E' questo un periodo della mia vita in cui prendo spesso il treno, faccio incontri interessanti, mi immergo nella lettura, scrivo, annuso, salgo e scendo dal treno.
Oggi miracolosamente i due treni che ho preso per spostarmi dalla pancia dell'Italia verso il suo collo sono partiti e arrivati puntuali. Il tempo, invece, non è stato clemente (quello metereologico intendo, l'altro non lo è mai). Afoso, cupo e grigio ad Arezzo, stupidamente velato a Bologna e piovoso a Milano. Scesa dal treno ho sentito la necessità di mettere la mia sfoglina di cipolla nera, alias un piccolo impermeabile stile Humphrey Bogart. Ho cercato una panchina, ho poggiato su il trolley e mentre cercavo di aprirlo un musetto e due zampette hanno fatto capolino dall'altra parte e, istintivamente, ho cominciato a fare la festa al piccolo schnautzer sale e pepe e lui è salito sulla panchina e si è fatto beatamente coccolare da certificato ruffiano a 4 zampe. Sentivo i commenti tipici dei padroni, della serie ma guarda si fa fare le coccole da tutti etc etc, repertorio, fra l'altro anche mio, essendo stata proprietaria di cane.
Non ho alzato lo sguardo subito sui padroni perchè ero presa da questo momentaneo quanto fugace rapporto coccoloso con l'amico quadrupede. Poi quando lui è sceso, leggermente strattonato e visibilmente controvoglia, dalla panchina con il suo vezzoso collarino tempestato di veramente finti strass, io ho alzato collo e testa sorridendo ad una coppia di anziani signori anche loro fortunati clienti di una miracolata trenitalia.
Saluto veloce, frugo dentro il mio trolley e tiro fuori la sfoglia. Rituale di vestizione. Poco tempo in realtà ma giusto quello necessario perchè l'umana onda si allontani dalla banchina o meglio dalla mia porzione di banchina.
Riprendo a camminare, la mia carrozza era una delle ultime e lentamente mi incammino. Non ho fretta se non quella di tornare a casa in un orario decente e poi a dirla tutta sono stanca. Sono, as usual, immersa nei miei pensieri quando li rivedo. Sono di spalle. Lei a destra, il cane al centro e lui a sinistra, le loro figure sono in controluce. distinguo solo una prozione minima dei volti. L'unica testa di profilo è il cane. Confabulano mentre camminano. Lei si appoggia ad un bastone, claudica vistosamente, ha la mano saldamente afferrata al braccio di lui che con la stessa regge il guinzaglio, creando con la corda una sezione prospettica obliqua che li unisce idealmente. Anche l'uomo ha lo stessa zoppia della moglie, il loro movimento non è, però, sincrono. Il cane ha la coda tesa tesa e sembra essere un ago di bilancia. Lei è vestita di un impermeabile grigio, pantaloni neri, capelli bianchi immacolati, a caschetto, scomposti sulla nuca dalla pressione esercitata dal poggiatesta dell' Eurostar; l'unica concessione che fa alla sua femminilità sono un paio di ballerine dorate nelle quali trova un solido appoggio. Lui ha l'incedere stanco, i capelli arrufatti, arricciati, il centro del cranio è calvo, il resto dei litigiosi capelli scende sul collo avvizzito. Con tre dita della mano sinistra regge una busta di carta nera con delle strisce gialle che dondola vistosamente.
Automaticamente, impercettibilmente, silenziosamente prendo il ritmo del loro incidere scomposto. Li guardo. Mi piace molto guardarli. Davanti a loro la banchina è deserta, io sono dietro, silenziosa spettatrice di questo scorcio straordinario di vita, di amore e di complicità. Se sapessi disegnare farei uno schizzo di questa magica ed insondabile capacità dell'uomo di appoggiarsi all'altro.
La fine della banchina è vicina, sembra che stiano percorrendo gli ultimi tratti. La banchina assume nei miei percorsi cerebrali la metafora della vita. Il cane è in mezzo a loro, con il suo incedere militaresco e ordinato, ha la coda tesa e la testa distratta dallo sbuffo di un treno. Mi fulmina un pensiero: e quando arriveranno alla fine della vita-banchina il cane ci sarà ancora, con chi starà? E' un pensiero sciocco che si assorbe col loro ritmo. Il passo della coppia è sofferente, schiacciato dal peso del tempo ma loro sembrano così lievi, sembrano quasi non toccare terra, chissà quante esperienze le loro spalle hanno sopportato eppure sono lì, legati da una mano che afferra un braccio, da un continuo chiacchericcio invisibile ai miei occhi ma presente. La banchina sta finendo...è finita...ma loro sono ancora lì avvinghiati l'uno all'altro alla ricerca di un'altra uscita, di un'altra strada, di un altro piccolo pezzo di viaggio da fare insieme. Con un ago della bilancia in mezzo.
E' stata una piccola lezione di vita: per quanto si zoppichi, per quanto si soffra, per quanto si sia schiacciati da neri pensieri, basterebbe afferrarsi a chi ti sta accanto senza paure, senza remore. C'è sempre, da qualche parte, un equilibrio, un ago della bilancia, una complicità, un afferrarsi. C'è sempre una possibilità di arrivare alla fine della banchina e ricominciare a viaggiare.
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