Milano è vuota. Non emette rumore. Tutto sembra irreale, ovattato. Milano ha la bocca chiusa come se qualcuno le avesse cucito le labbra con il fil di ferro. Non si sente nulla, neanche il rumore dei tram che sferragliano sui binari. Forse l’amministrazione comunale ha messo il volume a zero, ha bloccato per qualche tempo il vocio vomitato dalla bocca di questa città ogni giorno.
Già perché Milano ti mangia, ti mastica e ti vomita, ti mangia ti mastica e ti vomita in pezzi sempre più piccoli, sempre più minuscoli ma non smette mai ti raccogliere quel vomito e di ributtarlo fuori.
Non è la Milano da bere è la Milano che ti beve.
Ma stanotte è tutto silenzio. In aeroporto solo il brusio di persone che hanno finito le ferie, il rumore dei motori dei taxi che scivolano in moto continuo davanti la fermata. Salgo su uno. Poso lo zaino pieno di regali bellissimi e fragili. Sto attenta, basta poco per romperli.
Il tassista ha voglia di parlare, ha fame, mi chiede dove poter mangiare, mi dice che si sente solo, che è da tanti anni a Milano, che non riesce ad avere una relazione stabile e duratura, lo ascolto distrattamente, guardo le indicazioni stradali e mi si stringe un attimo lo stomaco, non giriamo a destra alla seconda uscita, proseguiamo dritto. Non girerò più alla seconda uscita, dovrò tirare dritto.
Il tassista è di Mazzara ma vive a Milano da quando è piccolo, è alto, corpulento, molliccio, sudato eppure a Milano non c’è caldo. Mi comincia a fare domande, mi chiede se torno dalla mia famiglia, non è qui la mia famiglia, dai miei bambini, non ne ho, ah allora torna da suo marito, non sono sposata, dal suo compagno? non ho un compagno. Rispondo in automatico anche alle successive domande con quella spinta spontanea che ogni tanto dovrei tenere a freno. Non è sposata? e come mai? non lo so, non mi importa molto adesso. Eh questi uomini, una bella ragazza come lei, simpatica. Faccio spallucce ‘capita’ rispondo. ‘beh anche io sono sfortunato con le donne, con me non sono mai sincere, io ho fame, lei ha mangiato?’ mi risveglio da quell’effluvio di sfilza di domande e un’altra fitta allo stomaco, stavolta un allarme.
Ho il telefono in mano, da quando sono atterrata ho cancellato cinque volte un messaggio, chiedo scusa e faccio finta di rispondere ad una chiamata e faccio finta che siano i miei coinquilini che mi aspettano per mangiare.
In poco più di tre secondi dopo la domanda del tassista ho realizzato che la città è vuota, che ho confessato di essere sola e che con ogni probabilità nel mio palazzo non c’è nessuno. Quell’uomo lì è il quadruplo di me e io sono fragile come i miei regali. Conduco la telefonata finta fino a quasi sotto casa, pago e poi scendo con faccia allegra e saluto. Non trovo le chiavi e lui è fermo lì che guarda, magari è l’uomo più buono del mondo ma per ora è solo un enorme fonte di ansia. Faccio finta di citofonare e dico che ho trovato le chiavi e scatto su.
Infilo le chiavi nella toppa, casa si schiude nel buio e nel silenzio. Poso le valigie, appoggio delicatamente lo zainetto.
Urla solo il silenzio. C’è un leggero odore di chiuso. Annaffio le piante e apro il divano-letto, domani torno al lavoro ma non ho sonno e così apro la valigia, prendo i miei averi cartacei e comincio a scrivere i miei resoconti. Scrivere è ancora come se fossi ancora in viaggio, vedere la guida, gli scontrini, le mappe, vedere le foto mi inebria e mi fa sorridere. Riempio il silenzio di ricordi e adesso non è più silenzio, è l’aria profuma della notte.
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