martedì 29 luglio 2008

Erpetos

Non ne voglio fare una questione storica, iconografica e culturale ma se pensi ad un essere viscido e pericoloso, immediatamente si materializza nel cervello un animale: il serpente. Striscia silenzioso fra l'erba, si mimetizza, tira fuori la lingua bifida, e sta all'ombra. E' un animale a sangue freddo gli dà fastidio anche il tepore del sole. Aspetta, silenzioso, solo e con gli occhi scruta, esamina e osserva. Attende la preda, poco importa che quella preda lui la conosca, abbia condiviso situazioni per un certo periodo. Quando la sua preda è vulnerabile e gli passa davanti nel momento meno opportuno fa un balzo, la ghermisce, la inghiotte e la tritura dentro di sè.
Si nutre del suo spirito, della sua carne e delle sue ossa. Così è successo da poco, pochissimo a me.
Sono stata aspettata, ghermita, inghiottita e triturata. E appena finito di inghiottirmi il Serpente è scivolato via verso il covo di altri serpenti momentaneamente più importanti di lui e si è acciambellato fra di loro. Sta lì, per ora è sazio, gli occhi semichiusi, muta pelle e lascia la vecchia sulle stoppe ingiallite della parola onestà e lealtà, presto tornerà a ghermire nuove prede, con il suo sorriso stupido stampato in faccia, tirerà fuori i suoi denti pieni di veleno e fra un buongiorno e buonasera, prego, faccia pure e fra un battersi il petto e l'altro, tornerà ad uccidere saziandosi della sua preda, tronfio e pieno di sè. 
Se la storia iconografica non è una fandonia un essere più potente di lui gli schiaccerà la testa, sopprimerà le sue lusinghe e lo farà tornare polvere e lo farà mentre starà mutando la sua pelle e quella morta e quella che si sta formando gli rimarrà attaccata al corpo sinuoso e pieno di scaglie e i suoi stessi denti si conficcheranno nelle sue carni e morirà del suo stesso veleno nel pieno di una luce solare di mezzogiorno, facendogli ribollire il suo sangue freddo.
Con buona pace degli erpetologici.

lunedì 28 luglio 2008

Imbarcazioni


Si incontrano così per caso i Luciferi. Nel senso di portatori di luce e non nell'accezione più tristemente conosciuta. Anche se forse qualcosa di diabolico in alcuni incontri, in alcuni messaggi c'è.
Il mio portatore di luce è una donna di 40/45 anni, avvolta in un tailleur sartoriale straordinariamente elegante. E' curata, attenta nei movimenti e le sue gambe sorreggono delle riviste. Il bus frena repentinamente, le riviste cadono, la aiuto a raccoglierle. Lei mi ringrazia con un sorriso perfetto, caldo, avvolgente. Comincia a parlare con me. La voce è piena, profonda e ha un modo di parlare accattivante. Si occupa di barche, le vende a persone  ricche e stravaganti. Ha una cultura marinara non indifferente e quello che spicca è la sua passione per il mare e per i gusci più o meno lussuosi che lo solcano. Sono affascinata e rapita da ciò che mi dice, chiedo, ribatto, parlo. 
Lei china la testa un pò di lato e mi dice: Tu sei un come un caicco, nato per la pesca, solido, bello con le sue vele triangolari, silenzioso e rispettoso del mare. Sai i caicchi ora li usano per turismo. E anche tu fai del turismo e non più la pesca.' Mi si dipinge una espressione perplessa sul viso e lei sorride. 'Imparo a conoscere le persone da poche battute e gesti e li paragono alle imbarcazioni che conosco. Tu per me sei un caicco e dovresti usare la tua barca per la pesca non per un' altra funzione, che bella per quanto possa essere, non è la motivazione per la quale è stata creata' 
'Si - dico io - ma tutto si adatta ai tempi e io mi devo adattare' replico sorridendo 
'Adattati ma non snaturarti, il gioco non vale la candela' 
'E' un'esperienza diretta' chiedo incuriosita - 'Purtroppo si, dopo molte leghe ho capito che non ero un pattino ma una bialbero e ora che ho preso consapevolezza di me salpo, navigo, solco i mari e affronto con più sapienza le tempeste'. 
Piego la testa in basso e mi tormento le unghia della mano destra. 
'Sbarca e guardati dalla banchina, capirai molto della struttura, dello scafo e delle dimensioni, risali controlla le vele e appena tira vento dispiegale e vai'
Si alza e mi sorride di nuovo, non ho più parole. Forse si legge sul mio viso la stanchezza di questi tempi duri che attraverso e l'unico mare che vedo davanti a me è fangoso, pieno di deiezioni e mi sento immobile, persa in un liquido scuro che non è il mare. 
Mi giro di nuovo, lei mi fa un cenno di saluto e sparisce in mezzo alla folla.
Devo sbarcare e vedere, controllare le assi e ripararle, devo, devo, devo capire se sono un caicco o un guscio di noce.

venerdì 25 luglio 2008

Nothing sweet about me

Sarà la stanzialità, sarà l'inedia, sarà l'immobilità, sarà il cervello che macina e tritura pensieri polverizzandoli, impedendomi di continuare ad inghiottire i rospi che ho in gola but today nothing sweet about me.
Ho archiviato la lettura precedente e mi sono conficcata sui chiodi aguzzi di un altro libro che si presenta come un tomo di enciclopedia. Sono 837 pagine di carta riciclata, impaginate in modo inusuale con un carattere tipo Palatino Linotipe e/o Antiqua Bold, fra un periodo e l'altro c'è una doppia se non tripla spaziatura, le frasi sembrano galleggiare e ti lasciano in suspance estetico visiva. Credo sia anche questa una scelta sensata o dell'editore o della scrittrice o frutto di una mia eccessiva condotta riflessiva. 
La portata principale è incentrata su due classici intramontabili: amore e gelosia conditi da invasion, obsession, displacement, possession, art and drugs. E questo solo dalle prime pagine, il ristorante dove viene servita la storia è di ambientazione baroque gothic twist to realism e il carico di colesterolo è dato dal fatto che è in inglese. Titolo Darkmans di Nicola Barker che a dispetto del nome è una bella ragazza del regno di Her Majesty Queen Elizabeth. 
Come diavolo è finito fra le mie mani? sempre per colpa/merito di quel geniale e magico sistema del bookcrossing. Per chi non ne fosse a conoscenza, il Bookcrossing è un modo intelligente per mettere in circolazione libri a costo zero (tranne la spesa iniziale del primo acquirente). Ci si  iscrive sul sito e si iscrivono anche i libri che si leggono e che si vogliono condividere. Viene generato un codice a barre che si trascrive sul libro e sul quale si registrano tutti i passaggi di proprietà world wide (sempre attraverso il sito, basta inserire il codice nell'apposita finestrella) e si possono leggere i commenti o i suggerimenti degli ex proprietari. Risultato i libri fanno il giro del mondo. Per chi frequenta Milano in alcune stazioni metro ci sono degli scaffali, spesso desolantemente vuoti o con una lattina vuota di qualche bevanda e/o con libri lasciati dai testimoni di Geova, che servirebbero invece all'uopo anche se il sistema del BC prevede il momentaneo abbandono su panchine, treni, aerei, pub, ristoranti o dove si voglia.
Insomma sono libri che teoricamente seguono il principio dell'affido familiare e in certi casi dell'adozione. Le comunità di Bookcrosser sono enormi specie in USA e Sud America, Francesi e Spagnoli non se la cavano male. Noi italiani stentiamo ma ho fiducia nella divulgazione del verbo.
Non è la prima volta che incappo nel sistema del BC  e tutte le volte i libri sono arrivati in momenti particolari e che o per lo stile o per il contenuto mi davano qualche spunto, delle risposte o ripercorrevano situazioni che stavo vivendo facendomele vedere sotto altra luce. Insomma sto cominciando ad associare il BC ad una mia personale Serendipity e in questi lunghi mesi del 2008  in cui mi sono capitate cose terribili e meravigliose, assurde e straordinarie, dolorose e necessarie, gratuite e volute, ho rafforzato in me l'idea che niente succede per niente. Un piccolo esempio è che in questo libro uno dei protagonisti ha il nome (inusuale e raro) di una persona che è molto presente nella mia vita. 
Un altro piccolo esempio è che una delle protagonista vive sul filo teso della vita, in bilico come me, in cerca di risposte (che già conosce e che lentamente comincia ad accettare) e con la sua vita riversa su uno specchio. E io nell'immagine allo specchio vedo e non vedo, vedo ciò che non vorrei e non vedo ciò che potrei. 
Anche il titolo è opportuno, la prima di copertina raffigura una statua di sorella morte con drappo plissettato in contrasto con la terza di copertina in cui dal fondo nero spicca il volto dell'autrice sorridente, interpreto anche questo come uno status attuale di me. Per ora mi vedo molto sulla prima di copertina ma arrivando alla fine emergerò dal fondo nero sorridente. E nella quarta di copertina gli altri scriveranno un abstract delle loro recensioni su di me. 
Ma ancora sono all'inizio. I made my own history, I'll try to write a new one but today nothing sweet about me.

Darkmans, Nicola Barker, Fourth Estate, London 2007
http://it.wikipedia.org/wiki/Serendipità

Immagini per chiarire


Quadrato magico di Pompei






Melancolia I - A. Durer 1514 - incisione a bulino

particolare del quadrato magico
simmetrico in Melancolia I








mercoledì 23 luglio 2008

Melancolia di Saturno e Quadrati di Giove

Sto leggendo un libro, un saggio per amore di cronaca, che ha come oggetto  'Il quadrato magico' (rif. bibl. alla fine come scrivendo delle mie ricerche facevo...ah beato passato!). Il saggio è tutto incentrato sulla scoperta e sul significato di un quadrato magico integro trovato sulla colonna della Grande Palestra di Pompei. Il quadrato magico non era un segno insolito anzi è qualcosa che ha attraversato trasversalmente secoli e culture differenti (come è successo per molto altro, vedi Diluvio Universale, Angeli o altre icone culturali e religiose), se ne trovano centinaia dalle sponde dell'Eufrate alle rovine romane di Budapest, su papiri egiziani copti, culto mitraico, greco, alchemico, usato per deliziare le menti acute come gioco enigmistico per nulla facile da risolvere (lo dico io che l'enigmistica è un ottimo companatico), come simbolo di sette e di satanisti e mutuato anche dalla cultura cristiana dei primordi per veicolare messaggi di fede. E' un gioco di palindromie, incastri, segni, anagrammi, numeri sotto forma di parole. Il 'sator' (dal nome della prima riga scritta) di Paestum è un messaggio fortemente cristiano intrecciato con i significati della Qabbalah (nella scrittura ebraica c'è la chiave della creazione, secondo tradizione). 
Leggo tutti i possibili significati, mi addentro in un mondo appena sfiorato nei miei studi universitari, si apre lentamente un cassettino della memoria. Gli occhi continuano a scorrere, il cervello ad elaborare ed intanto mi tuffo dentro il cassettino, il fondale della scena è un pò nero cerco una luce che che mi faccia orientare. La mia fronte è  accigliata e le rughette schiacciate in atteggiamenti di spremitura mnemonica, mi sento un pò come Diogene nella botte ma non ho ancora la lanterna. Quadrato magico, Quadrato magico, dove, come, quando? 
Gli occhi della memoria si adattano al buio e nel buio comincio a percepire una luce, il corridoio è lungo ma intravedo una figura all'orizzone, le rughe della fronte sono sempre più scavate (dovrò mettere una buona antirughe alla fine del viaggio e per l'età e perchè ho sempre avuto le rughe d'espressione di cui vado, però, tremendamente fiera) ma ecco che arriva un uomo, è un mezzo busto a dire la verità, capelli lunghi e riccioluti, barba morbida e boccolosa ma ben allineata al mento, la mano destra regge i lembi di una pesante cappa marrone e i suoi occhi mi fissano. Oh santo cielo, mi dò una manata sulla fronte. ALBRECHT, ma certo è Albrecht. Stupidissima donna! 
Dietro di lui, come sospinto da un vento un'immagine in bianco e nero e non perchè ho la memoria nostalgica dei film anni '30 ma perchè quello che mi arriva è in bianco e nero: la sua notissima incisione 'Melancolia I'. Un capolavoro ed un altro mistero su cui hanno scritto fiumi e fiumi di libri. E' scattata in me l'ansia da ripasso dello studente universitario pre esame. Medioevo, Umanesimo e Rinascimento sono periodi meravigliosi, pieni di condensato di arti del trivium e del quadrivium, genialità, sorpresa, unione di scienza e sapienza e alchimia. Nel senso dell'effetto magico che provocano nello studioso e nel senso letterario della parola. (Esempi fulgidi di produzione alchemica innestata con chimica, logica, magia e matematica sono in quel capolavoro che è palazzo Schifanoia a Ferrara...ma questa è un'altra storia). Albrecht è un tipo silenzioso, non  ha mai spiegato la sua opera, non credo lo farà con me. La afferro di nuovo in mano come avevo fatto tanti anni fa all'università.  Strumenti scientifici e di carpenteria sparpagliati al suolo, fanno da contorno alla figura accigliata e meditabonda della Melanconia, la cinge una cintura dalle quale pendono borsa e chiavi simbolo di Saturno. Una clessidra, che segna il tempo, scorre ma paradossalmente il tempo è bloccato nell'incisione, una bilancia con piatti vuoti, una scala sono appoggiate alle pareti, il levriero è accucciato a terra stremato dalla fame che ha rosicchiato tutta la carne e lasciato solo le ossa, il rubicondo putto alato aspetta qualcosa, annoiato. Una sfera ed un tetraedro tronco, indicano (forse) la base matematica dell'arte del costruire. Sullo sfondo la luce lunare emette bagliori. Alle spalle della disordinata donna c'è il quadrato magico. Perchè è lì? (Alzo lo sguardo verso Albrecht ma lui è lì fermo nella sua posa, non mi aiuta, mi appiglio alle mie reminiscenza). E' un quadrato magico simmetrico collegato alla figura di Giove che nel Rinascimento si pensava contrastasse la malinconia, collegata alla figura di Saturno. 
Sono distratta un attimo da un'altra figura che si affaccia dal fondo, è vestito di velluto, i tratti sanno di paese nordico, ha un teschio in mano. Avanza fino ad entrare nel cerchio riflesso sul suolo della mia lanternina appena accesa. No? Anche lui? ma quante cose ho scordato? Saluto Amleto che mi fa un leggero inchino e si avvicina a Durer, faccio le presentazioni ma credo che oggi non siano in vena di convenevoli. Ritorno sull'incisione, nel quadrato c'è nascosta la data dell'incisione, gli occhi scivolano sul viso della donna. E' indecisa, capace di prendere una decisione, non sa cosa fare e pensa e rimugina (sembro io in questi giorni). E' la bile nera (Melas+kholè) che agisce su di lei, come piombo e macigno su tutti i grandi pensatori. Il temperamento malinconico era ritenuto una caratteristica del genio creativo; era la malattia degli studiosi, il dubbio, l'indecisione del fare, l'essere o non essere. 
Devo averlo detto a voce alta perchè una terza figura sopravviene dal fondo rompendo il silenzio del cassetto. 'Tutto dipende dai vari gradi  di 'caldità' 'frigidità 'secchezza' e 'umidità' ' - stringo gli occhi a fessura, ancora non lo riconosco ma la teoria non mi è nuova - uno di questi predomina sempre sull'altro e dà luogo ai temperamenti sanguigni, collerici, melanconici e flemmatici'. la donna qui è decisamente melanconica! ' 'Ah si, giusto - ribatto - la mescolanza di corrispondenze umorali e terrestri, corporee e celesti'. L'uomo con la barbetta da saggio e l'occhio illanguidito dallo studio sorride sornione. Si volta verso le altre due figure e mi guarda. 'Dottor Galeno le presento il principe Amleto e l'artista Albrecht Durer'. Si scambiano un piccolo cenno di saluto. Li lascio lì. Ho recuperato dalla mia memoria quello che volevo e faccio cenno a tornare sui miei passi e ripiombare dentro me seduta e leggente sul divano quando si avicina un dizionario con la copertina verde che comincia a sfogliarsi. Si apre sulla pagina 1135 definizione di Malinconia, leggo a voce alta: ...disposizione....dell'animo di vaga tristezza, sconsolato... abbandono a volte compiaciuto' , si sfogliano le pagine fino alla 1175, Melanconia: ...preferita nel linguaggio psichiatrico è uno stato fisico caratterizzato da un'alterazione patologica del tono d'umore, nel senso di un'immotivata tristezza talvolta accompagnata da ansia'. il dizionario si chiude. Galeno Durer e Amleto scuotono la testa. Cos'è la psichiatria sembrano dire con i visi, 'la melanconia non è una malattia ma una predisposizione dell'essere pensante.' sussurra Albrecht. 
Sorrido, i miei tre 'pusher' della memoria sono compiuti nel tempo che hanno vissuto. Stavolta vado via davvero non posso addentrarmi in discettazioni su come il concetto di melanconia sia diventato accidia nella tradizione cristiana o di come Jung lo abbia trasformato dal punto di vista psichiatrico. Li saluto giusto un attimo prima che l'olio della lanterna si consumi. Volo via dal mio cassettino e chiudo il libro che sto leggendo. 

R. Camilleri Il Quadrato magico Bur Saggi 2004
R. Klibanski, E. Panofski e F. Saxl, Saturno e la melanconia, Torino, Einaudi, 1983.
Il Dizionario della lingua Italiana a cura di G. Devoto e G.C. Oli, Firenze, Le Monnier 1995

domenica 20 luglio 2008

il libro vuoto

Un libro vuoto non è mai vuoto, le pagine bianche sono le nostre. 
Da riempire con l'inchiostro della vita bagnato nel calamaio dell'esperienza. 
Quante pagine bianche ha il mio libro? Quante pagine riempio nello scorrere lento del tempo, infuocati paesaggi, brillanti passaggi, scorciatoie burrascose, lieti eventi, brindisi freddi, candele sul bordo di una vasca da bagno, giochi di fuochi artificiali, tutti si connette, si mescola, si trancia come i gambi dei fiori nei vasi per non farli perire. 
Aspirine messe sul fondo del vaso per far vivere di più le rose, quieti tramonti,  cristalli di lacrime di rugiada su foglie al mattino, orme bagnate sul pavimento, risacca di mare con conchiglie frantumate, profumo di basilico menta e prezzemolo, stille di anice in acqua gelata, bagliori notturni, lune piene, trilli di telefoni, voci metalliche, dizionari assorbiti da altre esistenze, modi di pensare influenzati e non nostri. Tutto descrive un bruco in movimento che segna il libro dell'esistenza. 
Dolci pensieri di quieta malinconia avvolgono parole perdute e mai scordate, passaggi di musica dodecafonica irrompono nel quieto spartito di musica da camera. 
Ci sono posti dove la mente vola leggera, vibra nell'aria come canna al vento e ritorna sulle pagine di un libro che non è più vuoto, ideogrammi pitturati con quieta lentezza e saggia filosofia rileggono pagine di te.

mercoledì 16 luglio 2008

HASHIM

Sto girando col mio carrello da riempire, non vado in quel supermercato da molto tempo. Mi muovo abbastanza bene lì, l’ho frequentato per molto tempo. Guardo, mi affanno ad evitare prezzi da barile di petrolio per i pomodori e signore con altri carrelli che puntano dritto al mio tendine d’Achille. Soppeso, scelgo, peso, chiudo e infilo nel carrello, arrivo alla fine del corridoio della frutta e verdura, cabro a sinistra, evito i cibi cotti e sottovuoto, sono un tipo più da surgelato o da lattina io. I banconi frigo si susseguono, sono uno a ridosso dell’altro. Gli occhi mi scivolano veloci sul caleidoscopio di colori dei prodotti, un quarto della mia visione sta per trasformarsi in prodotto biologico quando vedo un fagotto accovacciato fra due banconi, tre dita nere sono afferrate al bordo del bancone carote, rape e patate lesse e fanno contrasto con l’ argenteo metallico dell’inox. Sbatto le palpebre, sono stanca, si, ma avere una visione…aguzzo meglio la vista, apro le dita che impugnano il carrello e lo lascio accostato e vado verso l’angolo. Mi sento improvvisamente un cacciatore o un vorace rapace: due occhi di cioccolata liquida si espandono nella cavità orbitale spinte dal terrore. Mi si congela il cuore, la manina scivola dal bordo e si rintana con l’altra sotto il petto di questo esserino accortacciato e rannicchiato sulle ginocchia. La testa si congloba fra le ginocchia e rimane scoperto solo il lembo di pelle del collo. La magliettina gialla la fa da padrona insieme con una testa lanuginosa e morbida. Ormai posso solo vederlo o dall’alto o parlargli attraverso la fessura lasciata aperta dagli angoli dei banconi. Mi accovaccio anche io istintivamente, qualcosa mi dice che sovrastarlo lo spaventerebbe di più. Gli bisbiglio qualcosa e poi lo saluto, sta tremando. E’ terrorizzato. Gli chiedo se sa dove sono mamma e papà. Non risponde. Ho il dubbio che non parli neanche italiano. Infilo una mano nella fessura e lentamente gli accarezzo i capelli o quello che posso. Uno scontro fra carrelli ci fa sobbalzare, lui si rannicchia sempre di più sembra avere solo un esoscheletro. Sembra un uovo con una capacità di annullamento del proprio corpo che mi fa quasi impressione. ‘Ehi piccolo non ti preoccupare nessuno ti farà del male, ora troviamo mamma e papà’, non so perché ma mi viene spontaneo dirgli di non avere paura, la sua è una reazione abnorme di terrore puro. Provo a cercare un altro contatto fisico forse una carezza lo tranquillizzerà. Ecco fatto, comincio a farlo sulla testa, vorrei chiedere a qualcuno di fare un annuncio ma non riesco a staccarmi di lì e soprattutto non c’è nessuno che sembra vedermi. Non so quanto tempo passi, piano piano un braccino nero come la pece viene fuori e due dita afferrano il mio mignolo. E’ una sensazione davvero sconvolgente, il rumore attorno si spegne e sento solo il frusciare della sua pelle sulle mie dita. Quel meraviglioso suono si interrompe a causa di una voce che da dietro mi chiede cosa sto facendo, mi giro cercando di non perdere il contatto con il bambino la cui stretta si è fatta più lenta, continuo ad accarezzare, non sono proprio comoda e le mie giunture cominciano a bruciare. Dico all’uomo di non urlare e di chiedere se qualcuno ha smarrito un bambino. L’uomo tentenna e sbircia dall’alto poi si avvia. Mi rigiro. So di stare parlando ma cosa sto dicendo non lo so fino a quando vedo una ragazza in bermuda con il fiato in gola, viola come se non respirasse più e che ripete un nome in continuazione, mi guarda con occhi anche questi allagati ma di disperazione. Mi scosto con le mie doloranti ginocchia e mi rimetto in piedi senza non dire ahi mentalmente. La ragazza si china dall’alto, tende le braccia e l’uovo si schiude alzando prima le braccia magrissime verso l’alto e poi stirando il collo e sollevando la testa. E’ un bambino bellissimo, la ragazza lo tira su senza nessuno sforzo e lo avvolge a se. Il viso del bambino sparisce fra le pieghe della maglia morbida della ragazza. Dietro di me compare un uomo, avrà circa 38/40, sembra più calmo di lei ma gli occhi tradiscono un certo sollievo. Mi porge la mano e ce la stringiamo. Grazie mi dice, sorrido e scuoto la testa come per dire di nulla. Lei sta girando su se stessa il busto portando a destra e sinistra il bambino che sembra finalmente rilassato. Scambio poche parole e poi cerco di recuperare il mio carrello ma la voce della ragazza che ancora trema mi chiede se possono offrirmi un caffè per ringraziarmi. Dico che no non ce n’è bisogno ma lui insiste e senza sapere come mi ritrovo al bar adiacente al supermercato. Per il caffè è davvero tardi ma per un bicchiere d’acqua c’è sempre tempo. Lei continua a ringraziarmi e mi racconta gli ultimi istanti di angoscia. Non trovare più Hashim era una punizione ed un danno incalcolabile. Corrugo la fronte e le mie sopracciglia si increspano. Lui, Ferdinando, lavora per un organizzazione umanitaria, ha passato la sua vita in paesi di guerra, guerre da noi conosciute per citazioni brevi come un alito di vento in una giornata afosa. 
Lei, Carla, insegna inglese, è giovane, sicuramente più di me, sono sposati da 5 anni e hanno deciso di adottare Hashim, figlio della guerra in Somalia, figlio di una donna stuprata brutalmente dalle truppe ed uccisa davanti al figlio. Hanno deciso di adottare Hashim che Ferdinando ha trovato solo in un villaggio, appoggiato su di un muretto con vistosi segni di violenza addosso. E’da quando conosce Hashim che Ferdinando non sa come sia la voce di suo figlio. E’ da quando Hashim è diventato suo figlio che lavandolo o vestendolo deve guardargli la profonda cicatrice che ha sulla schiena. E’ da quando Hashim è diventato figlio di Carla che lei va da specialisti di tutti i generi per far rinascere quella vita. Ci riescono a poco a poco quando nell’immobilità dell’anima ingessata dal terrore si aprono brecce che si rivelano con piccoli gesti: la mattina con le braccia sollevate verso l’alto per essere preso in braccio, il viso che si appoggia alla spalla della mamma quando questa lo conforta come ora. Un sorriso di riconoscenza, una carezza improvvisa o qualsiasi altra cosa. 
Li trovo belli e coraggiosi, li trovo straordinari tutti e tre, Hashim nero come il carbone appoggiato al petto di sua madre, Carla di pelle nivea e di incarnato ancora cereo per lo spavento, Ferdinando che accarezza il polpaccio di Hashim mentre parla. Sembrano il ritratto di una modernissima Natività, sprizzano una forza, un amore, una speranza che mi colpisce come una sferzata in pieno viso. Mi ringraziano ancora e poi si accomiatano senza prima che Ferdinando mi dica di cercare il significato di Hashim. Li saluto e mi scordo di fare la spesa, il mio carrello è abbandonato in mezzo ad un corridoio e qualcuno mi maledirà ma ho la testa altrove. 
Hashim vuol dire distruttore del male. Del male ricevuto, del male che verrà, aiutato dall’amore infinito di Ferdinando e Carla. 

sabato 12 luglio 2008

Eluana, la morte, la vita e le noccioline

Sedici anni, sedici anni sdraiata su un letto, curata amorevolmente accarezzandole la mano, detergendole il viso mentre un sondino la nutre. L'altro ieri la sentenza. E' una di quelle notizie che leggi e ti stringono lo stomaco e ti ritrovi fragile come un vaso di cristallo sopra uno scaffale durante un terremoto.
Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Immagino che non vorrei essere tenuta in vita se fossi morta. Si morta solo con la sfortuna di avere la zona cerebrale deputata alla respirazione ancora funzionante. Lì sdraiata, immobile, con qualche riflesso neurale che mi fa muovere le palpebre, incapace di vedere cambiare il mio corpo, impossibilitata a vedermi invecchiare, senza poter andare a letto la sera stanca e svegliarmi l'indomani lamentandomi mentalmente di un altro giorno di lavoro, non potendo gioire del viso di mio padre, di mia madre, di mio fratello, di mia cognata, di mio nipote, delle persone che amo, dei miei amici, senza potere arricciare il naso quando sono sull'autobus sentendo l'acre odore di sudore, senza potere andare a vedere un documentario al cinema. No, io sarei morta e i morti non sono nutriti da un sondino ma il punto è che io sarei morta ed incapace di decidere per me, coloro che mi stanno accanto o i superstiti che mi rimanessero accanto sarebbero costretti a guardarmi e vedermi morire vivendo. Io non sarei cosciente e quindi la mia volontà sarebbe annullata dall'immobilità, dalla deformazione degli arti, dal carcere di un corpo tenuto in vita da una macchina. E anche avessi espresso una volontà è la mia volontà quella ultima, quella suprema? posso io decidere della mia vita che in realtà mi è stata data da mio padre e da mia madre e la loro dai loro genitori e così risalendo all'inizio dei tempi?
Eppure io ho pregato stasera per quella ragazza e per la sua famiglia che si porta valigie di dolore accumulato negli anni, ho ascoltato le ragioni di chi la pensa in modo diverso. E vorrei tanto parlare con qualcuno che mi spieghi se sarebbe stato naturale senza il sondino gastrico che un essere in coma irreversibile vivesse per sedici anni. Vorrei che questo qualcuno mi dicesse cosa pensa che sia l'accanimento terapeutico e se di terapeutico c'è qualcosa nel forzare il corso della natura andando contro di essa.
Io spero che nel nuovo posto in cui Eluana sta andando affinchè compiano per la natura gli ultimi rituali, i suoi occhi si aprano e il suo respiro continui e riprovi il piacere di un bicchiere d'acqua frasca in una giornata calda, il sapore di un pomodorino appena lavato. Io spero e prego perchè dire che è giusto che muoia non riesco. 
Ho fatto un passo in più: eluana si sveglia, Eluana si guarda, Eluana è cambiata, era una ragazza ora è una donna, deve camminare, riprendere se stessa, deve capire chi è, deve amarsi e amare, deve provare, sentire, annusare insomma vivere.
Eluana probabilmente non lo farà, eluana è ancora su quel letto con fili che le entrano e le escono dal naso e dalla bocca, con una macchina che sente il battito del suo cuore e i suoi genitori che lo sentono nello stomaco, Eluana è un chicco di riso, Eluana è un grano di sale, Eluana è una vita fra lenzuola di morte. 
Perchè ho pensato che sia giusto, perchè ho pensato che sia sbagliato? Perchè in un sacchetto di noccioline ce ne sono alcune amare? Chi siamo noi per pensare che la vita è la nostra vita e chi siamo per non pensare che lo sia? Quando viviamo interagiamo con gli altri tracciando complessi ricami e intrecciando milioni di fili e Lui ha in mano l'uncinetto con il filo per creare la grande coperta. Se un filo si spezza, se un filo si tira, se un filo si recide cosa accade al grande disegno generale? Se un battito di ali di farfalla qui provoca un maremoto dall'altra parte del mondo potrò permettermi di essere confusa e seduta su un'altalena di è giusto o è sbagliato?

mercoledì 9 luglio 2008

Ieri sul bus affollato, caldo, olezzante di varia umanità, sono seduta da qualche secondo, le caviglie gonfie dal caldo, stanca e avvilita per una giornata stancante ed avvilente, il bus frena vicino alla fermata, sale un’altra ondata calda di gente, fra loro una donna grassa vestita di nero, capelli corti, con colpi di sole biondi, è sulla cinquantina. Nonostante la sua stazza è rapidissima nel veder un posto che si sta liberando, occuparlo con la voce, spostare i passeggeri per farsi largo e sedersi. Dopo manovre strategicamente perfette riesce con la sua immensità a sedersi e inizia a parlare. 
Milano, la grande città è una Babele di lingue e di umanità spesso sola, dolorante e sofferente che ha bisogno di parlare e l’autobus è pieno di sardine inscatolate, percolanti di umori e sudori, compresse e forzatamente costrette ad ascoltare la voce roboante di chiunque voglia parlare. La donna non è indigena, il suo accento tradisce origini del Sud ma è a Milano da tanto tempo che non si può più definire il luogo natale. 
‘mercato…zucchini ripieni…cucinati stamattina…fa caldo…La prossima volta…se torno indietro sposo uno ricco, vecchio e mezzo rimbambito’ (questioni di semantica sincronica, l’uso dell’espressione ‘mezzo’assume significato negli spezzoni di discorso che seguono, mezzo perché tutto è troppo da sopportare anche se è accompagnato da aggettivi come ricco e vecchio nel senso di prossimo alla morte). Da uno spicchio di spazio libero una voce di donna si alza e rimbalza ‘trovarlo signora, trovarlo’. Inizia una discettazione in simil italiano su come le donne dell’est o le brasiliane vadano ai parchi a circuire vecchietti ‘E loro sono più brave…più brave…una c’è riuscita ma è morta prima lei’ continua la donna vestita di nero, quella a cui riesco ad associare un corpo. 
Le altre voci sono dei fuori campo e iniettano nell’etere frasi brevi che mi servono da connessione con il monologo della Signora. Intravedo anche il suo viso, ha la bocca larga ma il viso, devastato da una vita che non deve essere stata facile, segnato dalle incongruenze, è un bel viso. L’arcata dentale inferiore è paragonabile al traforo del Frejus, a fare da solitaria sentinella un avvizzito incisivo che resiste agli attacchi del cibo, del caffè e dell’arcata dentaria superiore. La lingua rotola via dallo spazio enorme lasciato dai denti, fa scivolare le esse, liquefà le zeta sbattendo sull’interno delle labbra leggermente carnose e rosa scuro. 
‘io…giovane…troppo…’ il filobus si ferma e il discorso si compone perché l’aria calda che entra dai finestrini quando il mezzo è in movimento porta via i pezzi del puzzle orale. 
Morire presto. Ma la morte non si può comprare, no, non si può comprare’. 
Chiudo il libro che leggo e che parla di morte, è un thriller, un investigatore indaga su misteriosi cerchi azzurri ma sono distratta da questa affermazione. La morte si può comprare? Teoricamente no ma quanti la cercano e la prendono a braccetto. E quanti non la cercano e se la trovano di fronte? La signora avrebbe ‘comprato’ per sé un uomo prossimo biologicamente alla morte ma nel suo ragionamento ingenuo non ne avrebbe provocato la fine, si sarebbe chiesta quando. Mi segue l’idea che sia una donna ingenuamente buona, che l’affermazione del ‘se potessi tornare indietro’ è un modo fittizio per togliersi dalle spalle la gravità di una vita di sofferenze. Ha pietas e lo dimostra quando interrompe il suo ragionamento ad alta voce perché distratta da sirene spiegate che ci tagliano la strada. Dice ‘detenuto, si, trasportano un detenuto. Ma bisogna avere comprensione anche di loro, la vita è difficile, anche mio fratello è stato 6 mesi in carcere, anche lui, accusato di omicidio’, un brivido mi percorre la schiena, una signora anziana, minuta, con una gobba vistosa, si siede sul sedile davanti al mio, diniega leggermente con la testa, la sua testa bianca è piegata verso il suo grembo, la forma della sua gobba è quella del mondo di Atlante che regge un peso sulle spalle. Si rinchiude in se stessa e freme davanti al discorso della donna come se sentire straripare quel dolore la schiacciasse ancora e ancora. Scuote la testa come se volesse mettere le mani a coprirsi le orecchie. 
si omicidio, che poi lui….niente…'il filobus riprende la sua corsa '…chi lo accusa…morto…stato un carabiniere…così …sei mesi’ Il filobus si ferma, la voce della signora in nero riprende fluida in contrasto con il suo movimento di ricerca dell’uscita, continua a parlare ai suoi spettatori residui, continua a parlare mentre scende con difficoltà, mentre esce di scena, va dietro le quinte, in strada‘ era bravo mio fratello, a 18 anni e mezzo era già capocantiere, poteva …’ la sua voce si spegne schiacciata dalla chiusura delle porte.
La signora davanti a me sospira e dice a voce un po’ alta e anche e soprattutto a se stessa: ‘Anche le più brutte esperienze non vanno dette, anche la morte va tenuta per sè’.
Un’altra storia di cui non potrò raccontare, un’altra solitudine che non vuole parlare, un viaggio di contrasti dilaniato fra il dire, il comunicare e il non dire, il tacere, due educazioni diverse, due mondi diversi, due vite diverse, due remi diversi che fanno attrito su un mare in comune, quello delle sofferenze. 
Milano va capita su un filobus che percorre la circonvallazione interna, le grandi città vanno viste sui bordi dei marciapiedi di periferia, il supermercato dell’umanità ti offre milioni di prodotti su tutte le altezze degli scaffali e qualche volta sarebbe bello, invece che prendere il prodotto di marca che ti piazzano ad altezza occhi, invece di prendere quello che prendi sempre, per abitudine, noia, consuetudine, indifferenza, guardare un altro prodotto e leggere il contenuto. Ascoltare il rumore che fa dentro il suo involucro. 
Ascoltare anche il piccolo fruscio e farne tesoro e poi ringraziare per quello che si ha anche quando la giornata è stata avvilente e stancante. 

lunedì 7 luglio 2008

Moishe Segal


Visioni di colori brillanti,
notturni di cieli incantati,
sogni di melassa rosso invitante,
violini che suonano su gambe danzanti,
giochi di kubrik per le case che vedi,
poesia onirica di villaggi lontani e presenti.
Sofferenze incantate di stirpi vessate,
amore profondo di voli leggiadri,
vetrate infrante da violenza inaudita,
senso profondo di un creatore lontano.

(a Marc Chagall che nei suoi dipinti che sembrano infantili, restituisce il senso dei sogni e la leggerezza dell'amore, nonostante tutto)

giovedì 3 luglio 2008

Eva ed Adamo

La creazione dei primi uomini viene narrata nel libro della Genesi secondo due versioni: la prima in 1,26-28 e la seconda in 2,7-22.
Ma come i libri di scuola ci insegnano la storia è sempre raccontata dai vincitori. 
E i falsi storici incuneati nella mente e nel cervello agiscono sempre in modo costante ed incessante e formano nell’immaginario collettivo stereotipi. 
Diciamo la verità, l’amanuense – biografo di Dio era un uomo piccolo, preciso e meticoloso col simpatico vizietto di andare al di là dei suoi compiti ma, nonostante questi difettucci, era fidato agli occhi di Dio. Il biografo avrebbe fatto meglio a scrivere solo la prima versione, quella vera, dei fatti della creazione e cioè ‘Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.’ Ma com’è, come non è, ne scrisse un' altra e tutti o quasi tutti ricordano solo la seconda versione «Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo.» Il punto è che i più ricordano la versione mista delle due, che sulla Genesi non c’è, che solo l’uomo fu creato ad immagine e somiglianza a cui fanno seguire la storia della costola. 
La versione di Dio a mio avviso era quello della parità con una strizzatina d’occhio verso la donna che era ancora più a somiglianza Sua per via della possibilità di creare e generare e, considerata la sua onniscienza, mentre dell'uomo aveva creato la versione Beta, nella donna era arrivato già alla versione 10.1 con possibilità di sviluppo del software 'Partenogenesi'. Non a caso la sua donna la fece chiamare da Adamo, EVA che voleva significare ‘che suscita la vita’ (genesi 3.20). Sono sicura che al momento della approvazione del testo si distrasse e quando si accorse della aggiunta impropria, il libro era già andato alle stampe e i costi di gestione e di ritiro dal mercato avrebbero fatto più danni che altro. 
Questioni di insondabile marketing soprannaturale.
Così facendo però, Lui, il Sommo, non aveva tenuto in considerazione la forza corrosiva del potere becero acquisito per grazia ricevuta e Adamo così si era trovato, unico uomo, potente re del mondo, libero dai dolori, dalla morte e dalle complicazioni. Giardino curato direttamente dal padrone, ruscelli canterini e casa con vista mare e convinto che al costo di una costola aveva avuto anche un bel donnino accanto. Insomma tutto era suo.
Ad Adamo e prole, e prole della prole, e prole della prole della prole faceva comodo il focolare caldo, il pasto al rientro, le sue mutande lavate e l’organizzazione delle cose familiari. Insomma niente rotture di sferici gioielli personali. Non gli dispiacevano neanche quegli alberi della conoscenza, facevano un bel fresco nelle giornate canicolari. Il biografo racconta ufficialmente che il serpente con fare sinuoso ghermisce la curiosità di Eva e le fa mangiare il frutto proibito, che Adamo lo mangia pure senza troppo recriminare e che nel giro di qualche secondo, allo strisciare dei piedi di Dio sull'erba del Giardino dell'Eden, i due si nascondono per la vergogna e alle domande incalzanti di Dio si danno la colpa l'un l'altro mettendo di mezzo il serpente. Conclusione: Dio punisce i primi nudisti e la peggiore punizione tocca ad Eva, partorire con dolore ed essere dominata dagli uomini. All'uomo un pò di sudore di fronte per guadagnarsi la pagnotta. 
Il dialogo non andò esattamente come era stato trascritto (il biografo aveva tendenze misogene ed era pure invidioso della creatività del capo che ne sapeva una più del diavolo).  
A mio avviso Dio chiese ad Eva perchè era la sua preferita, Eva gli rispose a tono che che uno non si capiva bene perchè aveva inventato il serpente se questo era pericoloso e il mondo invece doveva essere perfetto, due non si capiva bene perchè loro in quanto progenitori dell'umanità non dovevano arrivare alla conoscenza e, pedantemente purtroppo, aggiunse che se Adamo di quegli alberi gradiva solo l'ombra e non li voleva capire era perchè era stato progettato in versione Beta e che se anche Adamo aveva accettato il frutto era tanto colpevole quanto lei. 
Adamo intanto si limitava ad indicare con il dito Eva biascicando 'E' colpa sua' mentre Eva teneva testa alle argomentazioni divine. 
La situazione era imbarazzante: Dio era il capo, c'era il biografo come testimone, Eva stava minando le basi della perfezione del sistema trovando difetti su difetti al suo progetto di architettura cosmica e non potendo fare brutta figura, dovette assegnare delle punizioni. considerò la tempra forte della donna che, anche se meno potente a livello muscolare, poteva sopportare il dolore e stare in cattività.
Altro errore di calcolo, Adamo e la sua genia virile crebbero con la convinzione di essere potenti.
Sono passati millenni ma la situazione non è cambiata: se sei donna, curiosa, intelligente, attiva, l'unica cosa che ottieni è una risposta sul tuo futuro sbocconcellata a denti stretti in un corridoio dell'ufficio. Se sei donna e hai avuto la dabbenaggine di seguire il naturale corso di essere donna ed Eva, nel senso di dare dare la vita, rientrata in ufficio vieni relegata in un angolino, spostata, accartocciata, rivoltata come un calzino, se chiedi perchè tutti hanno gli incentivi e tu no, ti viene risposto 'Beh cosa vuoi sei stata lo scorso anno a casa per fare tuo figlio', e se non hai il figlio, sei nello stesso ufficio di persone che hanno avuto i benefit ti senti dire 'beh ma tu svolgi lavoro d'ufficio mica sei operativa', se hai idee, ambizioni, capacità e riesci ad ottenere qualcosa devi trasformarti in un uomo. Se hai capacità, ambizioni e idee ma non riesci a ottenere niente ti dicono: Perchè non ti sposi e fai figli e rimani a casa. 
Insomma come la metti metti sei donna ed è e continua ad essere fondamentalmente una malattia invalidante soprattutto se hai capi uomini, inchiodati, natiche e finti sferici pallidi tentativi di imitazione di gioielli, sulle loro poltroncine da sette para religiose (vd QU sigla che crittografo poichè il web è grande e spesso ti imbatti in letture che non vorresti leggere o/e che ti si ritorcono contro), da politici di turno o da amici e amici di amici. Poche volte mi sono imbattuta in elementi illuminati e che avevano  gioielli quadrati ed erano liberi ed  interessanti, con  la voglia di ascoltare e la forza di agire, mai stati i miei capi. Raramente mi sono imbattuta in gentiluomini educati e rispettosi, liberali e con le loro idee ed il coraggio di portarle avanti e, questi, che considero i veri uomini, sono diventati i miei amici. 
Mi capita sempre più spesso di imbattermi in donne virago che si stanno assuefacendo alle richieste di globalizzazione fallica nello strumento del lavoro e nello stravolgimento delle parti a favore di ricerca di carriera parificata. Noi donne e noi uomini siamo strutturalmente, mentalmente e fisicamete diversi e l'unico modo per dimostrare ciò che siamo è attraverso le nostre differenze. Lato che si può cogliere solo con azioni intelligenti ma l'intelligenza combatte il suo personale stato di mobbing con la madre dei cretini che, quella si, è notoriamente sempre incinta.
Forza ragazze a noi gli aggiornamenti arrivano costantemente dal mondo, molti degli uomini sono ancora inchiodati alla versione Beta i cui parametri sono potere, fallo, soldi, macchina, cravatta, vestito firmato di giorno e avventura con piste di coca o trans la notte. 
Forza anche a voi esseri maschili meravigliosi che vi siete evoluti  ma che siete ancora nel gruppo della minoranza dei maltrattati dalla versione beta. 
Ed un ultima notazione a Dio, la prossima volta scegli me come redattrice.

(note crittografiche: mio nipote al Qaeda junior non sapendo pronunciare il mio nome mi chiamava e mi chiama zia  Quaglia)