venerdì 30 maggio 2008

Serpens qui caudam devoravit


Sono mesi che guardo dentro me stessa. Arriva un momento della vita in cui devi farlo e lo fai perché il fato, le circostanze o qualcuno ti porta a guardarti dentro. A me è accaduto per tutti e tre i fattori e anche a causa dei miei vecchi tendini sfilacciati. Ma mi ha fatto bene. Guardarmi dentro intendo, sfogliare le pagine ingiallite del libro della mia vita, vedere le frasi sottolineate, ritrovare la combinazione per aprire la cassaforte dei sogni, sorridere di quelli adolescenziali e aggrottare la fronte per quelli incastrati nell’angolo del fondo del ripiano. Il mio amico fotografo direbbe: fare redde rationem. Rende l’idea appieno. Prendi tutti i fogli ingialliti, li impili e li metti di fronte a te stessa. Prendi dalla catasta nuova qualche foglio immacolato e ci scrivi su il risultato delle operazioni compiute e quelle che potresti compiere, vengono fuori calcoli complicati, radici quadre e tutte le diavolerie matematiche ma alla fine quasi sempre i conti non tornano. Se sei fuori dalla logica della matematica come scienza esatta ti rendi conto che è giusto così, che quello che non hai fatto, realizzato, avuto, ottenuto è una variante di calcolo che puoi sempre ricalcolare sulla nuova equazione della vita presente. Perché nelle operazioni di calcolo non metti mai la costante tempo. Il tempo si dilata, si modifica, si straccia, ti stropiccia. Il tempo è un movimento costante, deformabile e deformante come gli specchi dei luna park o più artisticamente quelli usati nella pittura dei coniugi Arnolfini. Il tempo non ti restituisce l’immagine e la forma di un sogno, la deforma per luce, colore e sfumature. Il tempo è tiranno, il tempo gioca la sua partita a carte. Il tempo è circolare. Prende vita dalla fine di un secondo per ripartire da uno nuovo, passato, presente e futuro che si inseguono. Dentro quel cerchio disegnato c’è una forma, uno spazio vuoto da riempire, noi, gli altri, le vite che ci scivolano accanto e che ti deformano perché la nostra forma è modificabile nella struttura cellulare e periferica ma anche dell’anima. Crescendo cambi, è una banalità ma è la verità. La tua forma cambia appoggiandosi alla struttura circolare del tempo che ti dà il tuo spazio e in quello spazio finito sei dentro il movimento eterno del tempo.
In iconologia l’ouruboros o il serpente che si mangia la coda esprime l’unità fondamentale del cosmo e spesso negli scritti alchemici greci questo simbolo veniva accompagnato dall’aforisma HEN TO PAN (Uno è Tutto). Così è il tempo, è uno ed è il tutto all’interno del quale viviamo.
E’ l’uno che ti spinge a correre e a fermarti per vederlo scorrere e quando lo hai osservato per bene, quando sei arrivato ad un momento in cui lo guardi davvero dentro e non solo scivolare sulle lancette di un orologio, capisci che puoi modificare la tua forma cercando di farla assomigliare ad una che avevi già tracciato distrattamente un giorno su uno di quei fogli che è ingiallito o una nuova che ti piacerebbe essere o semplicemente prendere la forma di quella nota a piè di pagina che ti chiarisce la fonte, l’origine. In quella piccola scintilla di consapevolezza sai che il tempo è passato ma vivi col brivido che il tempo c’è e scorre e puoi sempre diventarne padrone e continuare a scrivere sogni. Lui scorre con te dentro.

Moving

Questo è solo un piccolo aggiornamento su me per giustificare un’assenza lunga dal mio diario di bordo. Ho continuato a navigare ma non ho riempito le mie pagine con l’inchiostro.
Mi sono trasferita di ufficio. Ho vissuto per due anni in una bara di design ma pur sempre una bara di acciaio e vetro, senza finestre, con l’aria riciclata dell’esterno, ambiente freddo quando c’era freddo fuori, caldo quando era caldo fuori, con un solo collega e la mia Instabilo Boss. Ambiente tranquillo, rotto e spezzato dalle emissioni stridule di Instabilo in giorni frequenti di mestruazioni mentali.
I cambiamenti di qualunque genere spaventano specie se viaggiano su un filo di cotone liso di nome incertezza. E i miei cambiamenti interni ed esterni, fisici e di spirito hanno viaggiato e viaggiano su quel filo ma….c’è sempre un ma.
La nuova sede è in un punto non strategico di Milano ma ha le finestre, tanti uffici con vita dentro.
A settembre dello scorso anno in una fiera mi avevano regalato un barattolino (le famose piantine magiche in lattina che si apre, si annaffia e da miriadi di pezzettini di qualcosa che sembra truciolato nasce la piantina) e guarda caso e coincidenza è una piantina di quadrifoglio. Altro elemento che per ora torna costantemente nella mia esistenza. E sui ritorni scrivo dopo.
Non lo ho mai aperto per una miriade di buoni motivi o di finti buoni motivi.
Lunedì ho aperto la finestra, ho letto le istruzioni della piantina magica: ho staccato la linguetta, messo il tappo sotto e innaffiato la piantina. L’ho messa vicino alla finestra aperta. Aspetto che cresca.
Metafora della vita? Prima o poi le finestre si aprono, prima o poi entra dell’aria fresca e prima o poi i semi germogliano anche su terreni non convenzionali come quel finto truciolato.

lunedì 26 maggio 2008

Ritagli di fantasia ovvero Esercizi di stile

Le chiesi il perchè. Lei rimaneva muta, non rispondeva mai al perchè. Ormai avevo imparato a conoscerla. Lei si concentrava sul suo respiro seguendo il quietarsi lento dell'aria nei polmoni dopo avere parlato. Si immergeva in quel ritmo ed entrava in pausa.
Rimasi fermo, seduto sulla mia sedia a dondolo Tonet, con la testa reclinata verso sinistra guardando i fasci di luci calda che filtravano dalle tapperelle abbassate. Il pulviscolo che incrociava la luce scendeva lentamente creando l'unico senso di movimento di una scena fatta di noi due immobili.
Avevo rinunciato a capire le donne, ce n'era solo una che era ancora presente e con un suo significato ma l'avevo relegata a carta da parati della mia memoria. Il suo disegno, a fiorellini vivaci pervinca e blù su uno sfondo crema, veniva fuori solo quando mi ritrovavo davanti ad un'altra donna che non capivo, che rinunciavo a capire prima di avere incontrato.
Il respiro di lei si fece lentissimo, quasi impercettibile, era entrata dentro di sè, nel coma dei suoi pensieri.
Il tempo smise di copulare secondi, minuti e ore. Pensai che era impossibile che mi trovassi sempre a dovere chiedere un perchè. Mi chiesi perchè non potessi vivere senza perchè. Era la mia innata ricerca di un senso a non farmi guarire dall'errore. Rinunciai a pensare. Quel silenzio era abbastanza grande da occupare anche il mio cervello e non ero in vena di autoanalisi.
Entrò un filo di aria calda e secca ad asciugare il rivolo di sudore che mi scendeva dalla tempia e passò ad accarezzare i capelli di lei che le sfiorarono il viso. Bastò quello per farla riemergere dalla camera iperbarica del pensiero. E fu allora nella ricerca di ossigeno che sputò la risposta come sputa l'acqua chi ne ha bevuta troppa.
La ascoltai, non l'avevo immaginata così, non pensavo potesse essere così. La impacchettai e la riposi nella valigie delle risposte. La guardai, ultima della catasta, e cercai un' altra prospettiva, un modo di leggerla diversamente ma per quanto mi concentrassi la risposta era lì e non c'erano spiegazioni diverse. Era scollata dal testo, e aveva le orecchie piegate come quelle di una pagina di un libro che stai leggendo. Era una risposta che in fondo non era un granchè, cercava una via d'uscita, un escamotage. Era breve, mozza e anche un pò storpia ma riuscii a vedere dietro il significato. Mi acquietai. Lei andò via. La mia sedia riprese a dondolare e io a sudare in quel caldo infernale.

(a volte non c'è motivo per scrivere le storie, nascono dentro come delle immagini, un personaggio ha uno spazio di qualche secondo e poi muore. Lui viene, ti chiama dentro, nel silenzio della notte e l'unica cosa che puoi fare è digitarlo sulla tastiera del pb e dargli corpo poi se ne va, ti abbandona e ti lascia dormire in pace.)

sabato 24 maggio 2008

Tumori

Due settimane fa è arrivata al mio cuore la voce stanca di un mio amico, Angelo, che mestamente mi diceva che il risultato della biopsia fatta a sua madre era il peggiore possibile. Sono stata male, sto ancora male. A milano pioveva. Con Angelo abbiamo un rapporto che va al di là dell'essere umano, è un dialogo fra anime. Con me si sveste del suo abito sociale e la stessa cosa accade a me con lui. La sua voce era stanca e sincera. Libera di potere essere libera. E' arrivata un'ondata di dolore e io l'ho raccolta come si possono accogliere gli tzunami. Arrendendosi al flusso di emozioni e abbracciando l'anima con l'affetto. Ci sono casi in cui l'unica cosa vera e valida è il silenzio che sta dietro le parole. 
Stamattina, cielo sempre grigio su Milano e pioggia da troppo tempo anche su di me, è arrivata la voce stanca di mia madre. Una nostra parente, donna dolcissima e meravigliosa è stata attaccata mercoledì dalla bestia nera. Tumore. Non è una bella giornata per tanti motivi e anche nella manciata di ore che mi sono concessa fuori di casa questa parola mi ha tenuto stretto il cervello facendo coppia con un mal di testa devastante. 
Cosa è il tumore lo sappiamo tutti ma cosa comporta, come squassa la vita un tumore è qualcosa che sa solo chi lo ha e chi vive accanto a chi lo ha. La madre di Angelo ha cominciato la chemio, perde i capelli e cerca parrucche. Si è aperto uno scenario di uno mondo che nessuno conosce. Tipi di parrucche, veri capelli, finti capelli e soldi. Speculazioni del dolore. L'altra donna ha cominciato a balbettare e ha appena iniziato il calvario, devono farle ancora gli accertamenti. Altre persone che ho conosciuto, con cui ho condiviso pagine della mia vita sono morte di tumore. Spesso non perdona, a volte ti grazia. Statische del dolore.
Ogni passo che ho fatto oggi ho pensato che tutti siamo malati di qualche tumore. Chi lo ha veramente e chi lo ha spiritualmente. Discettazioni sul dolore. 
Vorrei non dovere mai provare un grande shock come avere diagnosticato il tumore ma questo è scritto nelle pagine del mio futuro e non lo posso sapere. Quello che so e quello che vedo è che in momenti bui c'è una macchia dentro che ti comprime e che ti fa stare male, a volte la diagnostichi e cerchi di combatterla, altre volte sai che c'è e la lasci  crescere e proliferare. Un mese fa un'altra ragazza si è lasciata morire di tumore, lo sapeva e non ha fatto nulla per curarsi. E mi sono chiesta perchè. Anche in quell'occasione, la settimana del salone del mobile, a Milano diluviava. Perchè i mali che abbiamo dentro non li curiamo? 
La mamma di Angelo alla fine della prima chemio e dopo averne subito gli effetti ha detto a suo figlio che sarebbe stato meglio non accorgersene, che sarebbe stato meglio non soffrire in quel modo. Sopportazione del dolore. 
Cosa si prova a vomitare il veleno? Cosa si prova a perdere i capelli? Cosa si prova ogni giorno a sentire che la calda coperta delle illusioni scivola via perchè la macchia che hai dentro si espande? C'è una chemio per l'anima? C'è qualcosa che ti fa vomitare tutto il dolore che hai dentro cercando di sconfiggere una bestia nera che ti mangia la carne ogni giorno? Confusioni del dolore.
Forse è vero che ci aggiriamo tutti come spettri in un mondo di illusioni abbeverandoci a piccole gioie e godendo di false illusioni fugaci di piacere porte con facilità. 
Non so e non capisco perchè se il rimedio del conforto e della felicità piccola del quotidiano è lì su uno scaffale preferiamo morire lentamente. Nel chiedermelo già mi dò la risposta?  Dubbi di dolore.
Continua a piovere e non smetterà finchè non troverò il giusto protocollo di cura. La chemio che mi farà perdere le ultime illusioni e mi farà vomitare quel che resta. Pioggia di dolore.

mercoledì 21 maggio 2008

Balconi barocchi

La carrozza di ferro è sempre la stessa, la penultima della rossa. L’orario è leggermente differente. Sono in anticipo. Sono salita solo da pochi minuti quando le porte della metro si aprono accogliendo nel ventre ferroso LA donna pantera. E’ alta, chioma bionda fluente, inguainata in una camicetta rosa shocking aperta generosamente su balconi prosperosi e carnosamente in fiore. Piccola sciarpetta legata al collo. Gonna nera attillata di qualche centimetro sopra il ginocchio, piccolo e impertinente spacchetto laterale sulla coscia destra. Scarpe vertiginosamente alte con collarino che si stringe su caviglia sottile e apparentemente fragile. Giacca nera poggiata con disinvoltura sul braccio, borsa di pelle nera griffatissima, passo ancheggiante. E’ un capolavoro di ingegneria anatomica, epitelialmente perfetta, carnosamente proporzionata, clownescamente truccata.
Effetto devastante: Mosè davanti al Mar Rosso.
Ogni fibra di ogni “membro” maschile presente in carrozza si tende verso l’alto compito della cavalleria. Alzarsi per trovare il posto dove mettersi o sperarlo fortemente.
Il fortunato regala alla pulzella il sedile grigio e con abile mossa si piazza davanti a lei impedendo la visuale ai giostranti alle spalle.
Cominciano le contorsioni cervicali più o meno mascherate degli astanti mentre gli occhi delle donne presenti diventano torbidi, torvi e guardano in tralice sperando di smontare l'aliena a pezzettini.
L’ingresso della pantera ha portato con sé una nuvola di profumo talmente sofisticato e costoso che anche le narici chiedono con pietà lo sconto.
Mentre tutti siamo sballottati dallo sferragliare scomposto della metropolitana la bionda felina sembra muoversi al rallentatore, si piega in avanti esternando altre rotondità, scende lentamente fra famelici occhi, fa in modo che gli si appiccichino bene intorno alle sue periferie e si fa sedere dalla loro forza di lussuria. Si appoggia al sedile e accavalla con sapienza studiata la gamba, trovando uno spazio fra il tessuto che la incarcera.
La metro si ferma. Qualche cavaliere scende controvoglia, si libera un posto, sono tutti distratti, ne approfitto, il prototipo del miracolo di madre natura mi siede di fronte leggermente in obliquo.
Trilla un telefono, è il suo. Lo cerca nella borsa, lo tira fuori mostrando le unghie ricostruite e perfette, piega la testa, scosta i capelli voluminosi con la mano lasciando scoperto un lato del collo sul quale cominciano a rotolare velocemente tutte le cornee e pupille maschili presenti.
Risponde al telefono, la voce è calda e bassa. Muove le labbra gonfie e piene di morbido rossetto rosa e quando aspetta la risposta rimane studiatamente con la labbra socchiuse in un inusitato atto di generosità lussuriosa.
La guardo da sopra il bordo del giornalino che sto leggendo. E penso a me. Ho i capelli bagnati e autonomi (si, i miei capelli hanno una vita loro con cui non riesco a condividere neanche lo shampoo), sento freddo, ho gli occhi gonfi, sono stanca, al solito il trucco leggero si sarà già assorbito, devo avere anche le occhiaie e gli occhi storti oggi. Chissà dove le creano queste donne bioniche. Ai miei non devono avere dato il nome del laboratorio ma a ben guardare neanche ai genitori delle ragazze e signore presenti. Eh si quando fanno queste cose le fanno sempre in segreto.
Il mio sguardo gira intorno, chissà come la concentrazione testosteronica è solo da una parte del vagone. Se fossimo in nave staremmo affondando. Ci sono stati spostamenti tattici, a passo di giaguaro, gli unici derelitti sono quelli già accompagnati che vengono saldamente trattenuti da sguardi profondamenti assassini anche se vedo che il muscolo del collo è magneticamente attratto dal ciondolo che accarezza e si insinua fra la Silicon Valley. Perché si, ho guardato l’assoluta staticità del balcone con ringhiera barocca e si, il gioco è a bocce ferme e se esiste una Natura generosamente benigna esiste anche un chirurgo magicamente paterno. Piccole soddisfazioni inutili.

L’uomo accanto a me è mummificato, l’unico movimento, lascivo, che fa è far scorrere lo sguardo dal frutto al fiore sbirciando anche la coscia marmorea, andata e ritorno, andata e ritorno, andata e ritorno. La mandibola ha ceduto al senso di gravità, si è staccata dall'alveo naturale e un piccolo rivolo di bava gli percola dall’angolo della bocca. E’ davvero uno spettacolo. Temo per la sua salute corneale e mentale mentre lei gira la testa in un movimento di capelli, continuando a parlare.
Entra una signora anziana, ovviamente la tenzone è in atto e l’unico atto di cavalleria è compiuto da me. Mi alzo la faccio sedere e per questioni di spazio devo avvicinarmi alla pantera. Lei si fa guardare con fare soddisfatto senza dare nell’occhio ma ogni tanto sotto i ciglioni lunghi lunghi dà sguardi agli uomini intorno e sorride soddisfatta sotto le vibrisse.
Vibrisse?
Baffi!
Baffi?
Ho la voce di Elena nelle orecchie come se fosse la vocina della verità: ma è un travone!!!!
Aguzzo lo sguardo, effettivamente il fondotinta è spesso, la voce è abbastanza cavernosa…mi viene un dubbio ma accidenti il dubbio va via con lei. E’ arrivata a destinazione, scende come è salita in una nuvola di profumo, sesso e teatralità.
Le porte si richiudono, e a parte qualche trauma rachide-cervicale, qualche fibrillazione atrioventricolare il sambodromo degli ormoni chiude e la normalità ripiomba cainamente nel vagone.
La folla dei tesi cavalieri si rilassa e si sparpaglia negli angoli come scarafaggi che cercano il buio. Le pupille atropinizzate dall’odio e dall’invidia delle donne ritornano a dimensioni normali. L’unico vero pericolo rimane lo scivolare sul fiume di saliva percolante della mummia.

martedì 20 maggio 2008

Terreni e Labirinti

Pavimento labirinto della Cattedrale di Chartres
Se sondi bene il terreno su cui cammini ti accorgi col tempo che non è fatto solo dello strato superficiale che pensi di conoscere. Soffice sopra e scavando diventa roccioso, argilloso, ferroso, paludoso.... non sono una geologa e dico sciocchezze ma il principio mi sembra riconducibile alle persone.

Ho detto del pittore qualche pensiero fa. Ebbene sono dell'avviso che il pittore sia anche scultore e fotografo. A seguito della conversazione di ieri propendo più per il fotografo ma continuando a scavare il terreno chissà che non trovi marmo, bronzo o creta fra le sue mani.

Egli (si, si, si e si lo so che è in assoluto disuso ma a ME MI piace la versione corretta) ha fotografato una sezione del passato e ci ha intrufolato dentro un dubbio, una parolina piccolissima ma potente come un tarlo che scava dentro un mobile antico.
SE. A dir la verità ha anche aggiunto una congiunzione: e se.
L'oggetto del ricordo e della conversazione è nostro ma è il principio che mi ha fatto riflettere.

Se fosse successo sarebbe stato meglio o peggio, chiedo con fare indagatore, e il fotografo mi risponde con la semplicità del gesto per lo scatto di una fotografia. CLIC. Sarebbe stato diverso. Non migliore, non peggiore. semplicemente diverso.

Diverso. Se.

A proposito di terreni, sui pavimenti delle chiese antiche speso si trovano dei labirinti disegnati. Erano per lo più percorsi per gli iniziati o i neofiti. E portavano con loro tutto il significato che veniva attribuito al simbolo. Qualcosa di non evidente, non visibile ma qualcosa da ricercare, una ricerca dell'invisibile. La prima prova iniziatica che doveva affrontare il pellegrino, il neofita, l'iniziato, appena varcata la soglia di una chiesa, era la prova del labirinto, rappresentato sul pavimento subito dopo l’ingresso nella chiesa.
La strada doveva essere percorsa per arrivare al centro. Si sbagliava, si ricominciava. Si rifletteva, si seguiva un percorso ma si arrivava sempre ad un punto.

Non sembrerà ma trovo delle analogia con il se ed il diverso. Forse perchè anche il mio pensiero è un labirinto e sicuramente perchè di labirinti ho parlato proprio con il fotografo neanche tanto tempo fa.

Il se è una delle strade che potevo percorrere ma che non ho percorso, è una delle infinite possibilità che il labirinto del caso, del destino, della vita mi regala. E' la strada accanto a quella che sto percorrendo e che guardo chiedendomi se non ho fatto male a scegliere quella.

Ma può essere solo uno sguardo obliquo lanciato come un pensiero fugace sul quale non mi soffermo tanto sono concentrata e certa della scelta.

Insomma il se è la strada illuminata dove camminano a braccetto Dubbio e Passato.

Il diverso è solo il modo di approccio al labirinto della vita. E' diversa anche la strada parallela che percorro perchè avrà un bivio e un altro bivio e una curva e un angolo e un lastricato differente. Ma non lo saprò mai. Quello che so è che sto camminando e che il centro si troverà, la strada sicura che mi porta nel ventre della vita. E come dice il mio amico fotografo non sarà nè meglio nè peggio, sarà quella che ho imboccato. E per qualche motivo, forse per consolazione, dirò a me stessa che qualunque strada avessi scelto sarei arrivata al punto in cui sono.

In una filosofia post moderna da Hollywood il labirinto, il se e il diverso si chiamerebbero semplicemente Sliding Doors.


domenica 18 maggio 2008

Intrecci


Bologna-Milano. Salgo sul treno. Trovo il mio posto. Anche gli altri trovano il loro.

Fra i mie dirimpettai c'è un ragazzo (potrei scrivere che fa, da dove viene e dove va e soprattutto con chi si incontrerà alla nove ma visto che le strade del Signore sono infinite e quelle del web pure è meglio non descrivere con dovizia di particolari), scambio di battute fra noi tre, poche parole, riconosco il mio stesso accento in questo ragazzo e glielo faccio notare poi mi riimmergo nella lettura del libro recuperato in metro con quel geniale sistema del book crossing (altra storia di cui vorrò scrivere).

Lui è proprio un tipo pulito, faccia da bravo ragazzo, occhialino sistemato sul naso perfettino, ha anche dei bei denti e delle belle mani. Fintamente vestito casual (è firmato dai piedi ai capelli...si anche dalla pulizia del cuoio capelluto si intuisce che lo shampoo è di marca, non so, ha anche i capelli fintamente casual), è a modo, ha modi carini con la signora che gli ha fatto qualche domanda e che è rimasta conquistato dal gesto "valigia, gliela metto io su".

Nello scambio delle battute ci tiene a precisare che la sua ragazza C... per fargli una sorpresa gli ha preparato il vitello tonnato. E lui come uno dei puffi dice: Io odio il vitello tonnato. Così al vibrare di uno dei due cellulari si ode una voce garrula. Iniziano a parlare. Lui coglie la palla al balzo e comincia a dire che, si, la pasta va bene, e questa storia del "non ti preoccupare la pasta va benissimo" dura per due capitoli del mio libro (sono veloce a leggere ma due capitoli sono DUE capitoli con la pasta di sottofondo alle mie pagine, le parole del mio libro stanno scivolando fra il groviglio di spaghetti, porcamiseria).

Si danno appuntamento in un posto della stazione dove lui la è andata a prendere l'altra volta. AMEN. Il dado è tratto, lo spaghetto ha vinto, il vitello tonnato è archiviato. Posso tornare a Tom, Paul e al mio thriller. Bzzzz, Bzzzz. Bzzzzz. Vibra l'altro cellulare. Mossa repentina da serpente predatore che mi distrae dalla lettura. Alzo lo sguardo. Sorriso stampato sulla faccia, posizione di intartarughimento schiacciata verso il finestrino. Voce bassa e mielosa con incipit "Ciao Stellina" poi bisbigli indistinti il cui grado di percezione auditiva aumenta coll'aumentare dello sferragliamento e diminuiscono col diminuire di questo.

Il fiato che esce comincia a diventare un intreccio di vischiose menzogne con le parole calme e udibili di prima. Sono risucchiata in un'altra dimensione. Sto arrivando alla stazione di Milano ma in realtà dalle parole di lui siamo appena partiti da Bologna, sapevo che gli spaghetti avevano trovato condimento con la trama del mio libro ed invece scopro che lui andrà a mangiare una pizza con un amico proprio lì. Si proprio lì, alla solita pizzeria. Ero convinta felicemente che stavolta le ferrovie dello Stato ce l'avevano fatta ed invece arriveremo alle dieci. Che domani se c'è bel tempo andremo tutti in gita ad un outlet per comprarti, si bambina, il vestito che cerchi.

Oh cielo. Sono davanti al fenomeno intrecci.

E la povera C... lo aspetta alla stazione, sotto la pioggia, col vitello tonnato in frigo e la pasta pronta per essere calata. Sospiro. Quante C...retine ci sono che fanno la spesa per il rientro del bene amato e quante S...irenone ci sono che andranno all'outlet domani? O quante S...tupide ingenue credono alla pizzeria e quante C...upide donnine impiattano stasera la pasta?

Gli intrecci.

Chi è chi? Chi ha fatto cosa? Cosa ha fatto a chi? Perchè chi ha fatto cosa? Quando il cosa è successo fra i chi? Il chi scoprirà chi? Quando chi scoprirà il perchè?

Gli intrecci sono così. Anche quelli di materie prime.
Per natura modulano la superficie, per nature fanno filtrare poca luce, per natura prendono polvere e la polvere rimane negli interstizi, per natura sono fatti da fibre che si incastrano e per natura non sai mai quando si cominciano ad intrecciare e non sai mai in cosa si trasformeranno, quel che è certo è che non c'è mai uno solo che intreccia e che nonostante il risultato sia sempre una trama fitta, si lavora sempre in silenzio. Dietro il silenzio delle bugie o delle omissioni di verità.

sabato 17 maggio 2008

Alla fine della banchina

E' questo un periodo della mia vita in cui prendo spesso il treno, faccio incontri interessanti, mi immergo nella lettura, scrivo, annuso, salgo e scendo dal treno.
Oggi miracolosamente i due treni che ho preso per spostarmi dalla pancia dell'Italia verso il suo collo sono partiti e arrivati puntuali. Il tempo, invece, non è stato clemente (quello metereologico intendo, l'altro non lo è mai). Afoso, cupo e grigio ad Arezzo, stupidamente velato a Bologna e piovoso a Milano. Scesa dal treno ho sentito la necessità di mettere la mia sfoglina di cipolla nera, alias un piccolo impermeabile stile Humphrey Bogart. Ho cercato una panchina, ho poggiato su il trolley e mentre cercavo di aprirlo un musetto e due zampette hanno fatto capolino dall'altra parte e, istintivamente, ho cominciato a fare la festa al piccolo schnautzer sale e pepe e lui è salito sulla panchina e si è fatto beatamente coccolare da certificato ruffiano a 4 zampe. Sentivo i commenti tipici dei padroni, della serie ma guarda si fa fare le coccole da tutti etc etc, repertorio, fra l'altro anche mio, essendo stata proprietaria di cane.
Non ho alzato lo sguardo subito sui padroni perchè ero presa da questo momentaneo quanto fugace rapporto coccoloso con l'amico quadrupede. Poi quando lui è sceso, leggermente strattonato e visibilmente controvoglia, dalla panchina con il suo vezzoso collarino tempestato di veramente finti strass, io ho alzato collo e testa sorridendo ad una coppia di anziani signori anche loro fortunati clienti di una miracolata trenitalia.
Saluto veloce, frugo dentro il mio trolley e tiro fuori la sfoglia. Rituale di vestizione. Poco tempo in realtà ma giusto quello necessario perchè l'umana onda si allontani dalla banchina o meglio dalla mia porzione di banchina.
Riprendo a camminare, la mia carrozza era una delle ultime e lentamente mi incammino. Non ho fretta se non quella di tornare a casa in un orario decente e poi a dirla tutta sono stanca. Sono, as usual, immersa nei miei pensieri quando li rivedo. Sono di spalle. Lei a destra, il cane al centro e lui a sinistra, le loro figure sono in controluce. distinguo solo una prozione minima dei volti. L'unica testa di profilo è il cane. Confabulano mentre camminano. Lei si appoggia ad un bastone, claudica vistosamente, ha la mano saldamente afferrata al braccio di lui che con la stessa regge il guinzaglio, creando con la corda una sezione prospettica obliqua che li unisce idealmente. Anche l'uomo ha lo stessa zoppia della moglie, il loro movimento non è, però, sincrono. Il cane ha la coda tesa tesa e sembra essere un ago di bilancia. Lei è vestita di un impermeabile grigio, pantaloni neri, capelli bianchi immacolati, a caschetto, scomposti sulla nuca dalla pressione esercitata dal poggiatesta dell' Eurostar; l'unica concessione che fa alla sua femminilità sono un paio di ballerine dorate nelle quali trova un solido appoggio. Lui ha l'incedere stanco, i capelli arrufatti, arricciati, il centro del cranio è calvo, il resto dei litigiosi capelli scende sul collo avvizzito. Con tre dita della mano sinistra regge una busta di carta nera con delle strisce gialle che dondola vistosamente.
Automaticamente, impercettibilmente, silenziosamente prendo il ritmo del loro incidere scomposto. Li guardo. Mi piace molto guardarli. Davanti a loro la banchina è deserta, io sono dietro, silenziosa spettatrice di questo scorcio straordinario di vita, di amore e di complicità. Se sapessi disegnare farei uno schizzo di questa magica ed insondabile capacità dell'uomo di appoggiarsi all'altro.
La fine della banchina è vicina, sembra che stiano percorrendo gli ultimi tratti. La banchina assume nei miei percorsi cerebrali la metafora della vita. Il cane è in mezzo a loro, con il suo incedere militaresco e ordinato, ha la coda tesa e la testa distratta dallo sbuffo di un treno. Mi fulmina un pensiero: e quando arriveranno alla fine della vita-banchina il cane ci sarà ancora, con chi starà? E' un pensiero sciocco che si assorbe col loro ritmo. Il passo della coppia è sofferente, schiacciato dal peso del tempo ma loro sembrano così lievi, sembrano quasi non toccare terra, chissà quante esperienze le loro spalle hanno sopportato eppure sono lì, legati da una mano che afferra un braccio, da un continuo chiacchericcio invisibile ai miei occhi ma presente. La banchina sta finendo...è finita...ma loro sono ancora lì avvinghiati l'uno all'altro alla ricerca di un'altra uscita, di un'altra strada, di un altro piccolo pezzo di viaggio da fare insieme. Con un ago della bilancia in mezzo.
E' stata una piccola lezione di vita: per quanto si zoppichi, per quanto si soffra, per quanto si sia schiacciati da neri pensieri, basterebbe afferrarsi a chi ti sta accanto senza paure, senza remore. C'è sempre, da qualche parte, un equilibrio, un ago della bilancia, una complicità, un afferrarsi. C'è sempre una possibilità di arrivare alla fine della banchina e ricominciare a viaggiare.

venerdì 16 maggio 2008

Le stelle generatrici

E' da qualche giorno che ritorna fra me ed una persona a me molto cara un argomento.
Uno dei modi infiniti con cui comunico con questa persona unica ed indomita in alcuni suoi atteggiamenti è lo scrivere.

E' una persona gentile con modi delicati, incastra le parole (scritte o parlate) come un pittore quando dipinge un acquarello, sceglie colori tenui, li fa assorbire dalla carta e le chiazze di colore diluito disegnano paesaggi morbidi anche se melanconici. Dipingerebbe per se stesso solo tempesta ma quello che mostra al fruitore distratto della sua opera è solo nuvolaglia all'orizzonte.

Questo pittore dipinge, solo per un pubblico intimo, dei ritratti ma sono accenni sbocconcellati di se stesso e di figure antropomorfe e lascia all'occhio del fruitore, la ricostruzione dell'immagine intera che, per ovvietà, si costruisce con l'occhio di chi guarda quindi con la propria esperienza e sensibilità.

Il mio pittore fa in modo che il suo soggetto pittorico diventi parte del soggetto che lo guarda.

In questi giorni dipinge di stelle. Stelle che brillano nel firmamento notturno che, per il colore nero intenso, mi hanno sempre fatto pensare al magma indistinto della creazione che in sè porta un elemento di generazione che io identifico con le stelle.

Le stelle generano luce nel cielo buio, le stelle indicano la via, le stelle sono i bottoni della trapunta del mondo.

Ognuno ha la sua stella, la nostra luce è il riflesso della stella generatrice che ci ha posato qui. E mentre noi, seminati sulla terra fertile, diventiamo piantine, le stelle rimangono a vegliare su di noi, invecchiando. Ci illuminano nel buio della notte, non si vedono nei momenti di luce diurna quando tutto sembra chiaro, in realtà loro rendono più luminosa la luce del giorno. Forti, instancabili sanno qual'è il loro ruolo. Sono sempre lì sia quando le guardi per cercare la guida, la direzione, sia quando distogli lo sguardo.

Hanno sofferto quando ci hanno generato e posato sulla culla della terra, hanno stretto i fasci luminosi sembrando meno brillanti al nostro sguardo ma solo perchè i raggi erano intorno a noi. Le stelle generatrici vivono con noi e dentro di noi ma seguono le regole della natura. Escluse alcune eccezioni, col passare del tempo la loro luce si appanna e via via vengono assorbite dal magma della creazione ritornando nel loro luogo d'origine con il loro bagaglio di gioie, dolori e di vita vissuta. E noi che siamo qui, non acora stelle o mai stelle, vediamo la loro evoluzione. Forti o deboli cominciano ad accartocciarsi sotto il peso della volta celeste ma finchè hanno respiro, finchè il centro vitale pulsa, le stelle generatrici non smettono mai di guardare le loro creature, di illuminare il percorso, di segnare la via.


Il mio pittore cerca nella sua tavolozza un colore brillante da regalare alla sua stella generatrice. Il pittore sta male perchè non lo trova. Guarda la sua stella e la culla fra le braccia del suo cuore. Il pittore non sa cosa fare.

Mio bravo pittore devi solo avvolgerla con lo sguardo la tua stella perchè lei c'è, non angosciarti, è ancora brillante e brilla per te. Se c'è un modo per renderla più brillante è che quel colore che cerchi, tu lo metta su di te.

La ricetta della loro felicità è la nostra felicità. Le stelle generatici hanno tutte un dolce sapore, sono un ambrosia geometrica di linee incrociate. Bruciano e brillano, brillano e bruciano.

Sono come i Serafini, bruciano d'amore. D'amore per le loro creature. Sono potenti ma non possono evitare gli spigoli duri delle meteoriti, non posso evitare le tempeste celesti perchè anche loro sono creature e per quando potenti sono anche dolenti. Nessuno può difenderle dal dolore e non possono neanche impedire che le loro piantine soffrano.

Quello che si può fare è cullarle, curarle, farsi illuminare, sorreggerle, appoggiarsi, amarle ed essere amati. Senza sensi di colpa, senza sguardi tumefatti, senza pesi. perchè il loro amore è leggero come un soffio di vento, il loro amore non rimprovera, il loro amore è eterno, il loro è semplicemente puro amore. Ed è facile, morbido, pieno il loro amore esattamente come il loro nome: mamma.

mercoledì 14 maggio 2008

pensieri immobili

Sono in piscina, l'acqua accarezza il mio corpo, mi muovo lentamente attraversando l'acqua piena di cloro.
I miei muscoli si tendono in un ritmo costante, il mio cervello, invece, va a velocità inusitate, vedo quasi le scosse elettriche che lo attraversano. Prima vasca. Tocco il muretto, giro. Il cervello non è leggero sull'acqua come il mio corpo, lui è pesante e pesantemente sbatte contro il cranio e si fa male. Sbatte il dorso della mia mano sul muretto. Seconda vasca. Il mio cervello ricompone una serie di pezzi di puzzle, li incastra lentamente mentre lui è veloce come il vento. Sbatto il dorso della mano. Terza vasca, giro. Il mio cervello va, il mio respiro è più calmo, lento, regolare, il mio movimento anche. Ricompongo pezzi di dinvisibilità. Sbatto. Quarta vasca. Il cervello si espande, non riesce più stare dentro il cranio, continua a farsi male. Fa male il dorso della mano che sbatte di nuovo. Quinta vasca, giro. Perchè i silenzi si uniscono all'invisibilità? Evitare, ecco cos'è. Evitare il contatto. La mano sbatte contro il muretto. Sesta vasca. In cosa ha sbagliato a sentire l'altra me? non sento più bene e non è l'acqua che riempe i padiglioni auricolari. E' il potere di una maga che mi vela. Un velo d'acqua mi passa sugli occhi lucidi e fissi sul tetto della piscina. Li chiudo, brucia rapidamente il cloro. Brucia la mano che sbatte di nuovo sul muretto. Settima vasca, giro. Brucia anche dentro l'anima non essere più. Mi manca un ruolo che avevo e che ho perso definitivamente. Un ruolo che ho rischiato di perdere. Ho perso. Qualcuno lo ha vinto. lo so, lo sento. Brucia anche quello sulla pelle. Dorso della mano. Ottava vasca. Mi fermo a metà. Blocco la corsia. Raggiungo la fine vasca toccando il fondo. Non sono leggera, non trovo sollievo. Otto e mezzo. Avrà senso anche questo come il boomerang e come il resto? Si. tutto comincia ad avere un senso. Ancora ho gli occhi che mi bruciano di cloro e di lacrime e la forma di quel senso non la vedo bene. Ma so che ha una forma. Riprendo a nuotare, riprendono i pensieri, il respiro segue le mie bracciate, il cervello non si spegne. Oggi non c'è sollievo nell'immersione nel liquido. Oggi, domani, dopodomani non ci sarà sollievo finchè non concretizzerò sul bianco immacolato la scelta. Ho anche un livido sulle mani.

Instabilo Boss

No, non parlo di un evidenziatore Made in China, ma dell'innata capacità dei capi ad essere stronzi e sgradevoli.

SI, stronzi e sgradevoli.

Vogliono, urlano, si stizziscono, starnutiscono e pretendono che tu gli soffi il naso.
Per sciocchezze, inezie, bazzecole e quisquilie. Loro sanno tutto senza sapere nulla, occupano la loro bella sediolina rossa con le rotelle sotto, fanno bla bla bla al telefono, mettono qualche volta i piedi sul tavolo, leggono il Sole 24 ore che fa tanto figo, vanno dal Presidente, dall'AD (non la rivista), curano il loro orticello che guai a metterci un piede sopra, criticano il praticello del manager accanto, hanno le braccia corte come solo loro sanno.
E schiavizzano, rispondono male, bruciano, urticano, lacerano e scompongono.

E per dirla tutta e chiaramente ho le ovaie scomposte, lacerate, urticate e bruciate.

C'è un posto dove ogni giorno di più mando a fare un giro il mio capo, mi sa che ci si trova bene, ha fatto l'orticello anche lì. ce ne sono molti, c'è molta più compagnia che nella sua vita normale e quotidiana, inchiodata ad una croce rivestita di soldi nella solitudine più assoluta.

Oggi ci sarà pure il sole ma è offuscato dai fumi delle sue paturnie uterine.
Il re (per me) è morto. Lunga vita al (nuovo) re.

Boomerang #2 o realizzazione postuma

Ora, esattamente ora, ho capito perchè ho visualizzato il boomerang in quel modo.

Era, è nel luogo del piccolo ritorno, ma lo avevo appiattito nei ricordi della memoria e unidimensionato con la parete, i libri e i ninnoli.

Ieri non sono neanche passata da lui.

E' lui che è venuto da me.

TUTTO ha un senso.

martedì 13 maggio 2008

boomerang

Ci sono cose che ritornano.

Ed è insidicabile, inoppugnabile, inarrestabile, incontrovertibile, indiscutibile.

No. Non sono in Australia. Sono sempre sulla mia diligenza di lamina di ferro rossa.
La penultima del gruppo per l'esattezza, quella che mi porta verso la prigione di carcere e vetro in cui trascino stancamente 8 ore della mia giornata. E lì, mentre sferragliano le rotaie, che mi vengono pensieri su pensieri, strani per lo più.
Guardando la gente tristemente assorta in se stessa o coinvolta da voluttuose e altissime partiture musicale veicolate da auricolari di varie dimensioni o assorta in letture varie che spaziano dal libro al corrierino dei piccoli o con sguardo vuoto, vitreo, assente o con dita tamburellanti in attesa che arrivi la stazione di posta a cui fermarsi, guardandoli, dicevo, mi vengono delle strane associazioni mentali fra oggetti e situazioni.
corrispondenze cervellotiche ma con senso remoto valido.

Oggi è successo col boomerang. E dire che non è un oggetto usuale che si mette nella borsetta, nella 24 ore o sotto l'ascella col giornale. Eppure il boomerang da remote connessioni neurali è arrivato a concretizzarsi visivamente.
Nero e blù elettrico con dei puntini in rilievo marrone scuro.
Boomerang vuol dire letteralmente "Bastone che ritorna".
Siccome il boomerang è un arma "da getto", "di getto" ho avuto la visualizzazione dell'oggetto e....

BOO-ME-RANG ----- BANG

E il mio cervello frullatore ha macinato l' idea, triturata, seviziata ed infine ricomposta.

Connessione col passato: oggi ho fatto un piccolo, microscopico, quasi inavvertito viaggio di ritorno. Un luogo, il luogo di molti sensi. Ed è tornato. Il sentimento che mi porta a scrivere, ed è tornata la sensazione che mi accompagna come compagna famelica e salivante, è tornato lo stato di incorporeo senso di inadeguatezza e ricerca del meglio possibile, è tornato quel senso strisciante di tenaglia allo stomaco che non fa bene ma a che a guardare con la giusta ottica è quella che mi dà senso, spazio e voglia di non affondare, di chiedere la liberazione dalla prigione di vetro e di acciaio, di dire a me stessa che sta arrivando il momento del dovere e potere.

Io, boomerang, inavvertitamente, con la forza della necessità, mi sono lanciata per ritornare a me stessa. Nell'incessante moto di rivoluzione e rotazione che è la mia anima peregrina.

E mi rilancerò. E sarò di nuovo boomerang, fendendo l'aria, la vita, i pensieri e ritornerò di nuovo a me stessa perchè come trovai scritto in un aforisma di George Moore (di cui non so più di questo aforisma) "Un uomo percorre il mondo intero in cerca di ciò che gli serve e torna a casa per trovarlo."

Siamo tutti boomerang, ci lanciamo, ruotiamo, ci avvitiamo ma prima o poi torniamo tutti a noi stessi, al nostro io, alle nostre case, non quelle di mattoni ma quelle di cellule, muscoli, sangue, capelli e cuore. La nostra e quella degli altri. Madre, padre, fratello, nipote, marito, moglie, amante, compagna.
Torniamo alla casa dell'uomo, alla casa della nostra anima.

(causa moto ondoso della vita stamattina non vedevo il sole, naviganti, adesso si)

lunedì 12 maggio 2008

Stazione e momenti di notorietà

Pomeriggio caldo di domenica, ventoso, il polline dei faggi è una riproduzione dell'effetto cartone animato giapponese - petalo rosa che scende obliquo sulle strade e sui protagonisti.

C'è tensione. Siamo quattro in macchina. Un inaspettato quanto violento litigio ha squassato e sconquassato l'inizio di una normalissima domenica mattina.

La tensione te la trascini dietro come un velo impalbabile mosso dal vento di cui non vedi la consistenza ma di cui percepisci lo sfregamento, il solletico fastidioso sulla pelle. Uno del gruppo dei quattro sta per prendere un treno. Passando davanti la stazione vediamo una figura accartocciata su se stessa, vecchia stanca, canuta, avvolta in un piumino nero sporco che avvolge sporcizia.

Chiara si agita, vuole fare qualcosa. Troviamo posto sulla strada laterale. Si vede che è domenica a Milano.
Chiara va al supermarket compra una sporta di cibo. Va dal fagotto sporco incastonato in una lastra di cemento della Stazione centrale di Milano. Le porge il cibo, l'acqua, due occhi verdi lago si aprono su un volto incartapecorito, si agitano nella sorpresa, non è italiana, indica a gesti se stessa, incredula, spaurita, impressionata. Lei, in fondo, è un arredo di questa città, invisibilmente visibile o visibilmente invisibile.
Ha le piaghe ai piedi, le croste sul palmo delle mani, i denti marci, per riconoscenza si toglie la sciarpa che la avvolge e mostra il viso, l'afrore deve avere colpito le narici di Chiara come uno schiaffo ben assestato. Si fa avanti con difficoltà fra l' indurita pelle del viso un sorriso di riconoscenza.
E' il suo momento, la notorietà di un attimo, la carezza di un sorriso, il conforto di un sorso d'acqua.
La pietas di una tranquilla ragazza del Sud ha acceso i riflettori su quello scricciolo di arredo urbano.

Chissà se passando domenica prossima si sarà trasformato in una statua nella totale indifferenza del mondo.

giovedì 8 maggio 2008

Tre giorni un arrivo e tante partenze

Ho degli amici, dei cari amici a cui voglio veramente bene. sono quelli che ci saranno sempre, quelli che mi hanno visto senza rughe e che vedono come sto crescendo. Loro crescono con me, io vedo i loro capelli grigi, il corpo che si modifica, i pensieri che cambiano, la maturità che scorre nelle vene.

Di amici così ce ne sono pochi. Ma accade che uno di questi amici si innamori e faccia in modo che il suo amore diventi una mia amicizia. Gli anni passano, loro camminano su strade diverse dalle mie (la vita è fatta così, ci si allontana fisicamente ma i sentimenti sono autostrade su cui si viaggia sempre).

Li vedo quando posso e vedo come si evolvono nel loro rapporto.
Sono belli, belli e sereni esattamente come le loro voci quando risuonano amplificate dal microfono e dicono il SI.

Stavolta sono accanto a loro. Mi hanno voluta vicina, mi hanno ufficilamente fatto salire al rango di persona speciale nelle loro vite. Testimonio il loro amore.

La chiesa è postmoderna, verticale, neo gotica ascensionale, al centro svetta una croce di vetro che risale a spirale verso l'alto, la croce è imponente, salda, stabile. Tante sovrapposizioni di lastre quadrate di vetro. Parte da una grande base e poi avvolgendosi su se stessa si alleggerisce. Sorregge anche altre scene con figure trasparenti di vetro, impercettibili ma presenti: è la deposizione del Cristo. Una scena apparentemente di morte e di tristezza ma preludio di nuovo amore.

In quel momento mentre il panciotto grigio di Andrea accarezza e scurisce i lampi di luce del vestito crema di Simona che riluce in un abbagliante pomeriggio di Napoli, quella croce mi parla come una metafora.

Il loro amore è saldo, stabile, particolare, sale verso l'alto, ha base solide, è imperniato sul Credo e sorregge e sorreggerà altre scene, altre vite.

Il loro Amore ha deposto la morte della vecchia vita per assurgere a nuova formula di condivisione. Rinascono e Rinasceranno in altro modo e in altro spirito.

Il loro arrivo è solo una partenza. Un altra forma di vita, un altro viaggio da aggiungere al taccuino già pieno di viaggi.

Anche io ho viaggiato con voi amici miei, ho viaggiato per tre giorni di festa.

Buona vita fratelli miei, fratelli in un amore speciale.