Facciamo due passi. Andiamo verso castello Sforzesco. Vocii di bambini nei cortili del castello, mamme che si raccontano di figlie che prendono decisioni importanti. Vorrei avere i bermuda, ho le gambe caldissime e i piedi infuocati. Cerchiamo una panchina che sia all’ombra ma sono già tutte accaparrate. Ne individuiamo una che è in penombra, faremo i turni sussurro sorridendo.
Non so come, non so perché siamo seduti su quella panchina e cominciamo a parlare del più e del meno e viene fuori l’argomento insonnia. luio sobbalza e mi rimprovera, lei cerca di smorzare i toni ma lui si infuria. ‘No tu sai cosa ha significato per me l’insonnia, tieni prendi questo numero e quest’altro, la chimica aiuta, il resto non so. Ora sto meglio, dormo sei, sette ore, non piango per una canzone melodica, ricordo quello che faccio, non sto male e non vivo la notte come un mostro da superare’ Lei cerca di frenare l’ardore della discussione perché pensa, giustamente, che io sia ipersensibile all’argomento. Ha ragione. sento i suoi sintomi e mi si inondano gli occhi, faccio fatica a tenere a bada le mie emozioni. Lui insiste e mi da due numeri e due nomi. Entrano e si infilano sul telefonino Pietro e Socrates. Sono convinta che Pietro farà parte della mia vita a breve, di Socrates ho più timore. Socrates è uno che maneggia la mente con la chimica, Pietro maneggia il corpo con il sapere. Timeo Socrates. Lo dico un po’ perplessa, lei e lui mi dicono di cominciare da Pietro. Forse è meglio, forse è più giusto.
il sole si sta abbassando e la luce filtra fra le foglie ingiallite, dei ragazzi giocano a pallone, un cane trotterella felice. Continuiamo a parlare in una strampalata versione di terapia di gruppo senza conduttore, liberiamo emozioni senza dirci fatti precisi L’animo è più lieve e non dovrebbe ma chissà se esternando un dolore singolo e immettendolo in un dolore compartecipato, cosmico se ci fosse Leopardi, il peso del singolo diventi più leggero perché trasportato da più persone. Forse è il principio del prosaico mal comune mezzo gaudio.
Mi viene da pensare che anche nel dolore l’uomo è un animale sociale, alla fine si apre con spiriti simili o trova nel suo innato istinto di sopravvivenza dei modi di comunicare con chi o è simile a lui o lo può capire. Ogni volta un essere diverso ma in qualche modo affine.
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