La pelle era solo carta vetrata, le ossa erano incollate solo dal nylon dei tendini, non c'era più tessuto molle. Soffiava il vento, la pelle si muoveva fra le pieghe della pelle aggrinzita. Gli occhi si sgranavano nelle orbite del teschio. I capelli erano radi, qualche dente ancora ballava con le vibrazioni di pochi incerti passi che ancora potevo fare, lo stomaco era solo un budello per contenere un etto di salsiccia, il fiato faceva fatica ad uscire da polmoni rattrappiti su loro stessi ma tutto era ancora troppo.
Troppa pelle, troppe articolazioni, troppi capelli, troppo fiato ancora in corpo anche se il corpo arrancava, non reggeva, dondolava oscillando e cedendo alla schiacciante forza di gravità.
Non vedevo, non volevo, non dovevo. Tutto era da repellere. Tutto: i liquidi, i solidi, i fluidi sentimenti di chi piangeva lacrime amare.Salato, dolce, speziato, agre. Nulla, più nulla, perchè era così. Un gioco all'inizio, una scelta alla fine, una volontà, l'unica che mi guidava, durante.
Un rantolo, il penultimo. E tu, disteso accanto che accarezzi questa carta vetrata. Hai parlato a lungo, hai urlato a volte, hai insistito sempre. Non hai mollato ma non hai capito. Neanche io. Io non volevo essere aiutata. Non l'ho mai voluto, sapevo che non volevo rimanere imprigionata dentro questa teca di cellule.
Tutta era iniziato per una scintilla di candela e questa candela l'ho consumata in fretta.
Non avere pietà per me, sii indulgente con te. Nessuno ha colpe per ciò che non può controllare.
Io non ero per me.
Un rantolo, l'ultimo.
Forse ho sbagliato.
NO, adesso il dubbio no. Non mi guardare.
Adesso no, è troppo tardi, adesso no, non posso capire, adesso, l'amore. Non posso capire adesso, la vita, adesso che l'ultimo rantolo la fa rotolare con sè fuori da queste labbra di paglia secca.
(a volte i sogni, a volte gli incubi)
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