiquario (certifico l'esperienza reale!) cerco, vedo, compro le esperienze, i luoghi con il cuore gli occhi e i sensi per potere bloccare la transitorietà di uno sguardo, la sensazione di una carezza, il brivido di un sorriso o la barca a secco sulle spiagge di zanzibar.
E come in un attimo infinito tutto ha fine in questo punto.
Punto.