Si è chiuso. E' andato. E' finito.
L' otto ha perso una curvetta ed è un nove. Un passaggio, un rituale, un gesto collettivo apotropaico rumoroso, godereccio, mangereccio.
Sono seduta sulla mia sedia, col mio vestito lungo nero, scarpe alte col tacco e fra una chiacchiera e l'altra mi astraggo un attimo immergendomi in un blu. Le bocche delle persone si muovono ma i loro fiati sono silenziosi. Sorrido, aggiusto un ricciolo ancora umido da una phonata frettolosa e mal riuscita.
Tutti sono lieti sereni ma portano con loro un anno di più, con un portato in più, una lastra di piombo che fa da vassoio a massi o a prati in fiore.
Rincantuccio lo sguardo nel fondo del vino da dessert. E' liquido oro, intenso, dolce.
Dolce stride con il sapore amaro di molte cose dell'anno che stacca gli artigli dal legno del tavolo mentre scivola inesorabilmente sul pavimento e si polverizza raggrumandosi nella bocca aperta della clessidra di cristallo consunto.
Dolce stride con il muscolo che si è allungato e che si è rafforzato. Stride ma non urta, consegna e forse rimpiange.
E il giorno dell'inizio si avvolge alla sua fine nell'abitacolo ovattato e con un liquido di parole fluide, anch'esse liquido oro, intense, dolci e agrodolci.
I denti aguzzi dell'anno che muore rantolando dal mal di pancia, si conficcano nella gamba del tavolo ricordando le paure, le emozioni, i dispiaceri, gli amori, gli umori, gli sbagli, le riconquiste.
Il tavolo del 2009, graffiato, morso, è solido e se una gamba traballa qualcuno metterà una zeppa, un restauratore distratto metterà lo stucco, un' apprendista levigherà con la carta vetrata grossa e poi fine, il lucidatore penserà a ridare lo smalto.
Il tavolo degli anni ha le radici fisse nella foresta dell'esistenza e da lì trae la linfa vitale, il veleno mortale di ogni positivo e di ogni negativo.
E' così.
Il tavolo ha la vita di cerchi concentrici che si allargano come quelli provocati dal sasso nello stagno.
Ondulano, increspano, segnano, danno sempre segni di vita, insegnano.
A ridere, a capire, a guardarsi dentro e a proporsi a se stessi sotto forma di impiallacciature di legno diverso di cui ricoprirsi anno per anno con sempre buone intenzioni.
Le mie buone intenzioni sono quattro, tre le ho dette, una la tengo stretta stretta fra la colla ed un intarsio. La cercherò alla fine del nuovo che fra poco artiglierà il tavolo che oggi è.
1 commento:
E quando a tavola mancano due visi e due anime?
E quando i sorrisi si sono spenti
per sempre?
E quando il liquido di parole può parlare soltanto col cenere muto?
Penso spesso con rabbia che molti non comprendono come la vita debba essere vissuta con pienezza, senza remore, senza tentennamenti,senza retrocedere,appigliando la propria piccozza alla parete rocciosa della vita con coraggio e determinazione,senza tralasciare di cogliere le stelle alpine che raramente incontri nel tuo faticoso cammino e che dovresti gelosamente servare vicino al tuo cuore.
Posta un commento