Lo so, devo recuperare. Recuperare in tutti, molti, troppi sensi. Recuperare sul blog innanzitutto.
Puccio mi ha detto che ho lasciato i mie fan all’asciutto (curioso, non ho mai pensato di avere fan)
C’è un dato di fatto che giustifica la mia assenza. Il periodo è stato soffocante, abbrutente e stancante. E’ così quando devi salvare il salvabile, è così quando devi ricostruire il puzzle della tua esistenza rotto da uragani che durano mesi.
Prima bisogna cercare tutti i pezzi sparpagliati qua e là nei recessi del tuo corpo: anima, mente, sangue, fegato, stomaco, mani, piedi, sistema simpatico, nervoso, linfatico, reni e quant’altro componga questo mio essere di carne.
Raccoglierli tutti e iniziare a farli combaciare ma i tagli, gli strappi, le pieghe, purtroppo, non si cancellano e rimangono lì a ricordarti che l’uragano c’è stato ed è bene non dimenticarlo. Quei pezzi stropicciati, malridotti ti fanno sempre guardare il cielo nero con il timore che ancora non sia finita. E non lo è.
Oggi mi hanno detto di non mollare. Io ho risposto che non mollo ma a volte… beh a volte è dura, a volte, sdraiata sul divano, la notte mi chiedo, mi domando, cerco di raddrizzare le curve dei miei punti interrogativi ma loro si ostinano a riprendere posizione e a fare anche di più. Si girano a testa in giù e diventano uncini che mi si conficcano sotto le ascelle, sui muscoli cervicali, alla base del collo, sui fianchi e fra le dita dei piedi, mi tirano su come una marionetta e mi fanno ballare. Ecco. Per ora eseguo il ballo scomposto degli interrogativi ad uncino.
Non mollo ma a volte… a volte, come oggi, si decidono le sorti. Ci sono date che non si scordano, ci sono numeri che ritornano.
Ci sono numeri che ritornano nella mia vita: l’1, il 9, il 18 ad esempio e combinazioni di questi numeri. L’1 è sempre un inizio ed una fine. L’1 sono nata, l’1 sono rinata, l’1 muio e rinasco. Il 18 era una data sognata, il 18 è una data di rottura, di chiusura, il 18 torna ad essere una data di speranza e di sogno. Ma i miei numeri non vanno in linea retta, si chiudono sempre in un cerchio che dà continuità a se stesso. E rotola, rotola lungo la carne del mio corpo, carezzando l’impalpabilità dell’anima onnipresente, segue il perimetro e poi ritorna in bocca, lo inghiotto, segue il percorso degli organi interni per poi tornare su dalla gola e fuori dalla bocca. Ho scoperto che i miei numeri, i miei cerchi non si fermano mai.
Non linee rette, spigolose, non frecce che si conficcano ma rotondità che fanno male quando incontrano un’ asperità, saltano sulla roccia, ricadono più o meno fragorosamente, si feriscono, si tagliano, a volte sanguinano, fanno il livido e poi si rigenerano.
I miei numeri rotondi mi danno alla fin fine motivo di tranquillità, nel fondo dei cerchi si sedimenta un liquido di speranza bianco profumato di gelsomino e quando loro girano, il liquido va in circolo, si spande e macchia il liquido denso, grigio delle deiezioni lasciato dagli uragani.
Puccio mi ha detto che ho lasciato i mie fan all’asciutto (curioso, non ho mai pensato di avere fan)
C’è un dato di fatto che giustifica la mia assenza. Il periodo è stato soffocante, abbrutente e stancante. E’ così quando devi salvare il salvabile, è così quando devi ricostruire il puzzle della tua esistenza rotto da uragani che durano mesi.
Prima bisogna cercare tutti i pezzi sparpagliati qua e là nei recessi del tuo corpo: anima, mente, sangue, fegato, stomaco, mani, piedi, sistema simpatico, nervoso, linfatico, reni e quant’altro componga questo mio essere di carne.
Raccoglierli tutti e iniziare a farli combaciare ma i tagli, gli strappi, le pieghe, purtroppo, non si cancellano e rimangono lì a ricordarti che l’uragano c’è stato ed è bene non dimenticarlo. Quei pezzi stropicciati, malridotti ti fanno sempre guardare il cielo nero con il timore che ancora non sia finita. E non lo è.
Oggi mi hanno detto di non mollare. Io ho risposto che non mollo ma a volte… beh a volte è dura, a volte, sdraiata sul divano, la notte mi chiedo, mi domando, cerco di raddrizzare le curve dei miei punti interrogativi ma loro si ostinano a riprendere posizione e a fare anche di più. Si girano a testa in giù e diventano uncini che mi si conficcano sotto le ascelle, sui muscoli cervicali, alla base del collo, sui fianchi e fra le dita dei piedi, mi tirano su come una marionetta e mi fanno ballare. Ecco. Per ora eseguo il ballo scomposto degli interrogativi ad uncino.
Non mollo ma a volte… a volte, come oggi, si decidono le sorti. Ci sono date che non si scordano, ci sono numeri che ritornano.
Ci sono numeri che ritornano nella mia vita: l’1, il 9, il 18 ad esempio e combinazioni di questi numeri. L’1 è sempre un inizio ed una fine. L’1 sono nata, l’1 sono rinata, l’1 muio e rinasco. Il 18 era una data sognata, il 18 è una data di rottura, di chiusura, il 18 torna ad essere una data di speranza e di sogno. Ma i miei numeri non vanno in linea retta, si chiudono sempre in un cerchio che dà continuità a se stesso. E rotola, rotola lungo la carne del mio corpo, carezzando l’impalpabilità dell’anima onnipresente, segue il perimetro e poi ritorna in bocca, lo inghiotto, segue il percorso degli organi interni per poi tornare su dalla gola e fuori dalla bocca. Ho scoperto che i miei numeri, i miei cerchi non si fermano mai.
Non linee rette, spigolose, non frecce che si conficcano ma rotondità che fanno male quando incontrano un’ asperità, saltano sulla roccia, ricadono più o meno fragorosamente, si feriscono, si tagliano, a volte sanguinano, fanno il livido e poi si rigenerano.
I miei numeri rotondi mi danno alla fin fine motivo di tranquillità, nel fondo dei cerchi si sedimenta un liquido di speranza bianco profumato di gelsomino e quando loro girano, il liquido va in circolo, si spande e macchia il liquido denso, grigio delle deiezioni lasciato dagli uragani.
Sono piccole venature che rompono la stasi dell’oscurità.
Piccole venature, piccoli oggetti, piccole presenze. E’ la presenza delle piccole cose che rende tutto speciale, diverso, unico. Piccole presenze che diamo per scontate e che invece sono perno, cardine, cuscinetto, cerniera, olio per far aprire e socchiudere la porta dell’esistenza.
Le piccole potenti presenze.
Bisogna farne buon uso, non scordarle, non banalizzarle perché quando non si trovano più nei cassetti disordinati della vita quotidiana ci si rende conto di quanto siano importanti.
Un sorriso, una carezza, il profumo della pelle, il bacio della buonanotte, un abbraccio, la condivisione, i ricordi, i viaggi…..tante piccole venature bianche profumate fra il liquido denso delle deiezioni.
Piccole venature, piccoli oggetti, piccole presenze. E’ la presenza delle piccole cose che rende tutto speciale, diverso, unico. Piccole presenze che diamo per scontate e che invece sono perno, cardine, cuscinetto, cerniera, olio per far aprire e socchiudere la porta dell’esistenza.
Le piccole potenti presenze.
Bisogna farne buon uso, non scordarle, non banalizzarle perché quando non si trovano più nei cassetti disordinati della vita quotidiana ci si rende conto di quanto siano importanti.
Un sorriso, una carezza, il profumo della pelle, il bacio della buonanotte, un abbraccio, la condivisione, i ricordi, i viaggi…..tante piccole venature bianche profumate fra il liquido denso delle deiezioni.
Nessun commento:
Posta un commento