sabato 23 agosto 2008

L'Ultima cena di peter greenaway e ...

Ho aperto gli occhi stamattina dopo 5 notti di insonnia feroce e tormentata, non ho l’impegno del lavoro, chiamo ma sono tutti fuori. Chiamo la mia donna scricciolo che mi sostiene e mi consiglia sul da farsi e mi ascolta, ascolta le note dolenti e le armonie disarmoniche, mi dice di usare la chiave di violino, di non usare i bemolle ma i diesis, mi dice di interrompere le sincopi e cercare di suonare cose semplici. Oggi non riesco, oggi sono dodecafonica e mi lascio cullare dalle sue armoniche parole di madre e confessore. 
Bevuto il calice amaro tento un lancio di sos e per fortuna qualcuno risponde. 
Alle 14. Palazzo reale. Sono lì dopo avere preso la posta e organizzato mentalmente gli spazi di ciò che dovrò fare domani. 
La giornata è decisamente calda, prima un boccone all’immondezaio dell’autogrill e poi verso Palazzo Reale. Finalmente riesco a vedere ‘L’Ultima cena di Peter Greenaway’.
All’interno della Sala delle Colonne è stata ricostruito in scala 1 a 1 lo spazio architettonico di S. Maria delle Grazie ed è stato ricostruito l’affresco dell’Ultima Cena di Leonardo. Fra la parete dell’affresco e la parete bianca sul lato opposto campeggia una lunghissima tavola che riproduce la tavola dell’Ultima Cena. Tutto è bianco come passato a calce, la tovaglia è rigida, gli oggetti, il cibo sono posati nelle stesse posizioni in cui sono state bloccate da Leonardo nell’affresco. La tavola si illumina dal basso di un colore rosso quando si abbassano le luci ed inizia lo spettacolo. Lo scopo ultimo è far parlare l’affresco, far si che racconti la sua storia in modo cinematografico. 
Il percorso narrativo è doppio, una proiezione di 20 minuti sulla parete dell’affresco e un’altra di 20 minuti dall’altra parte in contemporanea. La musica ti avvolge e ti accompagna, il tavolo si illumina di colori diversi. 
Parte in penombra ed in sordina la resurrezione di qualcosa che è morto nel suo essere oggetto ma non nella sua essenza portatrice di messaggio. La luce sorge dallo sfondo paesaggistico, come l’alba di qualcosa di nuovo ed il tramonto che prelude la sera, l’inizio della morte. La luce bagna tutto l’affresco portandolo a colori vividi, all’inizio del suo tempo che fu per breve tempo a sua volta. 
Con straordinari effetti speciali, le luci tagliano i bordi, scontornano, sezionano e poi vivificano staccando le figure dal fondo, riempiendole, avvolgendole in un tutto tondo, le figure non sono più dipinte, diventano sculture che vivono illuminate singolarmente di una luce grigia, terrosa come fossero scultura di pietra. 
La luce adesso scivola sugli Apostoli che sembra si muovano verso il centro: Cristo. L’affresco sembra dipinto ora da Caravaggio, ora da Tiepolo, ora dai neon dell’arte contemporanea. I tagli di luce, il cangiare dei colori, i tagli sui profili raccontano un episodio unico narrabile da cento interpreti. 
Gli occhi sono rapiti, estatici (i miei), un occhio di bue accarezza i volti dell’affresco rendendo ogni singola espressione, ogni singolo gesto unico, irripetibile, un sintagma, un’aforisma, un motto, un epiteto. Si staccano i singoli di un affresco corale per esprimer la forza del singolo, struttura, colonna di un tempio di diversi elementi, tempio possente, complesso. Tutti vivono ma tutti tacciono di fronte la sorgente primaria ed unica che è Cristo, rivelato dopo l’introduzione sinfonica con un leggero accento riservato alla figura di Giovanni. 
Brilla la lama fra Pietro e Giovanni, sottolineata da un acuto suono della colonna sonora, brillano gli oggetti che imbandiscono la tavola dipinta e lentamente l’affresco torna nell’oscurità. Pochi secondi ed inizia il canto celestiale di mani illuminate con ritmicità avvolgente, mani che parlano sussurrano, che volano via dal fondo come se stessero suonando i canoni inversi di Bach. 
E’ un tripudio di conversazioni, di gesti che non appartengono ad un corpo immerso, dialoghi di dita, polsi, dorsi, palmi. Mani che conversano freneticamente, gesti concitati battuti dal ritmo della luce e della musica. Gli occhi saltano da una mano all’altra senza posa, senza tregua. 
Sono rapita, entusiasta. 
E d’improvviso altri arti terminali parlano: i piedi, avvolti nei sandali, poggiati alla gamba del tavolo, ravvicinati gli uni con gli altri, nascosti dalle pieghe della tovaglia, avvitati a terra a reggere un corpo che si chiede: ’Sono forse io?’, piedi comparsi, mozzati secoli fa da un’apertura di una porta e ora vivi, presenti, immaginati, illuminati per brevi attimi di tempo. 
Una donna canta e i suoi acuti toccano il cuore, è il momento della sospensione, senti risuonare nella tua testa l’ultima eco dell’affermazione di Cristo ‘uno di voi mi tradirà’ e i volti assumono le espressioni stupite, addolorate, emozionate, spaventate, incredule, basite, paurose, rabbiose.
Dalla finestra sulla parete sinistra dell’affresco proviene un altro taglio di luce che inonda con moto circolare la scena. La finestra a S. Maria ha una grata, la luce passa ingrandendo o diminuendo la proiezione della grata sulla scena. E’ impressionante e stupefacente vedere i bianchi brillare alla luce del sole, le stoviglie illuminarsi mentre nell’ombra segnata dalla grata, la tovaglia si inonda di sangue che percola su tutto e poi sparisce col passare della luce. E’ un’alternanza spaventosa del presente e del futuro: il sangue prelude alla passione e alla morte in un banchetto di vivi, il bianco vivido che torna a smacchiare il sangue, è la vita di adesso e la resurrezione che verrà. Tutto gira in un loop per cinque, sei volte e poi la luce bagna di nuovo tutto le figure, si concentra sul Cristo, le altre entrano in penombra e da lui promanano dei raggi di luce con un effetto che sembra quello degli affreschi bizantini della salita al Monte Tabor. Il video dura dieci minuti e riprende uguale per altri dieci minuti. Tutti ci giriamo verso l’altra parete su cui scorrono immagini che però non abbiamo potuto cogliere perché troppo presi e poco desiderosi di perderci la rinascita cinematografica dell’affresco. 
Qui il filmato è visionario, non incline al racconto storico anche se dal racconto storico prende vita, non narra dell’affresco usando l’affresco ma usa la macchina cinematografica partendo dal micro particolare e allargandolo a dismisura. E’ un filmato a tutti gli effetti. 
Dopo avere ricostruito la vita di Gesù attraverso capolavori di Leonardo e del Rinascimento, lo zoom digitale scivola su un particolare del manto di Giovanni e come un dermatologo vola sulla patina pittorica e la stacca, la parcellizza come quando si solleva il craquelè da un quadro vecchio. Polveri di colori si sparpagliano sullo schermo parete mentre la macchina da presa è su distanza ravvicinatissima e percorre tutto l’affresco senza che però si capisca dove passi, dove vada. Noto un richiamo di colori fra la proiezione dell’Ultima Cena e il filmato sulla parete opposta ma tutto è intimo, personale, tutto deve essere realizzato secondo una propria cultura, sensibilità, vissuto passato e presente. 
Lo zoom solca la superficie pittorica e ci gioca, salendo a volte piano verso l’alto, affondando di nuovo i pixel negli strati di colore. Le carezze continuano fino a che lo zoom si rialza come il collo di una giraffa da una pozza d’acqua, lentamente, sinuosamente e riparte dalla figura del viso di Giovanni. Tutto finisce come comincia nel pulviscolo molecolare della pellicola che si scompone ma questa volta viene verso lo spettatore, lo inonda, lo supera e rimane attratta da quella luce che viene promanata da Cristo.
Buio. Tutto tace. Mi riprendo dopo qualche secondo. Ricompare la struttura di S. Maria delle Grazie e la luce artificiale e banale da uso quotidiano. 
Chiediamo di potere rientrare. Per fortuna Milano ci concede oltre che i suoi silenzi la possibilità di rivedere per cercare di capire meglio i nessi o di trovarne o di fissare le emozioni.

P.S. Avrei voluto scrivere prima di questa esperienza e avrei voluto che quelli che avessero letto e avessero avuto la possibilità di essere a Milano fossero andati a vederla. Io l’ho trovata un’esperienza straordinaria. Il sei settembre è stato l’ultimo giorno. Adesso sarà itinerante, se dovesse capitarmi di nuovo sotto mano credo proprio che ritornerò. 

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