domenica 15 novembre 2009

Shunga Arte ed Eros nel Giappone del periodo Edo

Domenica di pioggia e grigio, le notizie che mi circondano hanno il peso grave di una tonnellata di di piume. Non voglio tornare a casa, vado a Palazzo reale a vedere qualche mostra. Mi dirigo verso quella di Hopper, la fila è infinita. Supero tutti e mi dirigo all’altra, quella sugli Shungha giapponesi. Non c’è quasi nessuno, forse solo quelli che come me hanno deviato su una mostra delusi di non avere potuto vedere l’altra.

Devo dire che è una sorpresa non stupefacente.

Pago il mio biglietto, calzo le cuffiette (comprese nel prezzo biglietto se le volete chiedere) e mi inoltro nell’esposizione che si snoda per il mondo dell’erotismo nell’arte giapponese nel periodo Edo.

Or dunque tutti i verbi di ‘penetrazione’, di moto verso un luogo specifico e movimento sono assolutamente appropriati per questa mostra.

Val al pena spiegare il termine SHUNGA: letteralmente vuol dire "immagini della primavera", sono una riflessione etica ed estetica sulla densità e transitorietà della vita nel periodo Edo, in cui il ceto borghese, molle nei suoi lussuosi costumi non decideva delle sorti politiche e militari del paese ma esprimeva il contrasto fra i suoi modi d’essere e la rigidezza militare della classe dei samurai.. Due modi a confronto: Edonismo contro neo confucianesimo, guerra di katana e guerra di futon.

La ricerca del superfluo, del piacere di ogni piccolo particolare della vita accompagna l’uomo fino alla fine e si riversa nel mondo dell’arte designando una produzione erotica e di piacere: è l’ ukiyo-e

o ‘immagini del mondo fluttuante’, stampe o dipinti con la tecnica della stampa xilografica prima in bianco e nero poi a colori.

Accanto al mondo iconografico si affianca quello letterario con i romanzi del mondo fluttuante in cui la carnalità, la sensualità, la vita dietro i paraventi di carta di riso è fatta di parole e non di tratti pittorici.

La mostra è un profluvio di genitali, corpi quasi mai nudi ricoperti di kimono riccamente decorati, di corpi aggrovigliati in pose più che plastiche direi gommosamente elastiche. Il percorso parte dalle stampe in bianco e nero o da rotoli destinati a dividere le pareti nelle case di piacere in cui l’erotismo è più divertente e didattico: due corpi in bianco e nero che si intrecciano senza alcuno sfondo. Una concessione ad una sensualità spinta: un tocco di rosso sulle labbra di lei… tutte e due i tipi le labbra.

Quando il bianco e nero cede al policromo e la tecnica si affina, quando il governo centrale non è più riottoso alla diffusione di questi manuali e stampe, i rotoli diventano fogli singoli o raccolte in libri, i corpi assumono una pesantezza bidimensionale, le scene vengono riprese negli interni in mezzo ad oggetti di uso domestico e lo spettatore sembra guardare dalla fessura della porta o da dietro il velo e coglie l’intimità fra l’uomo e la donna in casa, nelle case di piacere o in esterni come un balcone o in mezzo ad un campo pieno di neve. I kimono sono sempre più ricchi e fastosi, le acconciature complicate ed i capelli setosi. Le donne sono icone di porcellana, sensuali ma mai volgari, piacevoli e piacenti. Sono ritratte in colori delicati, tenui, i tratti pittorici sono finissimi, i particolari degli inetrni studiati e a volte pudichi, come la cortina trasparente che copre il corpo di due amanti facendo sentire lo spettatore come uno di più, un ladro di immagini.

Il periodo più forte sia a livello di immagini che di gioco pittorico è quello della massima fioritura con le opere di Utamaro. La forza del gioco psicologico e di dominio passionale, dell’istinto, della ricerca del piacere, la ricerca del colore, la descrizione dei kimono, delle cose del quotidiano è fortissima e traspare da tutte le stampe.

Le donne sono sempre tese nell’atto del piacere, i loro piedi sono arricciati, il viso abbandonato mentre l’uomo è avvolgente, dominante, perifrastico e per nulla metaforico.

La donna è al centro del centro dell’uomo e non c’è un minimo cenno alla volgarità o alla lascivia, c’è la descrizione del puro piacere, la nudità è quasi inesistente, la massima espressione dell'erotismo giapponese non è costituita dal corpo nudo, bensi' dalla nudità che trapela attraverso il rivestimento dell'abito. Poco spazio è dato alla fantasia dell’atto ma il corpo avvolto nel vestito ricopre tutto di intimità e non di nefandezza.

Il trionfo del parossismo è svelato attraverso i piedi arricciati nel piacere o, in uno splendido rotolo, attraverso della polvere d’argento che dissimula l’orgasmo maschile. Tutto è ironico e leggero, è una lente di ingrandimento sul sesso e sui giochi dell’alcova.

Mai la prostituta è ritratta come tale, ad esclusione dell’ unica stampa in cui una donna minuta viene sovrastata da un uomo grasso, sudato e molle che approfitta di lei. Il senso del lavoro di lei si definisce nel piede piatto e teso ad indicare il senso del dovere del suo lavoro.

Forse è l'unica stampa di ukiyo-e che dà il senso della condizione della donna giapponesi di quei secoli, divisa fra essere madre, figlia, nuora, geisha o prostituta di bassa lega e comunque sempre schiava.

L'ultima parte è la trasformazione di un arte che verrà assorbita dall'occidente e dalle avanguardie del '900.

L'eredità è tutta nei fumetti manga e anche nel nostro Crepax, provate le onde del suo mare con quello di alcuni Shungha.


Shunga

Fino al 30 gennaio Palazzo Reale, Milano

Nessun commento: