sabato 23 agosto 2008

...sosta a Parco Sempione, arriva pietro.

Facciamo due passi. Andiamo verso castello Sforzesco. Vocii di bambini nei cortili del castello, mamme che si raccontano di figlie che prendono decisioni importanti. Vorrei avere i bermuda, ho le gambe caldissime e i piedi infuocati. Cerchiamo una panchina che sia all’ombra ma sono già tutte accaparrate. Ne individuiamo una che è in penombra, faremo i turni sussurro sorridendo. 
Non so come, non so perché siamo seduti su quella panchina e cominciamo a parlare del più e del meno e viene fuori l’argomento insonnia. luio sobbalza e mi rimprovera, lei cerca di smorzare i toni ma lui si infuria. ‘No tu sai cosa ha significato per me l’insonnia, tieni prendi questo numero e quest’altro, la chimica aiuta, il resto non so. Ora sto meglio, dormo sei, sette ore, non piango per una canzone melodica, ricordo quello che faccio, non sto male e non vivo la notte come un mostro da superare’ Lei cerca di frenare l’ardore della discussione perché pensa, giustamente, che io sia ipersensibile all’argomento. Ha ragione. sento i suoi sintomi e mi si inondano gli occhi, faccio fatica a tenere a bada le mie emozioni. Lui insiste e mi da due numeri e due nomi. Entrano e si infilano sul telefonino Pietro e Socrates. Sono convinta che Pietro farà parte della mia vita a breve, di Socrates ho più timore. Socrates è uno che maneggia la mente con la chimica, Pietro maneggia il corpo con il sapere. Timeo Socrates. Lo dico un po’ perplessa, lei e lui mi dicono di cominciare da Pietro. Forse è meglio, forse è più giusto. 
il sole si sta abbassando e la luce filtra fra le foglie ingiallite, dei ragazzi giocano a pallone, un cane trotterella felice. Continuiamo a parlare in una strampalata versione di terapia di gruppo senza conduttore, liberiamo emozioni senza dirci fatti precisi L’animo è più lieve e non dovrebbe ma chissà se esternando un dolore singolo e immettendolo in un dolore compartecipato, cosmico se ci fosse Leopardi, il peso del singolo diventi più leggero perché trasportato da più persone. Forse è il principio del prosaico mal comune mezzo gaudio. 
Mi viene da pensare che anche nel dolore l’uomo è un animale sociale, alla fine si apre con spiriti simili o trova nel suo innato istinto di sopravvivenza dei modi di comunicare con chi o è simile a lui o lo può capire. Ogni volta un essere diverso ma in qualche modo affine. 

L'Ultima cena di peter greenaway e ...

Ho aperto gli occhi stamattina dopo 5 notti di insonnia feroce e tormentata, non ho l’impegno del lavoro, chiamo ma sono tutti fuori. Chiamo la mia donna scricciolo che mi sostiene e mi consiglia sul da farsi e mi ascolta, ascolta le note dolenti e le armonie disarmoniche, mi dice di usare la chiave di violino, di non usare i bemolle ma i diesis, mi dice di interrompere le sincopi e cercare di suonare cose semplici. Oggi non riesco, oggi sono dodecafonica e mi lascio cullare dalle sue armoniche parole di madre e confessore. 
Bevuto il calice amaro tento un lancio di sos e per fortuna qualcuno risponde. 
Alle 14. Palazzo reale. Sono lì dopo avere preso la posta e organizzato mentalmente gli spazi di ciò che dovrò fare domani. 
La giornata è decisamente calda, prima un boccone all’immondezaio dell’autogrill e poi verso Palazzo Reale. Finalmente riesco a vedere ‘L’Ultima cena di Peter Greenaway’.
All’interno della Sala delle Colonne è stata ricostruito in scala 1 a 1 lo spazio architettonico di S. Maria delle Grazie ed è stato ricostruito l’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo. Fra la parete dell’affresco e la parete bianca sul lato opposto campeggia una lunghissima tavola che riproduce la tavola dell’Ultima Cena. Tutto è bianco come passato a calce, la tovaglia è rigida, gli oggetti, il cibo sono posati nelle stesse posizioni in cui sono state bloccate da Leonardo nell’affresco. La tavola si illumina dal basso di un colore rosso quando si abbassano le luci ed inizia lo spettacolo. Lo scopo ultimo è far parlare l’affresco, far si che racconti la sua storia in modo cinematografico. 
Il percorso narrativo è doppio, una proiezione di 20 minuti sulla parete dell’affresco e un’altra di 20 minuti dall’altra parte in contemporanea. La musica ti avvolge e ti accompagna, il tavolo si illumina di colori diversi. 
Parte in penombra ed in sordina la resurrezione di qualcosa che è morto nel suo essere oggetto ma non nella sua essenza portatrice di messaggio. La luce sorge dallo sfondo paesaggistico, come l’alba di qualcosa di nuovo ed il tramonto che prelude la sera, l’inizio della morte. La luce bagna tutto l’affresco portandolo a colori vividi, all’inizio del suo tempo che fu per breve tempo a sua volta. 
Con straordinari effetti speciali, le luci tagliano i bordi, scontornano, sezionano e poi vivificano staccando le figure dal fondo, riempiendole, avvolgendole in un tutto tondo, le figure non sono più dipinte, diventano sculture che vivono illuminate singolarmente di una luce grigia, terrosa come fossero scultura di pietra. 
La luce adesso scivola sugli Apostoli che sembra si muovano verso il centro: Cristo. L’affresco sembra dipinto ora da Caravaggio, ora da Tiepolo, ora dai neon dell’arte contemporanea. I tagli di luce, il cangiare dei colori, i tagli sui profili raccontano un episodio unico narrabile da cento interpreti. 
Gli occhi sono rapiti, estatici (i miei), un occhio di bue accarezza i volti dell’affresco rendendo ogni singola espressione, ogni singolo gesto unico, irripetibile, un sintagma, un’aforisma, un motto, un epiteto. Si staccano i singoli di un affresco corale per esprimer la forza del singolo, struttura, colonna di un tempio di diversi elementi, tempio possente, complesso. Tutti vivono ma tutti tacciono di fronte la sorgente primaria ed unica che è Cristo, rivelato dopo l’introduzione sinfonica con un leggero accento riservato alla figura di Giovanni. 
Brilla la lama fra Pietro e Giovanni, sottolineata da un acuto suono della colonna sonora, brillano gli oggetti che imbandiscono la tavola dipinta e lentamente l’affresco torna nell’oscurità. Pochi secondi ed inizia il canto celestiale di mani illuminate con ritmicità avvolgente, mani che parlano sussurrano, che volano via dal fondo come se stessero suonando i canoni inversi di Bach. 
E’ un tripudio di conversazioni, di gesti che non appartengono ad un corpo immerso, dialoghi di dita, polsi, dorsi, palmi. Mani che conversano freneticamente, gesti concitati battuti dal ritmo della luce e della musica. Gli occhi saltano da una mano all’altra senza posa, senza tregua. 
Sono rapita, entusiasta. 
E d’improvviso altri arti terminali parlano: i piedi, avvolti nei sandali, poggiati alla gamba del tavolo, ravvicinati gli uni con gli altri, nascosti dalle pieghe della tovaglia, avvitati a terra a reggere un corpo che si chiede: ’Sono forse io?’, piedi comparsi, mozzati secoli fa da un’apertura di una porta e ora vivi, presenti, immaginati, illuminati per brevi attimi di tempo. 
Una donna canta e i suoi acuti toccano il cuore, è il momento della sospensione, senti risuonare nella tua testa l’ultima eco dell’affermazione di Cristo ‘uno di voi mi tradirà’ e i volti assumono le espressioni stupite, addolorate, emozionate, spaventate, incredule, basite, paurose, rabbiose.
Dalla finestra sulla parete sinistra dell’affresco proviene un altro taglio di luce che inonda con moto circolare la scena. La finestra a S. Maria ha una grata, la luce passa ingrandendo o diminuendo la proiezione della grata sulla scena. E’ impressionante e stupefacente vedere i bianchi brillare alla luce del sole, le stoviglie illuminarsi mentre nell’ombra segnata dalla grata, la tovaglia si inonda di sangue che percola su tutto e poi sparisce col passare della luce. E’ un’alternanza spaventosa del presente e del futuro: il sangue prelude alla passione e alla morte in un banchetto di vivi, il bianco vivido che torna a smacchiare il sangue, è la vita di adesso e la resurrezione che verrà. Tutto gira in un loop per cinque, sei volte e poi la luce bagna di nuovo tutto le figure, si concentra sul Cristo, le altre entrano in penombra e da lui promanano dei raggi di luce con un effetto che sembra quello degli affreschi bizantini della salita al Monte Tabor. Il video dura dieci minuti e riprende uguale per altri dieci minuti. Tutti ci giriamo verso l’altra parete su cui scorrono immagini che però non abbiamo potuto cogliere perché troppo presi e poco desiderosi di perderci la rinascita cinematografica dell’affresco. 
Qui il filmato è visionario, non incline al racconto storico anche se dal racconto storico prende vita, non narra dell’affresco usando l’affresco ma usa la macchina cinematografica partendo dal micro particolare e allargandolo a dismisura. E’ un filmato a tutti gli effetti. 
Dopo avere ricostruito la vita di Gesù attraverso capolavori di Leonardo e del Rinascimento, lo zoom digitale scivola su un particolare del manto di Giovanni e come un dermatologo vola sulla patina pittorica e la stacca, la parcellizza come quando si solleva il craquelè da un quadro vecchio. Polveri di colori si sparpagliano sullo schermo parete mentre la macchina da presa è su distanza ravvicinatissima e percorre tutto l’affresco senza che però si capisca dove passi, dove vada. Noto un richiamo di colori fra la proiezione dell’Ultima Cena e il filmato sulla parete opposta ma tutto è intimo, personale, tutto deve essere realizzato secondo una propria cultura, sensibilità, vissuto passato e presente. 
Lo zoom solca la superficie pittorica e ci gioca, salendo a volte piano verso l’alto, affondando di nuovo i pixel negli strati di colore. Le carezze continuano fino a che lo zoom si rialza come il collo di una giraffa da una pozza d’acqua, lentamente, sinuosamente e riparte dalla figura del viso di Giovanni. Tutto finisce come comincia nel pulviscolo molecolare della pellicola che si scompone ma questa volta viene verso lo spettatore, lo inonda, lo supera e rimane attratta da quella luce che viene promanata da Cristo.
Buio. Tutto tace. Mi riprendo dopo qualche secondo. Ricompare la struttura di S. Maria delle Grazie e la luce artificiale e banale da uso quotidiano. 
Chiediamo di potere rientrare. Per fortuna Milano ci concede oltre che i suoi silenzi la possibilità di rivedere per cercare di capire meglio i nessi o di trovarne o di fissare le emozioni.

P.S. Avrei voluto scrivere prima di questa esperienza e avrei voluto che quelli che avessero letto e avessero avuto la possibilità di essere a Milano fossero andati a vederla. Io l’ho trovata un’esperienza straordinaria. Il sei settembre è stato l’ultimo giorno. Adesso sarà itinerante, se dovesse capitarmi di nuovo sotto mano credo proprio che ritornerò. 

venerdì 22 agosto 2008

Persone speciali

Ritornare al lavoro è perdere la piccola carica di autonomia di energia e di buoni propositi che avevo voluto crearmi, la situazione è sempre più ingarbugliata e fastidiosa. Gli uffici sono ancora vuoti e nel cortile risuonano le voci dei commentatori delle olimpiadi che i ‘terminati delle ferie’ guardano in streaming, non avendo nulla da fare. Io non oso, meno navigo, meno mi connetto meglio è. Ho la terribile sensazione che sia vittima di un grande fratello e non voglio dare il fianco a questo covo di aspidi. 
All’ ora di pranzo arriva l’sms che aspettavo. Arriva Elena dalla Germania e si ferma a Milano per un solo giorno. Nonostante la sua stanchezza, l’arrivo in ritardo e gli amici abbandonati a casa per uscire con me, andiamo in pizzeria e ci mettiamo a raccontare i nostri viaggi, le nostre sensazioni. Elena è una persona speciale. Lei ha fatto il Cammino di Santiago ed era entusiasta nel sentirmelo raccontare, lei è stata investita di un riconoscimento del Cammino di Santiago. Mi ha chiesto se voglio farlo con lei, ancora non le avevo detto che è un’intenzione ferma. Niente per caso. 
Elena è una persona speciale. Ti legge dentro, è una persona illuminata da una forza particolare, è dolcissima ma risoluta, ha una marcia in più ed una fede incrollabile. E’ instancabile, vulcanica e straordinaria. 
Mentre mangiamo poggia una mano sul dorso della mia e mi chiede come sto. Non si può resistere davanti all’intelligente semplicità. Mi avvolge in un caldo abbraccio di parole senza chiedere nulla e dicendomi tutto. 
Milano è diventata meno silenziosa nel paio d’ore in cui c’è stato un intenso discorso fra anime.
Elena si sposa l’anno prossimo. Elena si sta sistemando con il lavoro e a breve non sarà più precaria. Sono felice, felice che coroni due sogni. Lei se lo merita. 

Milano è vuota

Milano è vuota. Non emette rumore. Tutto sembra irreale, ovattato. Milano ha la bocca chiusa come se qualcuno le avesse cucito le labbra con il fil di ferro. Non si sente nulla, neanche il rumore dei tram che sferragliano sui binari. Forse l’amministrazione comunale ha messo il volume a zero, ha bloccato per qualche tempo il vocio vomitato dalla bocca di questa città ogni giorno. 
Già perché Milano ti mangia, ti mastica e ti vomita, ti mangia ti mastica e ti vomita in pezzi sempre più piccoli, sempre più minuscoli ma non smette mai ti raccogliere quel vomito e di ributtarlo fuori. 
Non è la Milano da bere è la Milano che ti beve. 
Ma stanotte è tutto silenzio. In aeroporto solo il brusio di persone che hanno finito le ferie, il rumore dei motori dei taxi che scivolano in moto continuo davanti la fermata. Salgo su uno. Poso lo zaino pieno di regali bellissimi e fragili. Sto attenta, basta poco per romperli. 
Il tassista ha voglia di parlare, ha fame, mi chiede dove poter mangiare, mi dice che si sente solo, che è da tanti anni a Milano, che non riesce ad avere una relazione stabile e duratura, lo ascolto distrattamente, guardo le indicazioni stradali e mi si stringe un attimo lo stomaco, non giriamo a destra alla seconda uscita, proseguiamo dritto. Non girerò più alla seconda uscita, dovrò tirare dritto.
Il tassista è di Mazzara ma vive a Milano da quando è piccolo, è alto, corpulento, molliccio, sudato eppure a Milano non c’è caldo. Mi comincia a fare domande, mi chiede se torno dalla mia famiglia, non è qui la mia famiglia, dai miei bambini, non ne ho, ah allora torna da suo marito, non sono sposata, dal suo compagno? non ho un compagno. Rispondo in automatico anche alle successive domande con quella spinta spontanea che ogni tanto dovrei tenere a freno. Non è sposata? e come mai? non lo so, non mi importa molto adesso. Eh questi uomini, una bella ragazza come lei, simpatica. Faccio spallucce ‘capita’ rispondo. ‘beh anche io sono sfortunato con le donne, con me non sono mai sincere, io ho fame, lei ha mangiato?’ mi risveglio da quell’effluvio di sfilza di domande e un’altra fitta allo stomaco, stavolta un allarme.
Ho il telefono in mano, da quando sono atterrata ho cancellato cinque volte un messaggio, chiedo scusa e faccio finta di rispondere ad una chiamata e faccio finta che siano i miei coinquilini che mi aspettano per mangiare. 
In poco più di tre secondi dopo la domanda del tassista ho realizzato che la città è vuota, che ho confessato di essere sola e che con ogni probabilità nel mio palazzo non c’è nessuno. Quell’uomo lì è il quadruplo di me e io sono fragile come i miei regali. Conduco la telefonata finta fino a quasi sotto casa, pago e poi scendo con faccia allegra e saluto. Non trovo le chiavi e lui è fermo lì che guarda, magari è l’uomo più buono del mondo ma per ora è solo un enorme fonte di ansia. Faccio finta di citofonare e dico che ho trovato le chiavi e scatto su. 
Infilo le chiavi nella toppa, casa si schiude nel buio e nel silenzio. Poso le valigie, appoggio delicatamente lo zainetto. 
Urla solo il silenzio. C’è un leggero odore di chiuso. Annaffio le piante e apro il divano-letto, domani torno al lavoro ma non ho sonno e così apro la valigia, prendo i miei averi cartacei e comincio a scrivere i miei resoconti. Scrivere è ancora come se fossi ancora in viaggio, vedere la guida, gli scontrini, le mappe, vedere le foto mi inebria e mi fa sorridere. Riempio il silenzio di ricordi e adesso non è più silenzio, è l’aria profuma della notte. 

giovedì 21 agosto 2008

di nuovo Sintra e di nuovo l'oceano

Ci sono posti in questo viaggio che ci erano sfuggiti, ci sono piatti come la cataplana che non eravamo riusciti a mangiare, ci sono cose come i mulini che non avevamo trovato e magicamente gli ultimi due giorni si sono materializzati come a chiudere un cerchio, come per dire che tutto quello che doveva essere visto era stato visto, quello che doveva essere fatto era stato fatto.
A Sintra vediamo la Quinta de Regaleira, addentrandoci per le stradine vicine all'oceano vediamo i mulini e finalmente ad Ericeira mi viene fatto un altro regalo. Il tramonto sull'Oceano Atlantico. 
Ogni tramonto ha un suo sapore, ricordo quello di ferragosto dello scorso anno ad esempio ma questo è la fine del viaggio. Questo è accolto nel silenzio dei cuori, nella resa delle armi, il tramonto è commovente, la palla infuocata viene assorbita da una distesa infinita di blù cangiante nei suoi riflessi, una barca a vela, che chissà dove va, proviene dal fondo incerto della luce, naviga verso di essa e per un istante, lungo una vita, si ferma nel pieno del sole, illuminata dalla perfezione. Il tempo di uno sbatter di ciglia e ritorna verso il trascolorare del paesaggio marino. Sembra la metafora di un viaggio, di una storia, della vita: passare dalle ombre delle incertezze, scorgere il sole, puntare verso la luce piena, esserne avvolti e poi tornare lentamente verso le ombre ma pieni di una luce vissuta, tonda, ricca, navigando verso un'altra rotta che alla luce prima o poi dovrà portare.
Febo Apollo conduce il suo carro verso il tramonto cedendo lentamente il passo alle stelle e all'oscurità. Scivolo anche io sul sedile e vengo avvolta dallo spettacolo della natura e da calore e forza che conosco. E' un effetto straniante, le lacrime imprigionate negli occhi non sono salate, salato è il mare che si vaporizza nell'impatto sulle rocce, salata è la patina che copre la carne e che rende le lacrime dolci. 
E' un gioco di contrasti quello che mi annienta davanti al supremo spettacolo del tramonto come il freddo dell'oceano, il caldo del contatto della carne. Vorrei che quel momento non finisse mai, vorrei che tutto si fermasse lì. 
Noi in quella posa di attimo sospeso davanti al giorno che sparisce.
Tutto è quiete tempestosa, tutto è all'inizio di un nuovo inizio. Tramonta. E' notte. 
Il paesaggio notturno scorre attraverso i finestrini dell'auto e nonostante il buio brilla, laggiù, la Stella del Nord, la stella polare. La stella su cui avvitarsi e a cui ululare quando il bisogno verrà a bussare.
Lo dico a voce alta poi sento tornare la stanchezza di una vita da vivere. Chiudo gli occhi e scivolo nel sonno. 

Porto, la fine del tempo

Porto ci accoglie male, piove la notte, piove la mattina, Porto non è un bel risveglio, la pioggia di fuori corre anche sul mio viso. L'aria è pesante, umida, piena di elettricità, Porto segue il pensiero dell'anima rassegnata, Porto è decadente, Porto racconta di tempi andati, belli, gioiosi, ricchi e allegri e che non torneranno più. Porto è triste. 
Porto mi assomiglia oggi ed è per questo che non mi piace, c'è tanto a Porto da vedere ma c'è un luogo che mi prende. Nel monastero accanto al tripudio di oro e di legno intarsiato della chiesa di Sao Francisco ci sono delle insolite catacombe. Guardo di qua e di la questi luoghi in bianco e nero dove sono sepolti fratelli e sorelle in Cristo. Seguo il cartello Ossario e fra ghigni e battute di alcuni turisti che irrompono nel mio cervello anestetizzato dalla tristezza arrivo all'ossario. E' ad un livello sotto i miei piedi coperto da una lastra di vetro. Mi ricordo della cappella delle ossa ad Evora dove invece le ossa facevano parte delle pareti. 
Mi ritrovo a fissarlo e a pensare quando è caduca la vita, quanto lo siano i sentimenti, quanto tutto quello che ci sembra importante davanti ad un Ossario scompare. Rimango con la testa bassa a fissare le ossa sotto di me. Ed improvvisamente mi si affolla il cervello come una piazza alle dieci del mattino. 
Mi dico: Se questo è l'ineluttabile perchè privarsi delle piccole cose? Se questo è l'atto finale perchè non aspettare di vedere lo spettacolo intero? 
Non ho risposte sul perchè si decida di farsi male contro ogni ragionevole dubbio e non avendo risposta mi si installa nel cervello un'altra idea. Forse è per me così, per gli altri l' abbandonare le piccole cose felici è perchè,  forse, da quelle cose non reputano di trarne più felicità. E se per te hanno ancora significato per altri ne hanno un altro. E allora non c'è più ragione, allora hanno ragione quelle ossa, allora non è destino, non è fortuna ma è la normale vita che scorre, allora se tutto è dentro quelle ossa lo è anche la parola fine con o senza ragioni.
Così mi trovo a risalire la corrente verso il ritorno, così il fiume che risalgo posa la sua acque sul mio corpo e fa risentire la pressione. Ma non si può risalire sempre e così Cascais con i suoi paesaggi incantati, con un ecclissi di luna mi regala momenti dolci, momenti di piccoli lievi sollievi come una carezza di vento, come un abbraccio senza fine. 

Santiago de Compostela arrivi e partenze

A Santiago, la sera davanti ad un boccone, il cuore torna ad essere inquieto, è già in tumulto, Santiago ti porta a chiedere, non ho i piedi piagati come i pellegrini ma le scaglie hanno cicatrici e parlare, pregare è impellente. Lancio l'amo e vedo spegnarsi una luce. Ho sbagliato di nuovo? Dove vanno le anime quando peregrinano? Quando non trovano neanche un ricovero notturno? Quando non si danno tregua? 
Le anime sono come i piedi dei pellegrini cercano la strada e non si fermano finche non sono stanche. Le anime tormentate cercano riposo ma anche dopo mesi di cammino, mesi di sofferenza non lo trovano.
Per una serie di casi fortuiti veniamo guidati davanti la cattedrale proprio per la Messa del Pellegrino. Riesco a vedere anche il lancio del turibolo che contiene l'incenso, è qualcosa che avrei voluto vedere quando ho vissuto in Spagna ma che non ero riuscita a fare. Raggiungo il salmone che mi fa cenno di seguirlo e, in un incredibile serie di ondate di turisti che escono e pellegrini che vogliono entrare, ecco che ci troviamo lì quasi in prima fila fa turisti, veri pellegrini con i loro zaini, sporchi, polverosi e commoventi. 
E' l'Assunzione di Maria, è la messa del pellegrino. Celebra il vescovo. 
Mi sembra tutto incredibile, non può essere un caso che siamo lì, che siamo davanti a tutto questo mentre torme di pellegrini vorrebbero entrare. seguiamo la funzione, ci sediamo ed alziamo a e da terra fra bastoni, zaini, conchiglie e concentrazione. E' l'omelia. 
Il vescovo dà il benvenuto in molte lingue e poi dice delle frasi che mi ronzano ancora in testa e assumeranno sempre più significato nei giorni a venire: fare il pellegrinaggio è fare un percorso di silenzio, di solitudine. Si entra in dialogo con se stessi, ci si mette alla prova, ci si sfida, si dialoga con se stessi e durante il percorso questo fanno i pellegrini: dialogano con la parte di loro che non sentono più, che non parla più e che deve ritrovare la voce. Sofferenza, concentrazione, stanchezza aprono il dialogo a voi stessi. E qui si arriva chiedendo. E qui si avranno delle risposte.
Ma nel cammino ci sono tanti altri pellegrini ed è con loro che cominciate a parlare perchè siamo anche fratelli e non possiamo sempre vivere soli. Bisogna conoscere gli altri per arrivare a capire se stessi. Molti compagni di cammino saranno ora e poi mai più ma ci sono stati e ci sono stati perchè dovevano esserci, altri li ritroverete dentro le vite che vivrete e saranno le vostre voci silenziose.
Potrei dire tanto di Santiago, della piccola chiesetta dentro la cattedrale dove un raggio di sole filtrava nel buio come una voce che rompe un silenzio, potrei dire della pausa pranzo con una pizza al polpo alla gallega o dei colori straordinari che tagliavano il cielo in onde ritmate di azzurro e di blù, potrei dire dei mille pellegrini che affollano la piazza, potrei dire delle risate dei bambini, delle coppie che si stringevano per mano, felici di avere compiuto il cammino fino alla fine ma non lo dirò. 
Dirò di Santiago che è un punto fermo, che capirò perchè è capitato esserci il 15 agosto, perchè esserci con i compagni di viaggio, perchè dalla mia bocca sono sgorgate le domande, perchè nell'incertezza e nel timore di rispondere ho avuto subito la chiarezza di ciò che sarebbe stato. Dirò che il vescovo ha ragione che a Santiago ottieni delle risposte quando ti fai delle domande.  Dirò che ho iniziato un cammino a Santiago svoltando una curva a gomito verso una strada scoscesa e ripidissima che sale verso il cielo e scende verso le viscere della terra. Dirò che a Santiago ho sentito spezzarsi una corda di violino che ha rimbalzato sul cuore come una scudisciata, dirò che a Santiago è iniziato il mio pellegrinaggio che mi farà avere i piedi piagati, i vestiti laceri e lo zaino più pesante di prima. 
Dirò che a Santiago tornerò da vera pellegrina perchè adesso che tutto è Silenzio, adesso che tutto urla senza suoni, adesso che la corrente riprende forte, fortissima e devo risalirla, adesso che il viaggio volge al termine, dirò che adesso sono una pellegrina della vita che deve iniziare a parlare con se stessa nella solitudine che la circonda e dare un senso alle domande e dare un senso alle risposte perchè alcune risposte, per me, davvero non hanno senso.

Un ultima cosa: torno in Spagna con i miei compagni dopo 5 anni. Arrivi e Partenze. 


da Coimbra a Braga passando per l'Oceano Atlantico

Sorge lì sopra il fiume Montego, Coimbra. Il fiume (sporco in verità) riflette i profili della città che si erge su una collina. Ma noi non affrontiamo subito la prima collina, decidiamo di risalire verso il convento di Sta Clara a Nova, dall'altra parte del fiume, e si dischiude davanti a noi uno scrigno il cui fulcro è la tomba di cristallo e foglie d'oro della regina Santa Isabella, poi verso il Convento di S. Francesco, molto sgarrupato e con una mostra sulla ceramica di Coimbra da €1 ma che forse ne valeva la metà. Poco male, andiamo a piedi facendo una bella passeggiata e costeggiamo il fiume, poi affrontiamo l'acchianata (la salita) suggerita da Fiona (la guida). Coimbra è tutta in salita ma proprio tanto in salita, ci vogliono gambe salde e buon fiato, gli scorci però sono belli, Sè velha è scura e con un bel chiostro e lì vendono delle mattonelle carine, una delle quali ha una sfera armillare (simbolo del potere portoghese e presente ovunque) che non prendo subito per regalarla, non lo farò più, è un rimpianto che ho. 
Il centro di interesse di tutta Coimbra è la sede universitaria ma Coimbra è un soffio che vola via col vento che ci accompagna e così via verso Aveiro. Piccola cittadina vicino l'Oceano, ha poco da visitare se non le caratteristiche barche dipinte, le viuzze con le sue case azulejate e quel tesoro imperdibile che è il Convento di Gesù.
Vicino Aveiro, a Costa Nova, ci sono delle caratteristiche casette dipinte a strisce, molto molto graziose ma quello che rimane nel cuore e ti coinvolge, ti assorbe, ti prende, ti strazia, ti sconvolge è l'Oceano. Mi tolgo le scarpe ed affronto le dune, fa freddo ma per fortuna ho appena comprato una felpa. Il suono dell'Oceano arriva rombante attraverso le dune mentre i miei piedi affondano sulla sabbia e quando le dune finiscono e l'Oceano si apre allo sguardo ti coinvolge fino al midollo. E' davvero uno spettacolo mozzafiato. 
Fa paura ed attrae esattamente come l'amore. 
Le onde arrivano da lontano, si arricciano su un fondale più basso e poi si infrangono con una potenza inimmaginabile schiumando rabbiose verso la battigia. 
Sono esterefatta e sorpresa. Mi avvicino all'acqua, non calcolo la potenza dell'arrivo dell'onda e vengo raggiunta fino alle cosce dall'acqua gelida e frizzante.
Rido come una bambina e mi giro verso il branco. Mi sento felice, molto molto felice, mi sento libera e leggera. Sento il sale addosso, il vento che mi scuote e mi rendo conto che sono davanti alla potenza pura. 
C'è un termine che in italiano è poco usato ma non in spagnolo ed è PODEROSO. Ecco cosa è. L'Oceano è poderoso, così lo vedo, così lo sento e lo sento addosso. Mi sento piena e felice. Mi piace condividere questo angolo di Creazione con chi è con me. Mi piace l'idea che abbiamo gli stessi piedi freddi e bagnati, che il sole ci punta la luce addosso, che brilliamo negli sbarluccichii dell'acqua, che le ombra si proiettino nella stessa direzione. Mi piace vedere i sorrisi e lo stupore sul viso degli altri. E' bello vivere, è bello essere vivi lì, insieme. 
Sorridiamo, ci fotografiamo. Sarà l'unica ed ultima volta. Ci saziamo il più possibile di quello spettacolo, mi farebbe piacere vedere il tramonto ma il viaggio deve continuare e risaliamo di nuovo le dune girandoci di tanto in tanto a sbirciare ancora e ancora e, forse, per non dare le spalle definitivamente ad un momento unico. 
Perchè per andare avanti devi dare le spalle a qualcosa anche se non vuoi, anche se sei costretto.
Prima di entrare in macchina ci infiliamo le scarpe e, pur sembrando un operazione facile, nell'usarci come perni per pulirci i piedi riesco a fare cadere un salmone. Ridiamo di gusto e ci diamo dei capolavori. Che bello essere leggeri e felici, che bello sentire le risate argentine intrecciarsi con il suono del vento  e sentirle mulinare nell'aria pulita.
Il nostro mezzo ci porta verso Braga. Arriviamo tardi e la città è semi deserta, nessuno ci vuole dare da mangiare finchè timidamente ci affacciamo su scale del manjar do Campo das Hortes che scendono ed il proprietario il signor Valdemar Ataìde , un uomo moro alto, con un viso fiero ma dolcissimo ci fa cenno di entrare. E' disponibile, ci spiega le pietanze, ce le fa assaggiare, ci serve con delicatezza e dolcezza. Prendiamo delle polpettine e la franchesinha un delizioso strato di carne, formaggio e prosciutto tenuto da due fette di pane immerse in una salsa incredibilmente buona. Il locale è piccolissimo ma ci sentiamo a casa, coccolati e voluti bene. E' la seconda sera che succede, a Coimbra in un ristorante altrettanto piccolo due signore ci avevano deliziato con un modo di fare tenero e l'avventore fadista ci aveva anche regalato delle canzoni, solo per noi. Solo per noi. 
Anche a Braga stiamo poco, ci vuole poco per vederla e girarla e così subito andiamo nei dintorni della città e continuiamo senza saperlo un pellegrinaggio alternativo. Vediamo il Mosteiro de Bom Jesus do Monte. Svetta su una collina, la chiesa non comunica molto, ciò che coinvolge è la doppia scalinata che si intreccia e che ha delle cappelle laterali che riproducono i momenti della passione del Cristo con dei Tableu quasi Vivent che accompagnano il pellegrino in un percorso di penitenza e di pensiero. Su ogni rampa di scala ci sono riferimenti alla vista, agli occhi, alla saggezza, all'acqua che scorre come simbolo della sorgente vivente che è Dio. L'altro monastero è il Mosteiro de Sao Martinho de Tibaes. Ci sono pochi visitatori, il monastero è immenso, lo stanno restaurando, ci sono opere di arte contemporanea sparpagliate per le sale. Durante la visita la guida  ci apre un portone e ci fa vedere il panorama e ci dice che da lì bussavano i pellegrini che andavano o tornavano da Santiago de Compostela. 
Siamo al 14 di agosto e noi andiamo verso quel luogo. Dove tutto ci chiama, dove tutto finisce e dove tutto inizia. Dove ti fai e fai domande facendo crollare certezze e metti in confusione e in discussione i tuoi dubbi e i tuoi silenzi.

mercoledì 20 agosto 2008

Tomar e l'inizio del pellegrinaggio dell'anima e non del corpo

Estremoz, Vila Vicoca, Borba sono stati passaggi veloci come i paesaggi fatti di alberi di sughero e cave di marmo rosa che scivolano via dal finestrino della macchina. La sera è di Tomar e dell' estalagem Sta Irìa, il nostro ricovero notturno, strano e strampalato immero in un parco cittadino circondato da un fiumicciatolo. A Tomar respiri l'aria templare e il Convento de Christo è straordinariamente ricco di significato e di simboli templari, richiamati ripresi, vissuti fra fontane, capitelli e nella straordinaria Charola un piccolo tempio circolare la cui disposizione richiama la Charola del Santo Sepolcro di Gerusalemme, centro attorno al quale ruota l'intero Convento. Spettacolari intrecci in pietra con richiami al potere temporale, ai simboli araldici della famiglia di appartenenza, al potere religioso ti accompagnano senza tregua non lasciando mai riposare gli occhi avidi ed impazienti di scoprire e fare proprio il ricordo.
Da questo Tempio di religioso potere passiamo ad un tempio di devozione che è Fatima. Lo spiazzo dove si raccoglie la folla è infinito. Ciò che fa tremare l'anima è la silenziosa devozione che si raccoglie attorno alla cappella delle Apparizioni dove strati di fiori si addensano in profumo intenso e dove devoti in ginocchio girano intorno pregando, chiedendo, cercando perdono e riposo dell'anima. Mi sento quasi un'intrusa ma dal cuore silenziosa mi sgorga una Ave Maria ed un'altra ed un'altra ancora. E l'intenzione che le accompagna non è di richiesta per me ma di amore che inondi il cuore delle persone che amo, di protezione dei miei cari, di pace nei cuori tumultuosi e questo perchè non puoi chiedere per te in un posto dove l'amore vibra e ti passa sulla pelle lasciandola profumata di rose.
Fatima è la prima tappa di un pellegrinaggio inconscio ed insolito che stiamo seguendo senza accorgercene ed il cui acme raggiungeremo a ferragosto.
E così da Fatima passiamo a Batalha, un monastero tardo gotico il cui centro di attrazione per me sono le Cappelle Imperfette, una struttura ottagonale che doveva essere un Pantheon ma senza cupole, in cui il cielo precipita dentro l'architettura, che accoglie le tombe di due sovrani che si tengono stretti per mano, uniti per passare oltre la morte, dalla pietra ricamata al cielo dell'infinito amore.



Si ripresenta in un ricamo infinito, in un altalena di incastri il concetto di morte, vita e amore anche ad Alcobaca, la città che accoglie la maestosa abbazia cistercense. Il fulcro è il Mosteiro de Santa maria de Alcobaca i cui vetri istoriati riflettono i colori sul pavimento bianco. Anche qui una storia d'amore intensa ma sofferta che trova l'unione e la visibilità agli occhi del mondo solo a morte avvenuta. E' la storia di Inès de Castro, dama di corte, di cui si innamora Dom Pedro, principe della corona portoghese, già sposato all' Infanta di Spagna Costanza. Il padre di Inès fa uccidere la figlia Inès senza sapere che Dom Pedro la aveva sposata in segreto alla morte della moglie. Non potendola più avere, il re Pedro, decide di seppellirla nella chiesa del Monastero di Alcobaca, dove si farà seppellire lui stesso, ponendo il suo monumento funerario di fronte a quello dell'amata per averla sempre con sè.
A volte si deve morire dentro per unirsi nell'infinito.
Il Monastero è un susseguirsi di sorprese come sempre è successo in Portogallo, un paese piccolo che è uno scrigno di gioielli sfavillanti. La cucina del monastero è enorme, i camini svettano all'interno di locali dai soffitti altissimi. Completamente piastrellata, la cucina accoglie due camini che, a detta di Fiona, arrostivano fino a 72 buoi contemporaneamente. Davvero impressionanti.

La giornata è stata densa ma non è finita, bisogna afferrare tutto il possibile e tutto il possibile sarà farsi inghiottire dalle viscere della terra alle Grutas de Mira de Aire un percorso scavato dalla potenza erosiva dell'acqua fino a 110 mt di profondità in cui si alzano stalattiti e stalagmiti e in cui purtroppo la mano dell'uomo ha nascosto luci colorate e fontane finte. Scendere è davvero coinvolgente e se ti giri un attimo a guardare dietro vedi l'imponenza di questa discesa, ti accorgi della potenza della mano di Dio nelle scelte della Natura. Ti accorgi di essere piccolo ma di essere lì, di calpestare l'intestino di Gea e quando le luci si spengono al tuo passaggio senti crescere l'horror vacui e le gambe ti portano veloci verso la luce.
Ultima tappa di questa lunga giornata è Coimbra , la città universitaria, arriviamo di sera e recitiamo il solito copione della ricerca di un ristorante e poi il meritato riposo.

Evora e la caducità della vita.

Arriviamo di sera anche stavolta al limite estremo della chiusura cucina, cerchiamo il ristorantino indicato da Fiona (la nostra guida cartacea) ma come sempre è accaduto non abbiamo mai potuto giudicare le scelte della moglie di Shreck. Ci precipitiamo dentro le cinta murarie di questa graziosa cittadina deserta. Colti dal dubbio: tovaglia di carta o tovaglia di stoffa cediamo alla stoffa e proviamo la cucina alentejana con un piatto supremo: maiale con le vongole. LO SO LO SO sembra una follia ma è davvero un piatto delizioso e se poi è servito da un cameriere che sembra Don Camillo con la calma e la lentezza di Lerch è ancora più interessante. 
Evora e piccola e carina, cielo terso, blù cobalto. Ha un luogo che ti ispira riflessione: la Capela dos Ossos, un ossario costruito dai francescani a cui si accede attraverso una grande porta sul cui timpano è scritto:  Nos ossos que aqui estamos pe los vossos esperamos. Noi ossa che qui riposiamo aspettiamo le vostre. 
Potrebbe sembrare macabro ma se hai un minimo di ingranaggio cerebrale oleato e funzionante e se entri nello spirito francescano più puro capisci che quello che hai di caro e di vero lo dovresti stringere a te fortemente perchè la vita è troppo breve per passarla in solitudine, insoddisfatti, spaventati. Bisognerebbe vivere muovendosi come noi salmoni in  controcorrente per apprezzare quanto è dolce il posto del descanso, per capire che quando la corrente non è più forte apprezzi fino in fondo la quiete delle cose semplici. 
Ci sono 5000 teschi e ossa femorali sulle pareti, uno scheletro è appeso ad una parete ed illuminato quando un sensore capta il passaggio di un visitatore. Nonostante quell'intreccio di ossa incastrate tutto è quieto, tranquillo. Una poesia accompagna quel silenzio di vite passate, una poesia che purtroppo non ho fotografato che coglie un attimo di insondabile mistero che è la vita ineluttabilmente intrecciato alla morte. 
Di Evora c'è altro, fra cui un tempio romano al centro di Evora alta ma preferisco lasciare questo souvenir dell'anima che ha un senso che ritroverò nel Nord del Portogallo quasi alla fine del viaggio.  
 

Sintra

Sintra è un posto strano nel cui territorio montagnoso si snodano dei gioielli di bizzarre soluzioni architettoniche. E' situata ad Ovest di Lisbona circa 20 minuti ed è Patrimonio mondiale dell'Umanità come molte luoghi del Portogallo.
Ci infiliamo su per le strade strette di Sintra e dopo lungo peregrinare troviamo dove posteggiare. Prima tappa Palacio Nacional centro nevralgico della microscopica vila velha (città vecchia) di Sintra. E' domenica e ci rendiamo conto che non è proprio il giorno migliore per andare, troppi turisti da dribblare ma animati da serenità e gioia iniziamo la perlustrazione del palazzo, Sala dos Cisnes (tanti cigni dipinto sul soffitto a cassettoni) Sala das pegas (Sala delle Gazze) la sala Araba in cui sfavillanti azulejos ti avvolgono con i loro colori brillanti ma la più sorprendente è la sala dos Brasoes in cui con gli occhi al soffitto ti si presentano con autorità 74 stemmi della nobiltà portoghese che ti guardano dall'alto raccontando il loro fasto, la loro potenza, un mondo lontano e ricco, pieno e rotondo. 
Con gli occhi colmi di stupore cerchiamo il nostro scerpa a tante ruote che ci condurrà su su in alto fino al palacio Nacional de Pena e al suo immenso Parque.
ci mettiamo ben ben in coda e dopo avere pagato un salatissimo biglietto di andata e ritorno l'autobus si destreggia fra curve strettissime, strade affollate di macchine, salite ripide e singulti improvvisi. il viaggio è interminabile, le macchine bloccano il passo, non c'è nessuno che regoli  la maleducazione del parcheggio selvaggio degli automobilisti. Bloccati e fermi da un quarto d'ora si levano coretti di un gruppo di romani che decidono di scendere per spostare un auto e poi un altra. I francesi, i tedeschi e i lombardi accanto a noi sono stupefatti e ridono. Purtroppo lo sforzo dei novelli legionari non risolve il problema di un ingorgo che ha bloccato altri autobus da un'ora. Finalmente ci fanno scendere e anche se un pò spazientiti cominciamo una bella e ripida salita. ma camminare fa bene e in poco tempo troviamo il buon umore. Fa Freddo, si con la maiuscola ed ovviamente sono con i bermuda bianchi, una canotta leggera e le infradito nuove con tanto di suola liscia. 

Ho comprato delle cose nuove per questo viaggio perchè volevo essere carina ma a cui il freddo alcune volte mi ha fatto rinunciare e quando, altre, le ho messe ho scelto sempre i giorni sbagliati (metereologicamente parlando)  comunque, visto il freddo e le mie scaglie a pelle d'oca, decidiamo di affrontare l'immenso parco per paura che con il calar del sole io diventi un blocchetto di salmone surgelato. Tira vento ma l'obiettivo è raggiungere la Cruz Alta alias il punto più alto del Parco ben 526 mt sul livello del mare. Peregriniamo per il parco incontrando sempre delle sorprese, la Estatua do Guerreiro, la Capela menor, il trono da Rainha tanto per citarne qualcuna. Raggiungiamo l'obiettivo ed è meraviglioso essere lì. Un altro panorama mozzafiato, un altro momento di condivisione, un altro tassello del viaggio. Non sento più freddo, sarà l'affanno e il sangue che circola velocissimo per la ripida salita. Il vento sibila veloce ma lo spettacolo è mozzafiato.

Ritorniamo verso il palazzo e lunghe area d'ombra proiettata dagli alberi secolari mi fanno godere delle piccole chiazze di sole facendomi alzare braccia e palmi delle mani aperte verso il disco solare e facendomi esclamare "Fotovoltaica, fotovoltaica", assorbo un pò di calore e via verso una singolare  dimora nobile in cui si susseguono arcate, minareti, torri, un ponte levatoio come ingresso che ti conduce al cortile del Castello dove vieni schiacciato dall'Arco di Tritone costruito con un tripudio di conchiglie, coralli e piante di vite.  
Gli interni sono opulenti, mobili intarsiati indiani, lampadari di Murano, stanze decorate ad affreschi o con le immancabili mattonelle. Mentre lasciamo alle spalle la residenza del principe Fernand speriamo che la congestione dei carri metallici si sia risolta, in fondo sono passate tre ore ed invece sebbene sembri che le macchine circolino la nostra attesa in fila diventa sempre più lunga come la mia pelle accapponata. Nelle more dell'attesa  scopriamo la teoria del battito di farfalla a Ovest che provoca maremoti ad Est. Alcuni 'incauti' quanto stupidissimi italiani hanno creato un paradosso anche nella coda invertendone il senso e creando ingorghi pedonali. Non bastavano quelli automobilistici. Cmq finalmente riusciamo a tornare a valle e purtroppo non riusciamo a vedere gli altri posti che Sintra nasconde. ma anche questa scelta del caso risulterà palindroma, il penultimo giorno tornerò a Sintra come una sorta di cerchio che si deve chiudere e ci tornerò di domenica. Imperscrutabilità del destino.
Come in uno schema accettato ma mai pianificato ci spostiamo la sera per raggiungere la nostra nuova tappa portoghese. Evora, altro destino, altra sorpresa.

 

Lisbona o Lisboa

Dopo un bel risveglio ed una distrazione piacevole, l' 8 mattina con guida e mappa della città ci avviamo alla fermata del bus e guardiamo incuriositi il cartello dei bus e con la faccia a punto interrogativo chiediamo ai portoghesi che autobus dobbiamo prendere per raggiungere il quartiere di Belèm. Sfodero il mio spagnolo ma mi rispondono con facce a punto interrogativo indicandomi due o tre numeri di autobus diversi. Una signora portoghese, anziana e con pochi denti in bocca comincia a parlare, non siamo ancora abituati alla parlata strascicata, alle s scivolate e arrotondate con la c che formano un suono simile allo shhhh che imponi ad un bambino rumoroso. chiediamo belèm? la signora ci guarda, mostriamo la guida con la Torre e la scritta Belèm e il viso della donna si illumina. 'Ahhhh - Bbe(pronunzia cortissima)leim!!!', un sorriso illumina il volto del mio amico salmone e anche il mio, si ferma un bus, la signora va in delegazione solitaria a chiedere all'autista e torna con un numero. Ovviamente non è quello giusto. Prendiamo un altro bus e finalmente ci avviamo.
Civiltà: l'autista fa anche da bigliettaio se non hai il biglietto paghi alla cassa e poi ti siedi in bus climatizzati (anche troppo devo dire), puliti, silenziosi e con il cestino per i rifiuti accanto alla porta di uscita. IL CESTINO!   fantastico.
Il bus ci porta attraverso Lisbona e ce la fa godere, sbirciamo fuori vedendo gli scorci di questa bianca e azelujata città. Ecco la nostra fermata, ci si apre allo sguardo l'imponente e impressionante Mosteiro dos Jeronimos (Musteir du Sgeironimoshhhh). La luce accecante del sole rimbalza violentemente sulle pietre bianche del Monastero che ci svela il primo di una lunga serie di monumenti di stile manuelino. Ci sono già nugoli di turisti accrocchiati in tondo ad una guida che spiega o fermi come lucertole sotto il sole. Ci avviamo all'entrata e ci abituiamo alla penombra della cappella che raccoglie due monumenti funerari uno dei quali è a Vasco da Gama, il grande navigatore portoghese. Il monastero racchiude davvero tesori impressionanti come il chiostro mozzafiato bianco che si staglia su un cielo azzurro intenso. Dopo avere fatto il pieno dei primi souvenir dell'anima e avere impressionato le nostre pellicole digitali riemergiamo nella luce accecante e ci dirigiamo verso il Tejo e dopo avere imboccato un sottopasso pedonale, i cui ospiti venditori di qualcosa cambieranno con l'orario, andiamo verso il Pedrao dos Descubrimientos (mientoshhhh) opera di un italiano a forma di prua di nave popolata da personaggi storici, l'interno è sinceramente deludente ma la scultura esterna è severa e possente. A pochissima distanza c'è la Torre di Belèm ... ops Bbeleim che è una scatola cinese di torre e torrette, passaggi strette, scale, prigioni e sederi delle persone che hai di fronte nelle salite e discese mentre ti appiattisci sul muro per fare passare altri che come te si addentrano fra feritoie, torrette in cerca di foto con smaglianti sorrisi e capelli spettinati dal vento. E' tempo di rifocillarci alla mitica Pasteis de Bbeleim Rua De Belém 88, la cui specialità è un cestino di pasta sfoglia/frolla riempito di crema pasticcera. La Pasticceria è storica, un uomo del millesettecento fissato sugli azulejos ti adocchia all'ingresso  e sembra sorriderti sornione, il locale sembra piccolo, in realtà è pieno di sale che via via diventano sempre più grandi e che accolgono folle di persone che si apprestano a leccarsi i baffi. Sul tavolo ci sono due oggettini che ti permettono di cospargere la pastella con cannella e zucchero a velo. Squisita e deliziosa. 
Ma non si  può indugiare e così gambe in spalla e coda spennellante, scaglie lucenti al sole andiamo dall'altra parte di Lisboa nella zona che ha accolto l'Expo. qui si apre una Lisbona commerciale e brulicante di persone. Ci avviamo al Parque de Nacoes ed in particolare all'Oceanàrio di Lisboa. Percorso il ponte le narici vengono colpite da un aria di acqua stagnante, ci viene chiesto di spegnere il cellulare ed entriamo in un ambiente scuro e di fronte a noi si apre una colonna immensa di acqua blù turchese in cui circolano vari tipi di pesce, squali tigre, barracuda, pesci enormi, bruttini ma impressionanti. Lo spettacolo di animali che non vorresti mai incontrare mentre nuoti è straordinario, ti accorgi di quanto sia straordinariamente ricca la natura ma a me questi zoo acquatici e gli zoo in generale mettono tristezza, gli animali fanno gli stessi giri, alcuni si lasciano nuotare come un grande squalo che non muove neanche la pinna caudale. Due pinguini si fanno le coccole su una roccia finta, sono teneri ma non sarebbero più belli se si amassero in libertà e non costretti da un ambiente che li condiziona? non so per me l'amore è libertà...divago e non dovrei. 
La sera cade su Lisbona e anche il sole va via e comincio a sentire freddo, il vento dell'Atlantico ti sferza ed io ho un vestitino nero di lino che non aiuta molto. 
Gli stomaci gorgogliano abbastanza e decidiamo di andare verso il quartiere della Baixa (Baiscia), pieno di ristoranti e turisti, i camerieri sono fuori dal locale che ti mostrano il menù e ti invitano ad entrare. per fortuna noi salmoni non amiamo la confusione e continuiamo a gironzolare finche stanchi cediamo ad un micro mini ristorante, tavoli in formica anni 50 coperti da tovaglia di carte, solo qualche avventore portoghese al banco. Ci ispira e ci sediamo al Restaurante O marques sebastian in travessa do Forno 11 e ci lanciamo in un altra cena a base di bacalhao fritto preceduto dalle immancabili entradas. ceniamo offrendoci e rubandoci le pietanze e paghiamo un' inezia nuotando saturi verso l'albergo.
Il giorno dopo saliamo su fino al Castelo de Sao Jorge e cominciamo a scendere a valle per il quartiere dell'Alfama. Credo uno dei più caratteristici quartieri di Lisbona. Piccole viuzze che si aprono su piazzette che nascondono chiese bellissime, scorci di case ravvicinate le une alle altre, fontane pubbliche avvolte da nicchie stracolme di azulejos. Al castello abbiamo visto Lisbona attraverso la camera oscura, un ingegnoso meccanismo di specchi panoramici che riflette l'immagine di Lisbona dentro una coppa concava e scopriamo i tetti di Lisbona e monumenti che ancora dobbiamo vedere. Fra questi Il Pantheon con l'immancabile Miradouro, Sao Vicente Da Fora, Santa Luzia, la cattedrale che si chiama Sè e tanto altro accompagnati dal mitico e giallo tram 28.
E' caldo e nel percorrere questo straordinario quartiere ci fermiamo sotto un pergolato di foglie di viti americane, corredato di tavoli, tavolini e di un allegra combriccola di ristoratori che si affaccendano a pelare patate, pulire i peperoni arrostiti, servire ai tavoli al ritmo dell'immancabile fado. Siamo al Pateo 13 in Calcadinha de Sto. Estevao, specialità Sò grelhados. i nostro occhi brillano, e i riflessi della luce del sole si divertono ad inseguire i festoni colorati che arredano i piccoli spazi di fronte alle case. Chiedo dell'acqua gasata e come al solito mi portano una micragnosa bottiglia da 25ml. 
In Portogallo l'acqua gasata è considerata più come seltz che non come categoria acqua minerale ma per una che beve solo due bicchieri di acqua al giorno può andare più che bene. Sbranate le vivande ci inoltriamo nel percorso e arriviamo alla Praca do Commercio per prendere un bus che non vuole passare. Destinazione Museu do Azulejos. Il Museo è ben organizzato, il percorso è perfetto e studiato con cura e una che ha fatto Museografia e Museologia lo dice con cognizione di causa. Ci sono anche parentesi divertenti per fare delle foto bizzarre. Gli occhi si riempiono di maestria e forse il tempo ci è tiranno, perchè abbiamo poco meno di un'ora per godere di quell'arte esposta. 
Anche il secondo giorno volge al termine, ci avviamo al Barrio Alto che ancora non abbiamo visto e che ci dicono essere il centro della movida lisbonese serale. Così è ma nonostante questo i ristoranti chiudono sempre alle 22. Arriviamo per un soffio, ci sediamo praticamente in mezzo alla strada e mentre aspettiamo le nostre cosine si avvicinano due suonatori improvvisati, uno il percussionista e l'altro è un one man show, un menestrello che canta senza parole, saltimbanca su una gamba e poi l'altra, passa da una lingua e l'altra e fornendoci pillole di saggezza tipo: il mondo (o l'Italia) non ricordo più è stato rovinato dalla religione e da qualche altra cosa. Dopo avere riscosso le prebende si allontana con i suoi denti bianchissimi stagliati sulla pella color cioccolato e con la sua magrezza stretta intorno ad una cintura. 
Giriamo per le strade affollate e allegre e per tornare a casa decidiamo di prendere la metropolitana e lì dietro le scale c'è il nostro menestrello saltimbanco che ripete un copione già sentito.
Domani si parte, risaliamo il Portogallo. 
Ciao Lisbona, ti rivedrò alla fine del mio viaggio concludendo lì dove avevo iniziato.  

martedì 19 agosto 2008

Insolita descrizione del mio viaggio in portogallo fra salmoni e baccalà. Piccolo affresco di Lisbona

Sono partita il 7 agosto da Roma con la TAP alla volta di Lisbona (partire da Milano è un disastro) dopo un improvviso e triste ritorno a casa. 
Sono partita con una valigia rossa piena delle mie cose, uno zaino capiente pieno di speranza e degli stivali di piombo per rimanere ancorata a quel polo magnetico targato Inferno e razionalità datato 1° marzo 2008. Sono partita con i capelli tagliati, i riccioli elastici, un lago nel cuore, il freddo nelle vene, un tarlo nel cervello, un chiodo ficcato nel cuore ed un cinguettio nelle orecchie. 
Sono partita accompagnata da regina Solitudine, da madamigella Speranza, da comare Gioia e dalla vedova Paura. In volo ho incontrato una coppia di avvocati romani che trascorrono l'estate in Portogallo da più di 15 anni, lei è di Roma, lui è di Enna. Carpisco un pò di informazioni, le annoto sulla mia guida (oggetto che merita un capitolo a parte), chiedo dove potere mangiare la sera, al ritiro bagagli mi faccio spiegare bene dove devo andare, parliamo della Sicilia, di Roma e poi loro svaniscono dentro la loro vita e io ritorno nella mia aspettando al nastro bagagli chi mi accompagnerà in questo viaggio. Riconosco l'incedere e vado a salutare. 
Facciamo la Lisboa card (conveniente e praticissima), bus per l'albergo e deposito bagagli in stanza. doccia, chiacchiere, ritrovarsi, ridere, gustare l'inizio di un micro viaggio dentro uno lungo una vita. 
Lisbona è ventosa e fredda, fredda rispetto ad una Roma soffocante ed afosa che ho rivisto frettolosamente la mattina per ingannare il tempo dell'attesa, attraversando fiumi di turisti come un salmone in controcorrente. Perchè è così che mi sento dall'inizio del 2008, un salmone in controcorrente che si dimena e si batte per combattere la forza impetuosa e contraria della portata d'acqua della mia vita che si abbatte contro di me giorno per giorno.
Ho la branchie sempre più dilatate e la forza dei colpi di coda va sempre più diminuendo ma sono ancora qui che mi dimeno e combatto perchè se mi arrendo, affogo e se affogo il liquido nero della disperazione allagherà polmoni e mente e non posso più permetterlo. Una parte di liquido già ristagna negli alvei polmonari e nelle anse cerebrali e dunque allargo spasmodicamente le branchie e dò colpi di coda più vigorosi che posso. 
A Lisbona c'è un vento freddo che ti fa arricciare le scaglie ma sembra che ci sia meno corrente da combattere, sembra che si possa nuotare con meno sforzo, più lentamente, con più tranquillità, con più ritmo vitale. Scalinate a parte.
Già perchè il Portogallo è pieno di scale ed ha molti percorsi in salita ma l'aria è profumata, la capitale è pulita, abbastanza silenziosa, il traffico è ordinato. Con il micro branco di salmoni cerchiamo la Cerveceria de Trinidade in Rua De Trinidade. Se non sei abituato al Portogallo, alle immense distese di azulejos che inondano l'intera Regione, rimani sopraffatto dalla bellezza del luogo che accoglie avventori chiassosi e felici, rimani entusiasta dalla maestria dei maestri ceramicai e rimani avvolto e avviluppato dalle distese di colori alle pareti. 
Per tutte le trinche di Nettuno - esclamo - fratello baccalà o bacalhao lo servono in tutte le salse e modi: fritto, in umido, con la sopa alla piastra, grigliato, a polpette, stufato, impanato, al rosso, in bianco, in brodo, con aglio, con prezzemolo e sempre sempre con tutte le spine che inevitabilmente, anche se cerchi di dribblare, ti ritrovi a masticare infastidito. Il baccalà è il loro maiale di mare. 
Alla faccia del cannibalismo cedo al baccalà, anticipato dagli antipasti (entradas) che con nonchalanche ti vengono lasciati sul tavolo (poi scopri a pagamento) e dalla sopa. Ritrovo il gusto del cibo che mi manca da un pò, il piacere di un boccale di birra, chi ho di fronte mi piace così come l'oceano di azulejos che mi circondano. Si, adesso, qui, a Lisbona, da questo momento le acque sono calme, respiro odore conosciuto, vedo colori di Lago familiari e posso rifocillarmi.
Lisbona di notte, Lisbona di giorno, Rossio, la Baixa, la Torre di Belèm, (per le pronunce altro capitolo) il museo degli azulejos (da togliere il fiato), la Ribeira, le chiese barocche, lo splendore dell'oro, la tragicità del sentimento cristiano, la potenza del messaggio religioso, gli angoli votivi ad ogni ansa stradale, la semplicità della gente, l'accoglienza dei sorrisi, i panni stesi al vento, le piccole taverne da due soldi dove si mangia bene, abbondantemente e a poco prezzo, fanno di Lisbona una città moderna ma a misura d'uomo, da vedere e da non perdere. 
Basta girare armati di macchina fotografica, di guida, di mappa, di voglia di conoscere e di sapere che ad ogni passo che fai stai viaggiando. E un viaggio non è solo la partenza ma il percorso che fai, gli occhi che si riempiono di scorci, i supermercati del luogo (pingo doce e Continente) dove scopri i buoni succhi di frutta rinfrescanti e da condividere, i profumi portati dal vento dell'oceano, i colori del Tago (Tejo) e le mille emozioni che i viaggiatori, i tuoi compagni ti trasmettono. Viaggiare è scoprire, viaggiare è soffrire, viaggiare è stancarsi e non stancarsi mai di conoscere, viaggiare è così, semplicemente viaggiare in balia di luoghi sconosciuti che diventano tuoi al momento della scoperta e tuoi per sempre, incisi nella memoria, viaggiare è creare i luoghi della tua memoria dove arredi le stanze con gli oggetti a cui imprimi il tuo significato, in cui appendi le foto, le cartoline, in cui imprigioni gli odori della pelle e dove ti rifugi quando il viaggio sembra essere finito.
Viaggiare è una wunderkammer privata e personale con oggetti vivi e persone che respirano ritmicamente nel tuo orecchio per una ragione presente e che nel futuro ne assumerà un'altra con sfaccettature di mille colori.
Come lisbona domani nel mio racconto perchè l'attimo di presente vissuto si trasforma nei colori di un racconto che è una fetta di passatto.
Notte, il salmone prova ad adagiarsi sul fondo per un paio d'ore.


domenica 3 agosto 2008

I viaggi

Eccomi di nuovo qui, nella città natale, tornata forzatamente con un viaggio allucinante. Giro stordita per casa, è la mia casa d'infanzia, mi appartiene, gli appartengo ma sono straniata. Sarà anche la stanchezza e lo stravolgimento di queste giornate.
Per non stare sola ho chiamato gli amici di sempre, quelli che se sussurri il loro nome arrivano magicamente e sempre. ho ritrovato i sapori, gli odori e i colori. E' straordinario quanto palato, olfatto e vista, abbiano una memoria che si riattiva al minimo input. Il cielo è blù, le mandorle scroccano sotto i denti, il pesce mi riempe le narici. Ascolto e parlo nel mio dialetto e la serata scivola su barche di risate in un mare di allegria.
E oggi, oggi rivedo gli occhi di mio nipote, il sorriso di mio fratello, la testa canuta di mio padre, le guance di mia madre e il mare. IL MARE.
Il mare manca, il mare è un mondo aperto, inifinito, uno stato fisico e mentale, lo guardo per ore e ne sono affascinata, i barluccichii sulla sua superficie, la schiuma prodotta dai piedi dei bambini, lo sciabordio delle onde, le barche alla fonda, le alghe galleggianti. Se sei nato vicino al mare, il mare lo porti dentro, ti è dentro, respiri lo iodio, ti si posa sulla pelle con la sua patina salmastra, il colore ti rimane dentro, il sapore ti inebria il cervello.
Il mare che posso vedere ora è un balsamo, un sollievo, un istinto di sopravvivenza, il mare ti incanta, ti conquista, ti inquieta, ti rilassa.
Il mare, lassù dove sono, è diventato una cosa blù da cercare quando sei in astinenza, si perchè il mare è una droga, il mare si deve inalare, ti fa gioire e ti appaga.
Il mare blù, di acqua e sale, il mare dove si gioca con gli amici, dove si cerca intimità, il mare che solca l'anima e la sopprafà.
Di molte cose sto rendendomi conto in questo periodo ed una di questa è che il mare mi manca, il mare è dentro di me, il mare è uno dei posti dove mi sento a casa.

venerdì 1 agosto 2008

Il giorno

Oggi è il giorno in cui festeggio. Oggi è il giorno in cui ringrazio.
Ho avuto la fortuna di incontrare lo scultore pittore all'inizio della mia vita. Gli devo molto, moltissimo e lui non sa neanche quanto. 
Mi ha ritratta, scolpita e ammirata, mi ha fatto appassionare alla sua vita d'artista. Mi ha regalato la materia prima, colori, malte, marmo e con esse mi ha dato gli strumenti per usarle, spatole, pennelli, scalpelli. E non mi ha consegnato tutto facendo spallucce ma mi ha sapientemente insegnato come miscelare la polvere dei colori, come usare il collante, come sbozzare la pietra, come incidere a bulino e come lucidare il marmo. Mi ha consegnato il mestiere, la sabiduria. Si è consegnato con estrema generosità.
Egli non sa, non capisce appieno che regali mi abbia fatto, tento di spiegarglielo de vez en cuando ma si schernisce e dice  che non è vero. 
Non importa quel che dice quando dice questo. 
Questa pagina è per lui, per dire gracias di avere disegnato con me le sinopie di questo affresco, grazie per avere steso gli strati e grazie per avermi insegnato a dosare i colori e stenderli.
Ti sono riconoscente per quello che mi hai dato e se anche qualche volta il marmo si è incrinato per un colpo mal gestito, abbiamo valorizzato quella crepa per dare maggiore compattezza e forza alla scultura.
Grazie di cuore, il cuore non luogo di sentimenti ma il luogo dove si creano i significati.