venerdì 28 novembre 2008

tre anni

Stamattina ho fatto in fretta, alle 6.20 ero già per strada. La città è ancora al buio  ma fiocca la neve. Il freddo è pungente ma lo spettacolo radioso. 
La neve ovatta i rumori, cade silenziosa e mi crea quiete interiore. Ho un mazzo di chiavi in mano ma è come se fosse la mia valigia di tre anni fa. Vado a fare delle analisi adesso, tre anni fa iniziavo ad analizzare un'altra parte della mia vita. 
Mi siedo sul bus vuoto e freddo, mi rincantuccio dentro il mio piumino marrone, anche lui fa tre anni. Poggio il naso sul finestrino gelato e vedo l'immobilità sonnacchioso di una città che ancora non si sveglia. 
Sono immersa nei miei pensieri che fioccano come la neve fuori. Ripercorro strade che conosco e decido di proseguire a piedi il percorso nonostante il freddo. 
Il viale alberato mi accoglie espandendo il ticchettio dei tacchi in modo tronco. 
I rami degli abeti si cominciano a piegare sotto il peso della neve. La luce ha cominciato a schiarire il cielo ed i particolari, qualche macchina lenta avanza seguendo il suo percorso. Attraverso la piazza silenziosa, scivolosa, cammino sul marciapiede fatto di lastroni di pietra e finalmente ci passo. Passo dal punto che ha segnato l'addio da quel luogo. Il mio personale incontro con il destino.
Mi rivedo lì a terra e poi mentre mi trascino sulla panchina bagnata. Sono ferma a guardare una scena che si proietta nella sala del mio cervello. Mi vedo lì dolorante che si chiede che fare, come tornare  a casa. Sospiro, una nuvoletta di fumo si addensa davanti ai miei occhi. Guardo l'orologio, ho fatto davvero presto. Supero il laboratorio di analisi, percorro una strada a me cara, attraverso un parco, apro un portone, apro un'altra porta e sono dentro. Saluto secondo il mio rituale e improvvisamente mi sento proiettata ad una sera di tre anni fa.
Mi avvolge una sensazione di calore immenso, sorrido e sto ferma immobile sotto i faretti per qualche tempo. Chiudo gli occhi e mi godo un istante che è lungo l'inizio di un nuovo capitolo, la luce mi taglia la faccia segnando un nuovo incipit.
Col sorriso sulle labbra compio il mio piccolo dovere piacevole e poi torno indietro come un gamberetto, saluto e chiudo la porta seguendo a ritroso il mio percorso. 
Adesso la neve è più alta, abbondante, il lungo corridoio diagonale che attraversa il parchetto è una coperta bianca di neve. Solo delle orme lo hanno intaccato. 
Lascio anche le mie impronte e nel volgermi dietro a guardare mi ricordo di altre orme lasciata in riva all'oceano non molto tempo fa. 
Le fotografo. Lascio impronte, segni più o meno profondi che la neve coprirà. 
l'azione diretta è controllabile, controllata, so di averle lasciate ma a volte attraverso la mia vita si lasciano altre impronte e queste vengono fotografate male, sfocate, incomprese ma non dipende dalla mia volontà. Il destino gioca sempre scherzi inaspettati, come una caduta, come un'espressione di un volto, come un rossore inaspettato sul viso.
ma adesso nevica, come tre anni fa, adesso è tutto bello, come tre anni fa, adesso è un luogo inaspettatamente nuovo e solito come tre anni fa, adesso sono rughe che solcano il viso coperto di fiocchi di neve quasi come tre anni fa. 

Adesso è tre anni fa, luogo modificato con il mio consenso ma temporalmente perfetto per la mia memoria. Manca un piccolo particolare ma quello ce l'ho nel cuore. 




lunedì 24 novembre 2008

La coppietta di Cairoli

Ore 8.10. Stazione di Metropolitana di Cairoli, provenienza Duomo. 
Il treno arriva in frenata sulla loro cartolina animata, i miei occhi da presa sono dentro il vagone, il treno staziona e il finestrino li inquadra in Piano Americano, le porte si aprono, Figura Intera, 30 secondi di inquadratura fissa, porte che scivolano verso la chiusura, un breve piano americano di nuovo e dissolvenza. 
Sono stati lì, così, per me, assorti in loro stessi, avvolti in aura incantata, immersi in una teca sottovuoto per tre mesi. Imperturbabili ai rumori, alla gente che gli sfrecciava accanto, che a volte li urtava, esposti alla corrente che si intrufolava dai corridoi della metro, incuranti del cambio dei cartelloni pubblicitari accanto a loro. 
Il copione si ripeteva solo nella scelta del luogo fra un angolo e le macchinette delle bibite. 
Mai poggiati sul muro ma sempre l'uno di fronte l'altra. Lei corvina, alta, con tacchi, capelli morbidi sulle spalle, lui un poco pingue, capelli lisci castani, tagliati corti ma con una piccola frangetta sulla fronte alta e rotonda. Le sue gote sempre rosse di emozione. Le loro mani intrecciate, le loro mani che cercavano il viso, il collo, i capelli, piccoli avvicinamenti per darsi lievi baci. Sorrisi complici, frasi dette a fior di labbra. 
L' energia immaterica che si sprigionava dagli occhi li avvolgeva in una campana di vetro cellofanato. Lui sulla cinquantina, lei qualche anno meno. 
Una coppia d'amanti, una coppia di innamorati, marito e moglie, vedovi, compagni?   
Presi da loro, chiusi dai loro gesti, immoti e mobilissimi nella loro passione. 
Una scena che si ripete all'infinito per cinque mesi. Arrivo, inquadro, loro recitano la loro parte inconsapevoli di essere ripresi dal mio cervello, riparto, spariscono e vengono archiviati confusi in una moltitudine di messaggi e immagini che mi invaderanno senza tregua il cervello durante l'arco di una giornata lavorativa. 

L'ultima inquadratura ha una variazione da canone inverso, è un gesto audace di lui che le scosta il lembo della camicetta bianca fermata da un maglione a V nero, si china e le bacia il petto intrufolando il naso verso la rotondità del seno, la testa di lei cade leggermente indietro intonando una sorriso di piacere e gratitudine ed un impercettibile moto da brivido.  
L'obiettivo si chiude sul rosso e grigio del corridoio della metro ma non appare il cartello FINE. Solo ora mi accorgo che mancano del mio repertorio iconografico da un mese e che è calato il sipario su quell'angolo della Metro di Cairoli.

Ho perso gli attori, il copione è sfumato, la produzione non ha più pagato il cast. 
E' finito un amore? E' stato scoperto un tradimento? Lei è dovuta partire? Lui ha cambiato lavoro? Hanno litigato?

Spero sempre che sotto il cartello Fine, ci sia, fra parentesi, to be continued.

domenica 23 novembre 2008

quando

quando le porzioni di felicità saranno tagliate col coltello della sicurezza,
quando un tramonto in una fredda giornata estiva avrà il calore di un paio di braccia forti,
quando il giorno troverà continuità nel crepuscolo della sera,
quando una mano sfiorerà un brandello di gentilezza,
quando i denti aguzzi del passato smetteranno di affondare sulle candide carni del futuro,
quando lo sguardo si fermerà dentro il riflesso di una pupilla,
quando un bruco proverà ad uscire da un bozzolo di acciaio,
quando le luci di un arcobaleno si poseranno su una pentola d'oro,
quando Giove spegnerà un fuoco,
solo allora succederà.

Solo allora. 

giovedì 20 novembre 2008

'Ora abbiamo le prove'

recita così la seconda parte di una notizia ANS(I)A di oggi il cui incipit è:
Adolf Hitler, aveva solo un testicolo.

da cui il mio pensiero del giorno: per un coglione perso (ancorchè in battaglia), cento ne rimangono.

Sic!

martedì 18 novembre 2008

ed ecco

che ritorna il tempo in cui i mattoni cuociono nel forno, che il muratore indossa il suo cappellino di carta a forma di barca girando e rigirando la calce nel secchio, assaporando il momento in cui tutti i gesti e gli oggetti si uniranno per tirare su un muro e poi un altro e poi un altro e poi il tetto e poi la terrazza e poi e poi e poi. 
Non hai mai smesso di volere  lavorare il muratore, solo non sapeva se quella era la costruzione da tirare su, da completare, da rifinire insieme ai suoi compagni di lavoro.
Il capo mastro gli ha detto che si può continuare, che si può rischiare un pò di più. Poi, chissà i soldi, il materiale, il tempo finiranno ma questo non lo sa nessuno, l'importante adesso è tirarsi su le maniche e ricominciare, le fondamenta già ci sono, bisognerebbe tirar giù due muri crepati ma non si può, si riparano nel miglior modo possibile e si continua.
Come sarà la casa lo sa solo l'architetto, fra qualche tempo lo vedremo per chiederglielo.

giovedì 13 novembre 2008

E’ solo una questione di tempo!

‘Tutta la mia vita è solo una questione di tempo, lo hanno sentito le orecchie di mia madre e di mio padre al riparo dalle mie, lo hanno intuito i miei occhi leggendo il labiale dietro un vetro, lo dico ora io.
Il tempo è così o passa leggero sopra la pelle senza accorgersene o lo senti pesante sulle ossa e sulla pelle. Lui è un fondista ed un velocista. Corre, corre e corre.
Io sono stanca di inseguirlo, stanca di sentirmi dire è una corsa contro il tempo.
La nostra lotta è impari ma io posso giocarlo col paradosso della tartaruga.
Mi lasci libera, mi faccia essere tartaruga e finalmente andrò oltre il tempo.’

L’uomo aggrottò le sopracciglia e la squadrò da cima a fondo. Era una donna con la D maiuscola, chiusa nel corpo di una tredicenne. Le rughe divennero sempre più profonde, sempre più dure, alzò lo sguardo verso i genitori seduti dietro ai banchi, erano di fronte a lui ma sapeva, seppur non vedendole, che si stringevano le mani convulsamente.
Era abbastanza vecchio da non sapere più tenere a bada i sentimenti, aveva abbastanza esperienza da avere due centimetri di pelo sullo stomaco, aveva abbastanza naso da amare le aule polverose e ne aveva abbastanza di quel lavoro.

La ragazzina lo guardava fisso, le pupille dilatate e la voglia di spiegare perché. Gli occhi dell’uomo canuto sembrarono darle il permesso.

‘Perché, signore, il tempo ha vari odori, rumori ed azioni. Non voglio più sentire il tempo del disinfettante, il tempo degli zoccoli degli infermieri, il tempo dell’ago infilato in vena, il tempo del colore bianco sulle pareti dell’ospedale. Non voglio che mia madre Kirsty racchiuda più il mio tempo incastrata nelle linee del parcheggio autorizzato dell’ospedale mentre si asciuga le lacrime prima di raccogliere il coraggio per vedermi sempre sdraiata in una stanza che non ha potuto arredare per me. Non voglio più che il tempo si intrecci a quello delle gocce di chemio che si infilano su per il braccio. Perché è quello che succederà, di nuovo. Non ho avuto il tempo dei capelli, non ho avuto il tempo delle corse. Non ho avuto il tempo di farmi abbracciare da mio padre Andrew o di farmi spingere su una altalena perché il mio tempo scorreva nella clessidra dell’ospedale. Voglio essere tartaruga e non lo chiedo per favore.’

L’uomo si chinò un poco verso lei.
‘Hanna potresti vivere!’

Hanna alzò lo sguardo sfidando la vita.

‘Potrei! Ho un buco nel cuore perchè con le cure avrei potuto vivere! Potrei vivere se mi facessero un trapianto. Potrei morire, potrei ricominciare le cure appena mi sistemano i pezzi rotti ma non è certo. Invece vivrò quello che mi resta quando sarò tartaruga: lenta lenta verso ciò che mi aspetta, svegliandomi nel lettone fra mamma e papà, facendo colazione con Sir Paul che mi salta addosso, vivrò il sole la mattina, la pioggia dell’inverno, l’erba bagnata del prato e vivrò senza un tempo che non ho mai avuto ma col mio tempo, quello che dovevo avere, quello che non ho mai avuto. Il tempo con gli odori di casa, con la carta da parati scelta dalla mamma, il tempo di un cinema con gli amici.’

L’uomo si aggiusto la toga, mirò lo sguardo verso le due statue di sale sulla panchina e ci pensò. Ne aveva abbastanza di molte cose, di decisioni da prendere che segnavano vite ma non aveva mai capito abbastanza dell’animo umano sorprendendosi ogni volta, nel bene e nel male.

‘E tartaruga sarai!’

martedì 4 novembre 2008

Invettiva

Dal cuore sgorga un assalto di nausea che pervade il senso dell’essere.
Dal chiuso di questa setta si alzano miasmi nauseabondi che si intrufolano in ogni anfratto dove sbarluccica la pepita del potere. Questi sbuffi di aria si nutrono di questo finto - ossigeno fino a prendere forma carnale e spettrale di vampiri assetati di potere, soldi e sangue. Raggiungono una poltrona e vi si avvitano. Cominciano a nutrirsi e pascersi delle briciole che vengono dai tavoli più grandi e con le bocche spalancate, come Leviatani affamati ingoiano fuoco, merda e brandelli di corpi che hanno tritato con i loro artigli.
Le loro poltrone scivolano su tracce segnate dalla bava del mostro più grande, del loro mentore e quando questo scivola su un’ altra poltrona, questi delfini saltano per tenere caldo il posto lasciato. E così sotto di loro tanti miasmi si trasformeranno in vampiri e percorreranno gli stessi passi dei loro mentori.
Del lavoro non sanno, non hanno mai saputo, non fanno e non faranno mai, il loro è un lavorio nell’ombra, un rimestio delle foglie secche del sottobosco, un cercare i frutti del loro potere nel frutto simbolo che è il blackberry.
Tessono le reti, vomitando filo in cui depositano le uova di ragno che quando si schiuderanno rimpolperanno la folla degli adepti, dal centro di potere diffondo il bubbone della peste, sotto le loro ascelle crescono le pustole che si gonfiano, si enfiano finché esplodono ed il liquido infetto generato fertilizza gli strati di letame della base e fa proliferare la razza.
Sono protetti, intoccabili, si battono il petto, si fanno il segno della croce, vanno a Messa, si confessano, professano una fede che è incentrata su perdono, carità ed amore,, si bagnano con l’acqua benedetta e, orrore degli orrori, prendono il corpo di Cristo transustanziato.
Con le labbra ancora attaccate alla pila si esibiscono nello sprezzante spettacolo del razzismo, del classismo, della misoginia, dell’arrivismo.
Ebbri di potere si sentono protetti dalla croce stessa senza sapere che respiro dopo respiro, loro sono i carnefici, loro ribattono senza pietà i chiodi a mani e piedi del crocifisso.
Loro uccidono il senso della parole Amore e carità. Loro sono i Giuda, i Barabba, i Pilato.
A casa con le loro donne, urne di procreazione continua, mettono la maschera della dolcezza e del rispetto, fuori con le donne che lavorano per vivere sono cani rabbiosi pronti a disfarne le carni o a farsi quelle carni con rabbia, lascivi. La loro lancia si conficca nel costato.
Passano e ripassano la spugna imbevuta d’aceto sull’assetato quando, falsi e cortesi, godono dei loro guadagni facili e deridono coloro che tentano di farcela da soli.
Sputano sul corpo martoriato quando le loro bocche si impastoiano di volgarità e bestemmie.
Fra questa marmaglia che tira a sorte e straccia le vesti dov’è il pio Longino?
Dove sono i piedi nudi e piagati di S. Francesco? Dove sono le figure come mi tio cura che la Domenica delle Palme arriva in groppa all’asinello per i sentieri dell’ hacienda.
Dov’ è l’arca dell’Alleanza? Dov’è il vostro don Giussani?
La vostra saliva è acqua reflua, le parole solide deiezioni.
Siete vestiti da sacerdoti del tempio ed intanto vendete la vostra merce avariata all’interno. Vi battete il petto e vi stracciate le vesti. Prefiche del potere vi strappate i capelli per finto dolore. 30 denari sonanti tintinnano nelle vostre tasche, lo vendete, lo tradite per vederlo immerso nell’orrido scempio della Passione di cui voi siete i più grandi fautori perché dal sangue di lui Vittima, e di tutte le altre che vi lasciate intorno, vi abbeverate.
Arriverà il giorno in cui lo Psicopompo peserà le Vostre anime e queste rotoleranno lungo il fiume infernale, dritte nella bocca del Leviatano, quello vero, quello che non perdona, quello che vi regalerà l’eternità della disperazione, vindice ultimo di noi vittime dissanguate.
Ma un attimo prima della pesatura delle vostre putride anime, quando ancora il corpo avrà sussulti di vita, una donna, quel sesso da voi usato, maltrattato e ucciso, arriverà con la sua bilancia e la sua spada anticipando i tormenti della sorella Giustizia Divina.