martedì 22 aprile 2008

L’amore è un lupo randagio

Ho le scarpe da trekking, i calzettoni arrotolati, un paio di bermuda color cachi, una comoda camicia bianca di lino, un cappellino sulla testa per ripararmi dal sole cocente della montagna, un bastone nodoso di legno di ciliegio su cui mi appoggio. Un sacchetto di carta con del pane fresco, profumato. Una borraccia al collo appena riempita al torrente trasparente e chiacchierino.

Il sentiero è piccolo, stretto, pieno di ciotolini. Sto camminando da non ricordo quando, la cima è lontana, sembro sola, attorno a me la maestosità delle montagne, l’aria tersa e pura, un cielo blù da mordere, qualche nuvoletta bianca che capricciosamente si contorce in forme buffe che mi diverto ad indovinare.
E’ un gioco semplice ma che irride alla staticità del pensiero. Una pecora, una tavola, un elefante, un indiano (quello con la piuma non quello col pallino sulla fronte). Il leggero venticello che si intrufola sotto la camicetta e mi rinfresca, usa cambiare le forme delle nuvole rapidamente e mi permette di giocare.

Sento dei fruscii non causati dall’amico vento, li sento da quando sono partita.
Decido finalmente, è tempo che mi fermi a dare un’occhiata: vedo un profilo dietro l’erba alta che circonda un gruppo di piccole rocce affastellate come le stecche di un ventaglio non del tutto aperto.
Mi fermo, giro il busto per metà e fisso al di là delle rocce. Stringo gli occhi mentre me li riparo dal sole con la mano aperta sulla fronte.
Rivedo il profilo, la schiena arcuata, poi un muso, un tartufo bagnato, due occhi curiosi e scrutatori.

Ci guardiamo. Nessuno osa muoversi. Lui mi studia. Io ho paura.
Perchè mi segui? da quanto lo fai? Hai fame? Hai sete?

Sono come te.
Siamo due forme di lupi randagi diversi.

Lui poggia il muso sulla roccia, annusa. Si avvicina. Anche se ha le orecchie basse, è più coraggioso di me. Mi ha seguita da quando ho iniziato la salita.

Allora sto ferma, mi metto ginocchioni. Ora tocca a me fare una mossa. Infilo la mano nel sacchetto bianco, prendo un pezzo di pane e allungo il braccio.
Lui mi osserva e sembra che gli occhi si addolciscano. Si avvicina, ma non afferra il pane, odora la mano, risale su per il braccio e poggia la testa sulle ginocchia con un gesto antico e ricercato, come se il desiderio della testa poggiata sulle gambe fosse un pozzo d’acqua agognato dall’assettato.

Lo lascio fare. Mi sento bene. Il cuore rimbalza come una stilla d’acqua che piove giù dalle cascate. La sembianza del non essere sola si trasforma in verità.
E’ tutto più luminoso, più chiaro, più vero. Lo accarezzo. Il manto è sale e pepe. E’ stanco. In fondo lo sono anche io. Non solo stanchezza del corpo.

Ci accucciamo abbracciati dal riverbero del sole. L’aria è immota, sospesa, il tempo non ha più un senso. Il mio braccio allungato si ripiega, il pane croccante è sul mio grembo, lui lo sbocconcella. Lo prende da sé, non dalle mie mani.
Mangiamo. Un rito compiuto sull’altare della natura.

Una nuvola copre il sole, il tempo in montagna cambia rapidamente.

E’ tempo di riprendere il cammino come i pellegrini nel loro “viaggio per”. Camminiamo insieme uno affianco all’altro, in silenzio, non abbaiamo più alla luna in paesaggi desertici dell’anima, non siamo padroni l’uno dell’altra, non ci possediamo come l’avaro possiede il suo danaro, siamo liberi dentro le nostre vite di lupi randagi scalatori dell’infinito.

Nessun commento: